FEDERLEGNO AL MEETING/ Livi: l’amore per il mio lavoro supera qualsiasi fatica

- int. Vittorio Livi

Si è tenuto martedì il nuovo incontro di FederlegnoArredo al Meeting di Rimini “Giovani e lavoro: ma è davvero ancora possibile desiderare in grande?”. Ne parliamo con VITTORIO LIVI

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(Infophoto)

Si è tenuto martedì pomeriggio, presso lo stand FederlegnoArredo allestito al Meeting di Rimini, l’incontro “Giovani e lavoro: ma è davvero ancora possibile desiderare in grande?”. L’appuntamento, pensato come momento privilegiato di dialogo tra i ragazzi del polo Formativo del Legno Arredo di Lentate sul Seveso e dei prossimi partecipanti al percorso ITS che partirà nel mese di ottobre, è diventato un appassionante racconto del percorso umano e professionale di Vittorio Livi, Presidente di Fiam Italia, azienda che progetta, sviluppa e produce elementi di arredo in vetro curvato. Leader mondiale nel proprio settore, la Fiam collabora con i più noti designers internazionali. IlSussidiario.net ha contattato proprio Vittorio Livi per rivolgergli qualche domanda.

Sembra proprio vero che la Fiam sia nata dalla passione di un uomo per il vetro: ci racconta la sua storia?

Mio padre è del 1893, io sono nato che lui aveva 54 anni e 6 figli. Finite le elementari, ho iniziato a lavorare con lui in un orto. Chi non aveva soldi doveva fare l’istituto professionale, io invece ho fatto la scuola d’arte e di sera aiutavo un vetraio: a 15 anni sono diventato capo operaio, a 17 ho avuto l’incoscienza di mettermi in proprio. Per tutte le attrezzature che servivano sono andato in uno spaccio e ho firmato tante cambiali, ma ho iniziato a lavorare. Sapevo dei rischi che correvo… Quando scadeva una cambiale andavo in banca due mesi prima a chiedere un prestito, così arrivavo in tempo per pagarle.

Poi cos’è successo?

Andando avanti ho visto che il lavoro che facevo poteva rendere di più, ma avevo bisogno di qualcosa che andasse oltre. In giro vedevo vetri fatti tutti alla stessa maniera, così insieme a un amico chimico abbiamo iniziato a fare pastrocchi e abbiamo inventato i vetri riflettenti. Le fabbriche ne hanno capito le potenzialità e ci hanno scommesso. Poi ho visto vetri solo e unicamente piatti, così ho iniziato a farli bombati, mentre quando una volta ero seduto su uno sgabello di legno mi sono detto: ma perché non posso farlo di vetro? E l’ho fatto! E piaceva! Quindi ho pensato di fare anche i mobili in vetro curvato Fiam. Ed è proprio qui che inizia il bello, perché non avevo le basi culturali per capire le tendenze, i modelli e il design: sono quindi andato a Milano a parlare con i designer e in molti si sono incuriositi e appassionati al vetro.

Lei ha detto che, una volta partiti, non si sa mai dove si va a finire. E’ così anche per lei?

Io mi sono accorto di una cosa: per me i tre anni di scuola d’arte sono stati i più pieni e i più importanti. Perché mi son messo a fare mobili di design? Perché mi hanno insegnato cosa era il bello, una cosa straordinaria che ha sconvolto il mondo! Io sono sincero, ho settant’anni, ho cominciato a 17 e sono 53 anni che faccio il mio lavoro e mi diverto. Bisogna innamorarsi di quello che si fa: quando si inizia non ci si deve preoccupare di quale sarà l’arrivo, ma l’importante è cominciare a lavorare e divertirsi!

Torniamo al tema dell’incontro: i giovani possono ancora desiderare in grande?

Se c’è qualcosa di nuovo al mondo lo dobbiamo proprio ai giovani. Sono loro la forza del Paese. Le cose che un giovane può fare davanti alla vita sono tantissime, ma bisogna avere il coraggio di osare e di amare. Chi ha un po’ di sale in zucca sa che questi momenti si possono sfruttare meglio degli altri.

 

Le difficoltà però non mancano… Qual è il suo rapporto con qualcosa che non riesce o con la fatica di un particolare lavoro?

La fatica è per chi è cieco, per chi non vede. Per uno che apre gli occhi non c’è più fatica! La domenica mattina vado fino a Fano a piedi da Pesaro e faccio fatica, ma sono contento, mi fa piacere. Lo stesso se io mi innamoro del mio lavoro, sono una esplosione di idee: la fatica è una malattia psicosomatica, non esiste. Ho cominciato a otto anni e continuo oggi che ne ho settanta.

 

Spesso circola l’idea che la realizzazione del lavoro è arrivare a un certo livello di guadagno. Che rapporto ha con i soldi? E che rapporto hanno questi con il desiderio?

 Esistono tantissime opere che l’uomo ha lasciato. Noi passiamo, ma quelle restano. I soldi servono, perché viviamo in un mondo in cui i conti devono tornare, ma la felicità non te la danno di certo. I soldi aiutano a far tornare le cose, ma se si sta bene anche facendo un lavoro umile non si deve cambiare. Conosco tante persone piene di soldi ma spente, buie, fredde. Il denaro se ti prende ti rovina! Il mio consiglio è questo: fatevi prendere dal virus del fare e del bello!

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