EMBRACO/ I 500 licenziamenti che fanno scoprire il “compagno” Calenda

Embraco vuol licenziare circa 500 lavoratori e il ministro Calenda non l’ha presa bene. Eppure è sempre stato un liberista piuttosto convinto. SERGIO LUCIANO

20.02.2018 - Sergio Luciano
calenda_carlo_lapresse
Carlo Calenda, "andare oltre il Pd" (LaPresse)

“Un caloroso benvenuto al compagno Carlo Calenda, che si è iscritto a parlare! Prego, compagno!”: par di vederlo, l’ex top-manager della Ferrari e poi direttore marketing di Sky e poi direttore generale dell’Interporto Campano, vestito con una tuta blu, e con un fazzoletto rosso al collo, salire su un palco improvvisato in un capannone della Embraco, stabilimento Riva di Chieri, e arringare la folla dei colleghi operai. Par di vederlo, ma è un’illusione ottica, perché Carlo Calenda è sempre stato un primo della classe, un precoce (ha 45 anni), quasi un predestinato, di origini illustri – è figlio della regista Cristina Comencini e nipote dell’altro regista Luigi – prestato alla politica soprattutto per un sano fervore di opere (non è candidato alle elezioni del 4 marzo) e assurto all’altissima responsabilità del ministero per lo Sviluppo economico quasi contro la volontà di un altro regista, quello del governo, Matteo Renzi, che lo stima e lo teme perché riconosce in lui quelle forti competenze che a Rignano sull’Arno il segretario del Pd non ha appreso su nulla.

Da ieri Calenda è un altro uomo. Ha dato della “gentaglia” ai dirigenti della Embraco, azienda brasiliana della multinazionale americana Whirpool, leader mondiale degli elettrodomestici. Alla fine dell’ennesima, infruttuosa seduta di trattativa al ministero sulla crisi aziendale della Riva, con un rifiuto totale da parte dell’Embraco di ricorrere alla cassa integrazione, il ministro ha lanciato il suo anatema, accusando i dirigenti aziendali di “una totale mancanza di rispetto nei confronti dei lavoratori e delle istituzioni italiane”. E ha rincarato la dose: “Questa gentagl… questa gente non la ricevo più, ne ho fin sopra i capelli di loro e dei loro consulenti del lavoro italiani che sono quasi peggio di loro”. 

Di Calenda vanno dette, in premessa, due cose: innanzitutto, che un ministro così competente sulla sua materia non si vedeva da tanto tempo, al ministero – con l’eccezione del breve interregno di Corrado Passera, che in quanto a competenza è stato un fuoriclasse. A confronto con predecessori professionalmente modesti come Claudio Scajola, grande broker di voti ma piuttosto digiuno di economia industriale, o di Paolo Romani, esperto produttore di format televisivi benemeriti come “Colpo grosso”, Calenda giganteggia. Di Scajola, semmai, ha mutuato la statura non svettante e un piglio da Generale Sciaboletta, sempre sconsigliabile per chi capiti al vertice di un ministero e si comporti come se fosse al vertice di un’azienda. In un’azienda, il capo ha poteri di vita o di morte; in un ministero, il ministro conta solo per il cerimoniale, ma per il resto è ostaggio di una tecnostruttura che c’era prima di lui e resterà quando lui se ne sarà andato.

Assertivamente, Calenda si è distinto sia per prese di posizione vincenti – suoi due enormi meriti: il piano Industria 4.0 e il piano per l’export -, sia per sortite un po’ patetiche, come quelle contro la Regione Puglia e il Comune di Taranto, a suo dire colpevoli di aver fatto ricorso alla giurisdizione, appellandosi al Tar (diritto di qualsiasi cittadino o ente italiano!) contro scelte governative a loro avviso inique, o contro il rinvio della vendita di Alitalia, destinata ovviamente ad essere differita a dopo il voto. In generale, il pensiero del ministro è ispirato a una visione capitalistico-liberista. È giusto che gli affari vadano dove ci sono le migliori condizioni per svilupparsi. È giusto che il mercato veda tutelate le sue ragioni.

Ebbene: l’Embraco, decidendo si spostare in Slovacchia le produzioni di Chieri, non fa altro che – cinicamente – puntare le sue fiches su un Paese a basso costo del lavoro. Proprio come fece Marchionne qualche anno fa, quando Calenda era ancora nella squadra di Montezemolo, presidente dell’azienda guidata da Marchionne, spostando in Bosnia alcuni investimenti produttivi Fiat che tanti avrebbero desiderato che fossero fatti in Italia. E dunque, cosa ti fa ora Calenda? Biasima l’Embraco che preferisce la Slovacchia all’Italia, in sostanza. Certo: i brasiliani hanno comprato la fabbrica di Chieri 24 anni fa, perché la domanda globale di compressori per frigoriferi era alta, ma col passare degli anni è calata sempre di più, è diventata – con i costi italiani, che non sono colpa di Calenda, ma che Calenda ben conosce: l’energia, la logistica, la burocrazia… – sempre meno competitiva… e dunque produrre compressori lì non conviene più. Meglio la Slovacchia.

Certo, nei suoi 24 anni italiani la Embraco si è avvalsa anche delle cose belle del nostro Paese. Talenti e brevetti compresi, ma ora la pacchia – secondo i brasiliani – è finita. Fa bene Calenda a infuriarsi? Certo che sì: ma dovrebbe sapere, lui, che fare così è ben poco liberista. In un’intervista al Corriere s’inferovra in distinguo legulei tra “aiuti di Stato”, competitività salariale e quant’altro, e poi giustamente evoca il “social dumping” che c’è dietro a ogni competitività sui salari. La stessa che però – attenzione! – gli imprenditori italiani hanno usato da trent’anni delocalizzando le loro imprese a Timisoara, in Romania, o a Tunisi…

E dunque: ben venga, la nuova sensibilità sociale di Calenda, ma chiamiamo con il nome giusto quest’atteggiamento: è un modo di pensare e di fare tipico della poco liberista “economia sociale di mercato”. Quella che a Calenda non piaceva. Potendosi – se Dio vuole! – escludersi che questo modo di fare e dire del ministro sia dettato da un calcolo elettoralistico, si può davvero dargli il benvenuto nella schiera degli economisti moderati di sinistra. Evviva.

Nel sito di Embraco si leggono le parole d’ordine del programma in coerenza col quale arrivano oggi i 500 licenziamenti minacciai per Chieri: “The Evolution project” (il progetto di evoluzione, ndr). L’obiettivo dichiarato è quello di dare “più abilità e flessibilità all’azienda”, per ridurre “gli sprechi e ottimizzare i processi di lavoro” con maggiori “agilità e flessibilità”. Parole che nei mesi scorsi abbiamo sentito mille volte sulla bocca di Calenda. Il quale oggi ha capito che non sempre possono bastare. Ritrovare un talento come il suo finalmente oltre le pure logiche di mercato “senza se e senza ma” è un sollievo per tutti.

I commenti dei lettori