PIL E MANOVRA/ La richiesta delle imprese al Governo per salvare l’economia

Il mondo imprenditoriale va in piazza per dire sì alla Tav e per lanciare un chiaro messaggio al Governo sulla manovra

01.12.2018 - Alfonso Ruffo
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(LaPresse)

Si avvicina la manifestazione pro Tav e grandi opere di lunedì 3 dicembre a Torino. E cresce di corpo perché le organizzazioni che hanno deciso di prendervi parte sono adesso undici. E se anche gli elenchi possono riuscire noiosi, in questo caso vale la pena di fare la lista dei presenti: Confindustria, Confcommercio, Confesercenti, Confartigianato, Cna, Casartigiani, Legacoop, Confcooperative, Confagricoltura, Confapi, Ance.

Si tratta di un raggruppamento che vale oltre 3 milioni d’imprenditori (grandi medi piccoli e di tutte le categorie produttive), più di 13 milioni di addetti e il 65% del valore aggiunto realizzato nel Paese. Cioè, la stragrande maggioranza dei soggetti che compongono l’economia nazionale. Ed è una novità perché prima d’ora non si era mai riusciti a mettere insieme un parterre così ricco e numeroso: il partito del Pil, come qualcuno l’ha subito battezzato.

Non si era mai riusciti anche perché non se n’è mai avuta la necessità. Nessun Governo prima d’ora è stato capace di compattare tutte le categorie produttive contro una manovra ritenuta troppo appiattita sulla spesa corrente (ed è da dimostrare che per questa via si stimola la domanda al punto di innalzare il Prodotto interno lordo) e troppo poco orientata alla crescita e dunque all’occupazione come invece il Paese avrebbe bisogno di promuovere.

Dunque, l’impatto sull’opinione pubblica e sulle forze che compongono la maggioranza, Lega e 5Stelle, dovrebbe essere particolarmente forte. Vedremo quanto anche efficace considerando la resistenza del Governo a qualsiasi confronto e una sorte di insofferenza nei confronti di chiunque non sia d’accordo con idee e provvedimenti che già stanno intaccando la fiducia nel Paese non solo dell’Europa ma di tanti cittadini e risparmiatori.

Il messaggio che dovrebbe venir fuori dall’evento del 3 dicembre non è certo di sfida all’esecutivo – anche e soprattutto perché il mestiere dei corpi intermedi non è quello dell’opposizione -, ma di un invito pressante a rivedere convincimenti che fino a questo momento non hanno portato a nulla di buono e nulla di buono promettono per il futuro. Anche perché l’economia mondiale rallenta e non c’è nessuna locomotiva alla quale poter attaccare il nostro vagone.

Dobbiamo imparare a fare da soli – secondo quanto anche Lega e 5Stelle dicono di voler fare anche se con riferimento ad altro – e montare una manovra che pur tenendo conto delle promesse elettorali e dei contenuti del contratto di governo abbia la consapevolezza che l’unico modo per tirare il Paese fuori delle secche della produzione che rallenta e dell’Unione europea che minaccia di aprire la procedura d’infrazione per eccesso di debito è crescere.

Crescere è un esercizio difficile ma non impossibile. Per condurlo a termine occorre allenamento a compiere i movimenti giusti. Non basta un atto di volontà, anche se necessario, ma bisogna aver studiato e continuare a studiare perché anche le scelte non convenzionali – come il Quantitive easing imposto da Mario Draghi alla Bce – nascono dalla conoscenza e dalla padronanza delle materie al cui interno sorgono i problemi che si devono affrontare.