FINANZA/ Germania, Italia, euro: il Titanic sta “sfiorando” l’iceberg

Per ANTONIO MARIA RINALDI, le rigidità europee che impediscono a ciascun Paese di tarare la sua politica economica sulle proprie esigenze hanno di fatto creato una crisi irreversibile

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Nel secondo trimestre 2014 il Pil della zona euro è rimasto fermo rispetto ai tre mesi precedenti, mentre è cresciuto dello 0,7% rispetto al secondo trimestre 2013. Preoccupa, però, il rallentamento della Germania, che come l’Italia ha visto scendere dello 0,2% il Pil nel secondo trimestre dell’anno. La Francia, invece, ha dovuto dimezzare le proprie stime di crescita per il 2014. Insomma, i paesi dell’euro, a differenza di quanto avviene in Stati Uniti e Gran Bretagna, non se la passano bene. Ne abbiamo parlato con Antonio Maria Rinaldi, professore di Economia internazionale all’Università di Chieti-Pescara.

Fino a che punto la responsabilità di questo rallentamento nella crescita del Pil dell’Eurozona va imputato all’euro?

La colpa non è dell’euro in quanto tale, ma del sistema di riferimento in cui si inserisce la moneta unica. Di fatto si impedisce a tutti i Paesi che aderiscono alla moneta unica di attuare autonome politiche economiche. Non è possibile che economie strutturalmente diverse, a cominciare da quella italiana, possano esser ingabbiate da una politica economica forgiata su un unico modello. La stessa Germania sta iniziando ad avere dei problemi, perché gran parte della sua industria è rivolta al mercato interno europeo. È un po’ una sorta di legge di Darwin: quando il più grande ha finito di fagocitare i più piccoli, finisce per morire a sua volta.

Il rallentamento tedesco farà cambiare linea alla Germania?

Me lo auguro, anche se non vorrei che se ne accorgessero quando la prua della nave è già finita dentro l’iceberg. I tedeschi sono estremamente rigidi, e ciò rende molto improbabile qualsiasi inversione di questa politica che è applicata soltanto da 18 Paesi su 204 del mondo intero, tra l’altro senza alcun riferimento alla letteratura economica. La Germania non è disposta a cedere sulla politica economica, insiste sulla rigidità e questo ci sta portando al baratro. I Paesi che disponevano di strumenti propri di politica economica sono riusciti a intervenire sulla crisi in modo molto più efficace di quelli che non potevano farlo.

L’Italia può ancora abbandonare la nave guidata dalla Germania prima che affondi?

Il problema è che si tratta di una nave con il timone bloccato, e noi non possiamo intervenire. Ci è precluso qualsiasi tipo di autonomia, sappiamo che stiamo andando contro l’iceberg, anzi già ci stiamo entrando con la punta, ma non abbiamo la possibilità di potere virare. Siamo cioè vincolati ai regolamenti europei che non ci consentono di muoverci, e se anche Renzi ottenesse di sforare dello 0,1% o dello 0,2% non cambierebbe assolutamente nulla. Anzi aumenterebbe il debito pubblico, e noi non avremmo gli strumenti autonomi per riuscire a gestirlo.

 

Che cosa può fare Renzi?

Assolutamente nulla. Renzi si è affidato alla politica degli annunci, ma di fatto non è mai andato oltre. Il premier dovrebbe prendere atto della situazione e chiedere una moratoria immediata procedendo al ripristino della possibilità di ricorrere a strumenti autonomi di politica economica, perfettamente tarati per l’Italia in deroga a qualsiasi tipo di trattato. È una questione di emergenza nazionale, e come presidente del consiglio ha l’obbligo di salvaguardare il Paese e la sopravvivenza dei cittadini italiani.

 

(Pietro Vernizzi)

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