SPILLO/ Camere di Commercio, una riforma che “esclude” la persona

- Massimo Valentini

MASSIMO VALENTINI ci propone delle riflessioni a partire dal progetto di riforma delle Camere di Commercio portato avanti dal Governo, il quale poggia su due pilastri

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Come si paventava, la riforma delle Camere di Commercio portata avanti dal Governo poggia su due pilastri fondamentali: riduzione del numero delle Cciaa a 20 e riduzione del diritto camerale del 50%. A conclusione dell’iter parlamentare si vedrà quale sarà la configurazione finale del provvedimento, ma già da ora ci sono gli elementi per porre delle riflessioni di carattere generale. La prima riguarda l’impostazione culturale delle misure sulla spending review che certamente oggi è un pilastro fondamentale per il recupero di risorse da utilizzare in impieghi produttivi rispetto al loro uso per rendite e inefficienze varie. La via più veloce per contenere oggi la spesa pubblica sembra quella di andare a limitare i centri di spesa in periferia, la cui scarsa forza politica di rappresentazione non necessita di particolari mediazioni.

La politica degli accorpamenti dimensionali di enti vari ha una sua logica, soprattutto per quanto riguarda la velocità dei risultati, ma andrebbe verificata la sua efficacia nel medio e lungo periodo. In un contesto fordista le cosiddette economie di scala hanno un loro valore, ma è acclarato anche nella teoria economica che oggi l’elemento umano è il fattore determinante, tanto più in un’economia delle reti che permette al singolo di essere protagonista dei processi di partecipazione alla creazione di valore anche dalla più sperduta periferia. Senza mettere al centro la responsabilità e creatività della persona lo sforzo per un uso più efficiente delle risorse pubbliche è destinato a fallire.

In tale prospettiva si evidenzia un ritardo culturale significativo sia nella difficoltà di mettere al centro sistemi di misurazione nella creazione del valore, ove tale capacità della persona e del gruppo a cui si appartiene può essere compresa e valorizzata, sia nell’andare a utilizzare questo criterio premiante nell’allocazione delle risorse pubbliche facendo sempre riferimento a una definizione di costi standard.

In tale prospettiva una vera riforma dello Stato non può prescindere da una visione sussidiaria che sia in grado di valutare quanto valore sociale pubblico è creato dai vari soggetti pubblici e privati che cooperano alla creazione di servizi pubblici e nello stesso tempo accettare il rischio di riforme reali in cui la libertà di scelta degli utenti in sistemi misti pubblici-privati, accreditati e costantemente misurati, possono realmente raggiungere gli obiettivi di un uso più efficiente delle risorse necessarie per attivare i servizi pubblici.

Paradossalmente potremo trovare situazioni in cui piccole realtà periferiche, gestite responsabilmente, possono portare un contributo senza paragoni rispetto a giganteschi apparati ove la responsabilità del singolo tende ad “annacquarsi”. Nella fattispecie delle Camere di Commercio non è assolutamente detto che la mega-Camera sia in grado di creare efficienze quanto la singola camera periferica che, gestita responsabilmente, si coinvolge in processi di rete che portano economie e innovazioni.

La seconda riflessione riguarda, a margine del tema della riforma delle Cciaa, il ruolo delle associazioni imprenditoriali in cui sono emerse differenziazioni tra posizioni assunte a livello nazionale e a livello periferico. Nel caso specifico si è assistito, da parte di un’importante associazione, al fiancheggiamento dell’azione governativa rispetto a una riformulazione del ruolo delle Cciaa, lamentando l’onere per le imprese, una concorrenza nella rappresentanza delle imprese e un contenzioso nella creazione delle governance locali. Altre associazioni hanno invece fatto presente il ruolo svolto dalle Cciaa, proponendo alcuni cambiamenti in linea con quanto emerso recentemente dall’assemblea dei Presidenti delle Cciaa, che individuava un virtuoso percorso alternativo all’impostazione governativa e ad altre posizioni associative finalizzate a recuperare la totalità del gettito accettando il criterio della regionalizzazione delle Camere.

In generale, anche al mondo delle rappresentanze si chiede un cambiamento per superare sterili contrapposizioni tra associazioni, anticipando le necessarie azioni di riforma, senza subire processi piovuti dall’alto in assenza di un proprio intervento che sappia interpretare le reali necessità delle imprese e del territorio di appartenenza che rifiutano autoreferenzialità associative.

La terza e ultima riflessione riguarda l’impatto sui territori di questa impostazione del taglio della spesa pubblica attraverso gli accorpamenti dimensionali che produrranno importanti cambiamenti nell’interlocuzione istituzionale sui territori. Da più parti si continua a evidenziare che la forza del nostro Paese è nei territori, ove filiere integrate a livello locale partecipano a reti lunghe nazionali e sovranazionali producendo innovazioni competitive che ci permettono ancora di reggere la complessità del sistema. Territori che hanno bisogno di mantenere una capacità di rappresentazione e di proposta.

È in atto un grande cambiamento, difficile per tutti, non solo per le istituzioni, ma anche per il mondo delle imprese e dei soggetti sociali che ora si trovano a immaginare anche nuove forme di cooperazione che possano continuare a rappresentare i territori nei progetti di sviluppo che le nuove dinamiche richiedono sempre più complessi e integrati.

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