CEMENTIR/ La vendita che riapre una domanda sugli imprenditori italiani

- Sergio Luciano

Cementir ha annunciato di aver ceduto le attività italiane a Italcementi, controllata dal colosso tedesco Heidelbergcement. Il commento di SERGIO LUCIANO

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Lasciare l’Italia per raddoppiare all’estero? Non è che il nesso si veda con totale chiarezza, ma è la spiegazione data da Francesco Caltagirone Jr, presidente e amministratore delegato di Cementir holding, alla scelta del gruppo di cedere le attività italiane al colosso tedesco Heidelbergcement, lo stesso che aveva già acquistato la Italcementi dal gruppo Pesenti. “A seguito di questa operazione”, ha detto il figlio dell’editore del Messaggero, “l’indebitamento finanziario netto del gruppo a fine 2018 sarà prossimo a 0,5 volte il margine operativo lordo. Questo ci darà la possibilità di cogliere altre opportunità che si dovessero presentare in futuro, così come accaduto negli ultimi dodici mesi”.

Se lo dice lui, c’è da credergli. Del resto, nello scorso aprile, all’assemblea di bilancio, l’imprenditore aveva deprecato il fatto che la concentrazione nel settore, in Italia, procedesse troppo a rilento, visto che la capacità produttiva installata è di 40 milioni di tonnellate mentre la domanda stabile non supera i 19: “La parola d’ordine in Italia per il cemento”, aveva detto, “è oggi diversificare all’estero e il tempo non sarà breve”. Aveva già in mente di vendere? Probabilmente sì. E va detto – prima di sospettare che dietro questa mossa ci sia una più generale intenzione a uscire dal settore – che l’Italia, per il gruppo Cementir, rappresenta il 12% circa dei ricavi complessivi.

Ma allora i tedeschi della Heidelbergcement, che hanno comprato ieri Cementir Italia e a suo tempo Italcementi, sono dei masochisti? Hanno l’anello al naso? Ovvero, perché credono nel mercato italiano più di quanto ci credano i due principali produttori cementieri (ex) italiani?

La domanda è dovuta. Ed è soltanto “di prammatica” la risposta fornita da Roberto Callieri, amministratore delegato: “Questa è un’operazione che presenta un’ideale combinazione nella qualità degli asset industriali e una perfetta distribuzione geografica e conferma la volontà di investire in Italia, riaffermando la fiducia nel sistema-paese e nel nuovo management italiano che da un anno guida la società. Italcementi è leader in italia, dove da oltre 150 anni è protagonista grazie alla sua esperienza, alla sua competenza industriale e alla capacità innovativa nei processi e nei prodotti”.

Forse, molto semplicemente, i produttori italiani del cemento non hanno voluto o saputo “mettersi insieme” per la storica riluttanza della nostra imprenditoria a “fare sistema”. Della famiglia Pesenti si sa: ha capitalizzato e reinvestito i soldi in attività finanziarie (tra cui la società di gestione di fondi di private equity Clessidra); della famiglia Caltagirone si vedrà. A giudicare dai commenti di Jr si direbbe che intendano attendere la buona occasione per crescere all’estero: prosit.

Innegabilmente, però, questo genere di eventi suggerisce anche l’esistenza di un problema storico e forse antropologico sulle intenzioni e sulla determinazione del nostro capitalismo familiare. Sulla “voglia di fare impresa” rimasta nella testa e nel cuore delle famiglie dei protagonisti della seconda fase di accumulazione capitalistica dell’economia del nostro Paese, quella iniziata tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, che sembra aver esaurito la sua spinta propulsiva. Le grandi famiglie smobilitano dai loro investimenti fissi produttivi, preferiscono passare a staccare le cedole di investimenti mobiliari diversificati nel mondo, le terze e quarte generazioni non conoscono o non amano i mestieri che hanno arricchito i loro padri e i loro nonni. A fronte di questo cresce un sottobosco di piccolissime e piccole nuove imprese dinamiche, digitalizzate, nate internazionali, che dimostrano come l’Italia sappia ancora fare impresa: ma sono realtà piccole e quindi fragili in un mondo globalizzato.

Indubbiamente il “Sistema Paese” ha frenato e scoraggiato sia la crescita, sia le aggregazioni e tuttora, a fronte di novità positive – è migliorata indubbiamente, ad esempio, negli ultimi anni, la fisionomia dei sussidi statali alle imprese, tra i vecchi contributi a pioggia a Industria 4.0 c’è un abisso – c’è però un’inefficienza burocratica spaventosa, che dissuade dall’intraprendere. Ma da sola questa negatività non basta a spiegare la disaffezione, altrimenti non si spiegherebbe il contrario, la scelta di tanti stranieri di venire qui a comprare, come stavolta i tedeschi.

Ritornano in mente le bellissime, entusiaste parole di Luigi Einaudi sulle motivazioni affettive e la “vocazione naturale” che animano gli imprenditori veri: “Migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli. È la vocazione naturale che li spinge; non soltanto la sete di denaro. Il gusto, l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti, abbellire le sedi, costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno. Se così non fosse, non si spiegherebbe come ci siano imprenditori che nella propria azienda prodigano tutte le loro energie e investono tutti i loro capitali per ritrarre spesso utili di gran lunga più modesti di quelli che potrebbero sicuramente e comodamente con altri impieghi”.

Ecco, forse sono aumentati – in una certa fascia sociale – gli imprenditori propensi a diventare “ex” e a optare per “altri impieghi” dei loro capitali. Altri impieghi lucrosi come quelli di chi già nei giorni scorsi aveva “presentito” che la Cementir sarebbe stata oggetto di qualche operazione straordinaria, e ne aveva fatto balzare alle stelle il titolo in Borsa… Si sa, le intuizioni… Ma questa è un’altra storia.

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