I NUMERI/ Dai distretti le “domande” che aiutano la ripresa

- Massimo Valentini

In questi giorni sono stati diffusi i primi risultati della ricerca della Harvard Business School sui distretti del Nord-Est in Italia. Il commento di MASSIMO VALENTINI

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In questi giorni sono stati diffusi i primi risultati della ricerca della Harvard Business School sui distretti del Nord-Est in Italia svolta dai Prof. Gary Pisano e Giulio Buciuni. Le conclusioni sono particolarmente interessanti in quanto possono essere il criterio di lettura dell’evoluzione dei distretti produttivi in Italia. 

Innanzitutto, la prima osservazione è la constatazione che alcuni distretti evolvendosi sono ancora presenti, mentre altri sono in flessione e in alcuni casi spariti. Viene comunque smentita la tesi che il fenomeno dei distretti sia irreversibilmente in declino in quanto modello superato dalla globalizzazione delle produzioni e dei mercati; al contrario, il nostro sistema dei distretti è ancora al centro dell’interesse delle più importanti scuole di economia del mondo. 

Sull’andamento discordante viene portato l’esempio del distretto della calzatura. Da una parte il distretto di Montebelluna, ove è presente un cluster specializzato nella produzione di scarpe sportive e scarponi da sci, che è stato attraversato pesantemente dal fenomeno della delocalizzazione produttiva tanto che l’occupazione tra il 2006 e il 2012 è scesa del 15%. Dall’altra il distretto della riviera del Brenta, specializzato nella produzione di scarpe da donna di lusso, non ha sofferto il trasferimento delle produzioni all’estero, ma al contrario è stata interessato da grandi investimenti realizzati dalle grandi firme. Anche il distretto del mobile ha avuto andamenti discordanti. Il distretto di Manzano, specializzato nella produzione delle sedie in legno, ha sofferto di una contrazione dell’occupazione del 44% nel periodo 2006-2012, mentre il distretto di Livenza, specializzatosi nella fornitura per Ikea, ha visto l’azienda leader del settore passare da un fatturato di 20 milioni nel 1997 agli oltre 400 milioni di oggi.

Sono molto interessanti le conclusioni dei due studiosi che individuano nel ruolo delle aziende leader la fortuna o meno del distretto. Le aziende leader sono quelle riconosciute come “Knowledge Integrator” , integratori di conoscenza che permettono a tutta la realtà produttiva locale di dialogare con il gli input della domanda dei mercati internazionali, offrendo come risposta competitiva la specializzazione produttiva locale abbinata a una continua capacità di innovazione in grado di rispondere all’evoluzione della domanda. 

Un’altra conclusione a cui arrivano gli studiosi è l’irreversibilità dei processi di desertificazione industriale indotti dai fenomeni della delocalizzazione, portando come esempio il vecchio distretto della produzione dei telati per bicicletta da corsa presente in passato nel Nord-Est. L’ultima conclusione riguarda la priorità che viene data alla formazione di una nuova classe imprenditoriale in quanto i “Knowledge Integrator” non si creano dal nulla, ma richiedono la sussistenza di soggetti in grado di generarli e gestirli. 

Rispetto a queste conclusioni è necessario che tutte le realtà territoriali interessate dal fenomeno dei distretti si interroghino per prendere consapevolezza delle dinamiche in atto e quindi delle prioritarie scelte strategiche da attivare per lo sviluppo dei territori. Innanzitutto il tema dell’irreversibilità dei processi di consistente delocalizzazione richiede una nuova responsabilità e consapevolezza, in quanto un territorio potrebbe essere segnato definitivamente da certi processi per la perdita di una tradizione di saperi produttivi non più recuperabili. Il tema delle aziende leader come “Knowledge Integrator” richiede un discernimento su quali realtà creano effettivamente valore sociale sul territorio e non apparenze di breve durata. Infine, ma primo per il suo valore strategico, il tema dell’educazione e formazione di soggetti imprenditoriali che siano capaci di avere uno sguardo che sa cogliere il bisogno presente sul mercato, individuare una risposta efficace a questo bisogno che emerge dal contesto di saperi e conoscenze dei propri collaboratori interni e di filiera, in un’apertura costante al dialogo con un mercato che ti giudica portandoti a un cambiamento continuo. 

Tale tema del cambiamento del soggetto imprenditoriale richiede una responsabilità sia da parte degli uomini d’impresa che accettano umilmente la sfida entusiasmante del cambiamento, sia delle istituzioni e corpi intermedi organizzati, che superando visioni autoreferenziali devono porsi al sostegno di questi soggetti. In questo ultimo caso in varie situazioni occorre una necessaria rivoluzione copernicana, sfida impegnativa ma non impossibile se si riparte dall’idealità delle nostre tradizioni ancora vive, testimoniate da esperienze in atto.

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