FINANZA/ D20, il “jolly” per la ripresa di Europa e Italia

- Giuseppe Pennisi

Con la sigla D20 si indicano le banche di sviluppo del G20, sia regionali che nazionali e multilaterali. GIUSEPPE PENNISI ci spiega perché possono essere importanti per la ripresa

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“D20” è una nuova abbreviazione entrata nella galassia delle sigle dell’economia internazionale. Indica le banche di sviluppo del G20, sia quelle multilaterali (dalla Banca mondiale alla Banca europea per gli investimenti passando per le banche regionali come quelle di Asia, America Latina e Africa), sia quelle nazionali (da quelle più antiche come la Cassa depositi e prestiti italiana e la Caisse de depôt et consignation francese a quelle più recenti come la banca di sviluppo istituita non molto tempo fa nella Repubblica popolare cinese). Poco più di un anno fa i loro Presidenti e manager hanno tenuto una prima riunione a Mosca. Il 4 luglio, la Banca europea per gli investimenti e la Cassa depositi e prestiti ne hanno organizzata una seconda a Roma. Una terza è in programma in Turchia.

La cronaca della riunione romana è apparsa su alcune testate di economia e finanza. A nostro parere, è più importante riflettere sul significato del D20 in questo scorcio di terzo millennio che sulle analogie e sulle differenze tra i differenti istituti emersi nella riunione romana.

In primo luogo, una ricerca recente censisce ben 286 banche di sviluppo in 117 Stati, precisando che l’analisi non ha la pretesa di essere esauriente. Una delle più antiche è la Vnesheconombank creata in Russia nel 1917. L’impulso – ricorda un libro di Giovanni Farese e Paolo Savona uscito in questi giorni (Il banchiere del mondo – Eugene Robert Black e l’ascesa della cultura dello sviluppo in Italia, Rubettino 2014) – si è avuto dopo la Seconda guerra mondiale in parallelo con i programmi ricostruzione diventati nel giro di pochi anni veri e propri programmi di sviluppo.

In secondo luogo, le banche di sviluppo, nelle loro varie guise, coniugano analisi micro-economica dei singoli investimenti con analisi macro-economica del contesto in cui vengono concepiti, preparati e attuati, con attenzione alle loro ramificazioni in termini di distribuzione del reddito e sostenibilità sociale e ambientale. Hanno, quindi, ciascuna in differente misura, quella expertise di cui necessitano i Governi nel predisporre programmi di riassetto strutturale.

In terzo luogo, i loro interventi finanziari sono quasi sempre accompagnati da assistenza tecnica, principalmente dall’esperienza accumulata lavorando su vari settori e su vari paesi. Ciò non è necessariamente la caratteristica delle banche multilaterali ma anche di banche nazionali specialmente se associate, come lo sono numerosi istituti dei maggiori paesi, al Long term investment club.

In quasi tutti i maggiori paesi Ocse, la crisi in corso dal 2007-2008 ha comportato una contrazione degli investimenti pubblici a lungo termine (mediamente dal 3% del Pil prima della crisi ad attorno l’1% dell’ultima conta). Gli investimenti a lungo termine hanno un duplice effetto: nel breve termine sostengono l’utilizzazione dei fattori di produzione; nel medio e lungo, contribuiscono a un aumento della produttività. Nella diversità e nelle differenze tra banche, il D20 ha una funzione chiave per il rilancio dello sviluppo, specialmente in Europa. Un ruolo che merita l’attenzione dei Governi (nel dare certezza regolatoria e tributaria a chi destina risparmi a investimenti a lungo termine incanalati tramite le banche di sviluppo) e della Banca centrale europea.

Come ha sottolineato il Presidente della Cassa depositi e prestiti, Franco Bassanini, nel concludere la riunione, ora il D20 rappresenta un framework (quadro operativo) pur se non un’istituzione con cui le autorità politiche possono lavorare per rimetterci sul sentiero dello sviluppo.

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