IL CASO/ Crespi d’Adda, il modello per il welfare aziendale

- Gianfranco Fabi

Recentemente sta crescendo in Italia il welfare aziendale. È utile guardare a degli esempi virtuosi della storia, come quello della famiglia Crespi. GIANFRANCO FABI

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Negli ultimi anni è positivamente cresciuta all’interno delle imprese un’attenzione nuova alle motivazioni e al benessere dei lavoratori. Dopo un lungo periodo dove interventi di carattere assistenziale venivano considerati un inaccettabile paternalismo che mirava a ridurre la necessaria conflittualità tra i padroni e le masse operaie. Con un sindacato attento a difendere garanzie formali e salari nominali senza spingersi a guardare alle esigenze dei lavoratori nella loro dimensione più ampia con la famiglia in primo piano.

Solo da poco tempo si è tornati a parlare di welfare aziendale all’insegna di un valore condiviso e di una partecipazione capace di valorizzare insieme l’impresa e i lavoratori. C’è stata nell’immediato dopoguerra l’esperienza illuminata di Adriano Olivetti, poi più recente la fase del “socialmente responsabile” con un’attenzione estesa all’esterno dell’impresa. Ora si è entrati, anche grazie a normative di incentivo e sostegno, in una fase in cui c’è un’attenzione diffusa che si esplicita in iniziative di diversa portata: dagli asili nido all’interno delle aziende all’assistenza sanitaria integrativa, dai piani pensionistici integrativi a iniziative di sostegno al volontariato e alla solidarietà.

Guardando alla storia italiana tuttavia non si possono dimenticare esempi che più di un secolo fa, nel pieno sviluppo della prima rivoluzione industriale, hanno realizzato iniziative e opere nel segno di un’apertura sociale quasi profetica. Il pensiero va alla famiglia Crespi, grandi protagonisti dello sviluppo dell’industria tessile, che alla fine dell’Ottocento si è sviluppata partendo da Busto Arsizio nei due rami di Ghemme, in provincia di Novara, e di Crespi d’Adda, sulla sponda bergamasca del grande fiume. Entrambe le realtà industriali sono state contrassegnate da esperienze che, mantenendo al centro la fabbrica, cercavano di rispondere alle esigenze della vita quotidiana degli operai: le case, le scuole, i luoghi per il tempo libero, la Chiesa.

A Crespi d’Adda, cessata negli ultimi decenni del secolo scorso l’attività industriale, sono rimaste tuttavia quasi tutte le strutture tanto che, nel 1995, l’Unesco ha inserito il villaggio operaio nell’elenco dei patrimoni dell’Umanità. E all’Expo 2015 un grande plastico di Crespi d’Adda ha costituito una tappa significativa di quel Padiglione Zero in cui era raccontata la storia della civiltà.

“I Crespi di Crespi d’Adda” (ed. Olos, pagg. 158, € 9,90) è un piccolo libro scritto da Sandro Danesi, storico dell’economia e ricercatore al Laboratorio di economia locale dell’Università cattolica di Piacenza, che mette in luce la storia imprenditoriale e sociale di questa realtà a cavallo tra Ottocento e Novecento. “I Crespi – scrive Danesi – si sono distinti quanto a opere nel proprio campo di attività imprenditoriale nei confronti della collettività nella quale sono vissuti e hanno messo in atto un modello comportamentale lungimirante, avviando iniziative sociali e culturali di eccellenza, innovative per quegli anni, realizzate parallelamente all’attività imprenditoriale”. 

Il libro, che è anche una guida turistica per visitare quei luoghi, mette in luce la filosofia di fondo dei fondatori: “L’obiettivo di questi imprenditori – scrive Danesi – era quello di coniugare nella continua necessità di crescita di un popolo i propri obiettivi economici con i bisogni della collettività di quel tempo, attraverso l’istruzione dei giovani e l’insegnamento dei mestieri, l’assistenza sanitaria, l’urbanizzazione, le iniziative culturali per lo sviluppo della società e quindi dell’economia”. 

A Crespi d’Adda si può rivivere così un capitolo importante della storia dell’industria italiana, dell’evoluzione di un territorio, delle politiche sociali che pur con molte contraddizioni guardavano con fiducia alla realtà delle persone. 

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