ARTIGIANO IN FIERA 2018/ Quelle mani che pensano (e fanno) oggetti belli per tutti noi

Non è retorico pensare all’artigiano come a un prototipo di modernità, perché lavora sempre per un “qualcuno” che il più delle volte non conosce, ma di cui legge bisogni e sogni

30.11.2018 - Giuseppe Frangi
Artigiano al lavoro

C’è un equivoco da sfatare: che l’artigiano sia una bella categoria del passato fortunatamente preservata in alcune nicchie del nostro mondo presente. Non è così. Anzi, è esattamente l’opposto. E non è far retorica pensare alla figura dell’artigiano come a un prototipo di modernità. Proviamo a ragionare “spacchettando” alcune sue caratteristiche costitutive, partendo da quella più concreta, la mano.

L’artigiano ha nella sensibilità e nella sapienza della mano il suo terminale più importante. Come scrisse nel suo libro imprescindibile Richard Sennett, l’artigiano ha una “mano che pensa”. Questo significa che nella sua figura il corpo partecipa dell’intelligenza della mente, anzi la alimenta. In questo modo va oltre quella separatezza tra attività fisiche e attività intellettuali che è un complesso che pesa sull’uomo del nostro tempo. La sua mano, in un certo senso, è sia hardware che software, conserva una memoria del gesto assolutamente straordinaria, ed è questa memoria che gli permette di progredire costantemente.

Nel processo di lavoro di un artigiano non ci sono zone buie. Per arrivare all’esito voluto si deve avere la capacità, innanzitutto, di progettare ogni passaggio e poi di seguirlo, al limite per poter intervenire in caso qualcosa non convincesse. La sua, quindi, non è una competenza settoriale, a dispetto del fatto che tante volte sia chiamato a produrre o generare semplicemente delle “piccole cose”. È una competenza larga e sempre in formazione.

L’artigiano, infatti, non ha la perfezione come obiettivo, perché pensa che ogni oggetto, ogni prodotto sia sempre perfettibile. Quindi il processo lavorativo è un processo sempre aperto e non chiuso dentro regole standard che garantiscono esiti standardizzati. Si avanza spesso anche per tentativi, secondo una pratica che contribuisce allo sviluppo delle competenze. Girando intorno a un oggetto, si possono scoprire soluzioni importanti e innovative. In questo il lavoro dell’artigianato non è diverso da quanto avviene in un laboratorio scientifico.

L’artigiano ha poi l’economia circolare, di cui oggi tanti si riempiono la bocca, nel suo Dna. Il riparare è una categoria chiave del suo lavoro. È una persona che è capace di fare come di riparare. L’oggetto nella sua irripetibilità ha un suo valore intrinseco che va preservato. Inoltre, riparando, ancora una volta si migliora, individuando a volte dei difetti e imparando a risolverli. Il “lavorar bene” è infatti uno dei dogmi del mestiere di artigiano. E cos’è questo “lavorar bene” se non la realizzazione della tanto reclamata “qualità del lavoro”?

C’è, infine, un’ultima caratteristica che rende l’artigiano ipermoderno. Quando progetta e lavora a un oggetto ha sempre davanti a sé il pensiero di chi lo avrà tra le mani e lo userà. Un artigiano lavora sempre per un “qualcuno” che il più delle volte non conosce, ma di cui legge il bisogno (o il sogno). Gli oggetti sono in questo modo sempre su misura, perché quando li prendiamo tra le mani, sappiamo che sono unici. E quindi fatti per noi.

Oggi il mercato insegue i clienti attraverso la personalizzazione del prodotto, che in realtà è sempre qualcosa di preconfezionato e figlio di strategie di marketing. Per l’artigianato la personalizzazione invece è reale e di default. Ed è per questo che sentiamo “bello” ciò che produce: non tanto per una questione di gusto o per una piacevolezza estetica. È bello perché ogni volta è fatto per te, per me, per noi.