RIPRESA?/ De Nardis (Nomisma): ecco come le previsioni ci hanno “tradito”

- int. Sergio De Nardis

Sull’Italia pesano ancora le pesanti previsioni dell’Ocse, che hanno tagliato le stime sulla crescita del Pil. Intanto si attendono gli interventi della Bce. SERGIO DE NARDIS (Nomisma)

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Nel suo discorso di ieri alla Camera, Matteo Renzi ha ricordato l’importanza del suo piano di riforme, ma bruciano ancora le stime diffuse lunedì dall’Ocse, secondo cui nel 2014 il Pil chiuderà al -0,4% e nel 2015 salirà solo dello 0,1%. Nel frattempo giovedì partiranno le Tltro (Targeted long term refinancing operation) della Bce, ovvero prestiti a lungo termine della durata di quattro anni sulla base di quanto le banche saranno in grado di prestare alle imprese. Per l’agenzia di rating Fitch, però, è improbabile che il programma Tltro sia in grado di fare ripartire il credito nel Sud Europa. Ne abbiamo parlato con il professor Sergio De Nardis, capo economista di Nomisma.

Come si spiega il taglio delle stime dell’Ocse sul Pil dell’Italia, tanto più che nei mesi scorsi l’Italia aveva un buon dato nel Superindice?

Tra le precedenti stime Ocse e queste si sono conosciuti nuovi dati, in quanto l’andamento dell’economia italiana nel corso del 2014 è stato peggiore delle attese. Quando sono state pubblicate le stime Ocse del maggio scorso, non si conoscevano le stime del primo e secondo trimestre che sono stati negativi. L’andamento dell’economia è stato peggiore di quello che era atteso e ciò ha portato le previsioni verso il basso.

Com’è possibile che siamo arrivati a questo risultato nel giro di pochi mesi?

I previsori sbagliano nel 90% dei casi. Il punto è che diversi indicatori qualitativi come la fiducia di imprese e consumatori, e in particolare l’indicatore Ocse che tende ad anticipare il ciclo economico, stavano andando in senso abbastanza positivo tanto da fare ritenere che ci fosse un miglioramento. C’è quindi una discordanza tra gli indicatori di tipo qualitativo e l’andamento effettivo.

Che cosa c’è all’origine di questa discordanza?

Soprattutto per le indagini Istat, è possibile che sia stato attribuito un peso eccessivo a quelle imprese di dimensioni più grandi e più orientate alle esportazioni che andavano meglio, mentre la gran parte delle imprese si trovava in difficoltà. È avvenuto un disallineamento tra quanti rispondevano e la gran massa delle imprese.

Standard & Poor’s ha identificato l’Italia come uno dei fattori che pesano di più per la ripresa dell’Eurozona. Lei concorda con questa analisi?

Se andiamo a vedere nelle previsioni i tassi di crescita delle varie economie, quello di crescita più basso nel 2015 è lo 0,1%. Poiché il dato europeo è una media tra i tassi di crescita dei vari Paesi, è indubbio che il dato italiano abbassi la media. Il punto è cercare di capire quali siano le cause di questa difficoltà, che non sono le mancate riforme strutturali, bensì una domanda molto bassa che è stata annichilita da un’austerità massiccia, attuata nel nostro Paese più che in altri, perché noi non abbiamo avuto sconti e slittamenti sul rientro dal disavanzo.

Lei ritiene che gli interventi annunciati dalla Bce saranno efficaci?

Gli strumenti della Bce per rilanciare la crescita sono via via diventati meno efficaci. L’inflazione è andata cadendo e adesso diversi Paesi tra cui l’Italia sono entrati in deflazione. Questa perdita di capacità di presa sul ciclo economico da parte della Bce è un dato molto preoccupante, perché se viene meno quello strumento questo ciclo non avrà più nulla che lo sostenga. Da quest’estate la Bce è diventata molto più aggressiva, con il virtuale azzeramento dei tassi d’interesse e il fatto di portare in negativo il tasso dei depositi delle banche presso la banca centrale, cui si sono aggiunti degli strumenti non convenzionali.

 

Quali sono stati questi strumenti non convenzionali?

Mi riferisco alle aste Tltro e all’acquisto di pacchetti di titoli cartolarizzati (Abs). Sono movimenti importanti, ma la loro efficacia è tutta da vedere, perché la situazione di scivolamento verso la deflazione nei Paesi del Sud Europa è andata talmente avanti che potrebbe richiedere misure ancora più forti e aggressive. Se questi interventi non saranno efficaci, si dovrà compiere un passo ulteriore, che assolutamente la Germania non vuole fare, che è il quantitative easing all’americana.

 

(Pietro Vernizzi)

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