LA STORIA/ Servopresse, come raddoppiare il fatturato in un anno e non sentire la crisi

- int. Lara Cecchi

Aziende che escono dalla crisi perché hanno sviluppato rapporti di lavoro soprattutto all’estero. Lo spiega LARA CECCHI di Servopresse: in Italia il mercato purtroppo è ancora fermo

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Servopresse

«Quello che ci ha permesso di battere la crisi è il fatto che per l’85% la nostra attività è all’estero, dove ci si impegna per superare la crisi, cosa che in Italia invece non si fa». A dirlo è Lara Cecchi, responsabile commerciale di Servopresse, un’azienda sul mercato dal 1975, associata a Ucimu-Sistemi per produrre, e che «ha attualmente ordini in portafoglio per il doppio del fatturato dell’anno scorso e lavori sempre in portafoglio fino alla metà dell’anno prossimo». Questo non vuol dire che la crisi non abbia toccato anche Servopresse, passata da 35 dipendenti agli attuali 14. Fondata nel 1975, l’azienda è specializzata nella progettazione e produzione di linee di automazione per presse, cesoie e altre macchine che utilizzano coil di lamiera.

Siete sul mercato da quasi quarant’anni: che tipo di prodotti fate e a chi sono destinati?

Servopresse è una azienda nata nel 1975, fondata da mio padre e suo fratello. Di conseguenza con il passaggio generazionale ce ne occupiamo oggi noi figli. Io sono entrata in azienda una ventina di anni fa e mi occupo del commerciale e della vendita di prodotti. Siamo specializzati nella costruzione di linee di automazione da coil di lamiera. Lavoriamo in particolare su misura, cioè su commessa per cercare di soddisfare ogni esigenza particolare del singolo cliente.

Che tipo di clientela avete?

I nostri clienti sono tutti coloro che operano nel settore dell’automazione, dello stampaggio di lamiera partendo dal coil, nel settore dell’illuminazione dei materiali a specchi come inox oppure alluminio. Materiali particolarmente delicati. Insomma, tutte le aziende che utilizzano per la loro produzione coil di lamiera.

Avete uno stabilimento anche in Francia.

Sì, a Nizza. Abbiamo avuto per tanti anni molto lavoro in Francia, poi negli ultimi anni anche lì è arrivata la crisi. E non abbiamo più quel giro di affari che avevamo, ma lo stabilimento c’è ancora.

Quanti dipendenti avete?

Quattordici diretti più una rotazione di altri dieci che utilizziamo con società partner.

E il vostro giro di affari?

Quest’anno siamo intorno ai tre milioni di fatturato.

Quanto avete sentito la crisi?

Lavorando in esclusiva possiamo dire che quest’anno non abbiamo risentito della crisi. Abbiamo ordini in portafoglio per il doppio del fatturato dell’anno scorso e lavori sempre in portafoglio fino alla metà dell’anno prossimo. Possiamo dire che in questo momento non abbiamo problematiche di lavoro. Va detto che ci sono stati diversi anni di crisi che hanno provocato un ridimensionamento: una volta, infatti, avevamo 35 dipendenti diretti.

Il vostro risultato positivo dipende dalle vostre capacità o è un segnale che il vostro settore è uscito dalla crisi?

Come personale opinione non credo proprio che il settore sia uscito dalla crisi, anzi ha ancora gravi problemi. Noi lavoriamo per la gran parte con l’estero dove invece la situazione è migliorata molto: là si lavora per superare la crisi, in Italia no. Il mercato italiano è fermo.

Dunque per voi l’internazionalizzazione è importante.

È fondamentale: lavoriamo per il 95% all’estero, ci siamo dati da fare per sviluppare punti di distribuzione che ci permettono di vendere direttamente nel Paese dando al cliente un service immediato.

Progetti per il futuro?

Abbiamo dovuto diversificare la produzione proprio per trovare uno sbocco alla crisi, quindi dalla classica linea per pressa semplice negli ultimi anni siamo arrivati a prodotti che sono destinati a una produzione finita per dischi in automatico con taglia disco, cesoie doppia lama, oppure linee dove prima serviva una pressa e basta e oggi ne abbiamo integrato la produzione.

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