DITTATURA DEI PM?/ Se su Taranto e l’Ilva cala un sarcofago in stile Chernobyl

- Gianni Credit

La “soluzione finale” che i magistrati di Taranto vogliono imporre all’intero caso Ilva assomiglia alla sepoltura della centrale ucraina da parte dell’Urss. Di GIANNI CREDIT 

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I magistrati di Taranto paiono intenzionati a far calare sull’Ilva di Taranto – sulla Taranto dell’Ilva – un sarcofago come quello di calcestruzzo che racchiude il reattore numero 4 della centrale di Chernobyl. Ma la piattaforma siderurgica di Taranto – con tutti i suoi guai, i suoi drammi e anche i suoi illeciti – non è un impianto mal costruito e peggio gestito come quello nucleare esploso nel 1986 nell’Ucraina sovietica: solo una moderna ideologia come l’autonomia del pre-potere giudiziario può pretendere di affermarlo e di agire di conseguenza. E l’Italia del dopoguerra non è l’Unione sovietica, abituata a nascondere senza problemi in sarcofaghi i disastri spesso scientemente generati, con le vittime ancora vive dentro, deportando le altre: questo può pensarlo e farlo – di nuovo – una classe dirigente autocratica, convinta di poter cristallizzare, capovolgere, distruggere a piacimento lo spazio-tempo di migliaia o milioni di uomini. Nella Russia del IXX secolo questo stile di governo si sarebbe detto “zarista”; nel secolo breve conclusosi nel 1989, si definiva “stalinista”. Con ben poche differenze.

L’Italia del XXI secolo, per ora una democrazia europea, non può e non deve permettersi nulla di tutto questo. Non può e non deve risolvere i problemi creati dal capitalismo di Stato lasciato in eredità a quello privato lasciando campo libero al protagonismo di casta di un’istituzione che – secondo l’ormai proverbiale convinzione di un ex Pm siciliano – vuol avocare a sé il diritto di “correggere tutti i danni prodotti dalla democrazia”. L’odio pregiudiziale e ideologico verso l’impresa privata – shakerato nell’egemonismo giudiziario, nel meridionalismo deteriore, nell’ambientalismo strumentale – non farà affatto giustizia: non darà a Taranto una giusta opportunità di restare agganciata a un’Azienda-Paese che vuole rimanere agganciata all’Unione europea.

L’Ilva è anzitutto un problema industriale (ridare a una grande azienda una proprietà, una missione, una competitività in grado di generare occupazione sostenibile) e sociale (ridare a una città del Sud non solo reddito ma anche standard di vita occidentali). Oggi una proprietà stabilizzata (anche se non permanente) la può dare la Cassa depositi e prestiti, sperando che la nuova Iri sia migliore prova della vecchia, declinata nella gestione di carrozzoni assistenziali. Oggi un rilancio industriale lo possono portare grandi gruppi industriali esteri: a cominciare dai cinesi, leader della nuova siderurgia, anche se non abituati – nella loro industria domestica – a standard sindacali e ambientali europei. Ma tutti – a cominciare dai tarantini dipendenti dell’Ilva e dai loro amministratori pubblici – dovranno mettersi alla prova, cambiare, lavorare duro. Il vero disastro sarebbe tuttavia non dargliene la chance: far calare su tutto il sarcofago di un processo kafkiano, lasciar prevalere la sola volontà punitiva di un pezzo di Stato che confonde da tempo la propria autonomia con l’intangibilità delle sue ambizioni. 

(Per contrappasso niente affatto sorprendente, nella retata processuale decisa dal palazzo di Taranto è finito anche l’ex presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola: eterno leader di una sinistra antagonista che per anni non ha contribuito a risolvere in termini di politica industriale il caso Ilva. Un Vendola oggi pronto a inventarsi una terza o quarta vita politica cavalcando quegli stessi neo-populismi cui – non caso – strizza l’occhio anche l’ala più politico-mediatica della magistratura).

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