VINITALY/ Se il vino è il nostro petrolio: a tre condizioni

- Carlo Pelanda

Il settore vinicolo dà un contributo importante all’export italiano. Ci sarebbe anche il modo per riuscire ad aumentare la forza di questo traino

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La mega-fiera globale “Vinitaly” a Verona porta l’attenzione sul traino già notevole del settore vinicolo (55 milioni di ettolitri) all’economia italiana e anche su come questo possa essere rafforzato. In tre modi: rimozione dei dazi che limitano le esportazioni italiane a favore di altri concorrenti; facilitazione dell’enoturismo; capitalizzazione delle imprese vinicole per dar loro scala adeguata alla penetrazione mondiale con qualificazione continua dei marchi.

I recenti trattati di libero scambio tra Ue con il Giappone e il Canada, che hanno abolito i dazi sui prodotti alimentari, stanno dando un vantaggio formidabile all’export italiano tra cui i prodotti vinicoli. I due più grandi mercati importatori, America e Cina, però, impongono ancora dazi all’export italiano alimentare, con la complicazione che il secondo non penalizza via dogana l’export vinicolo dell’Australia e che le produzioni del Cile – ambedue nazioni “vinizzate” da emigrati italiani – hanno accesso facilitato nel primo.

La soluzione è accelerare il trattato di libero scambio tra Ue e Stati Uniti, dove, però, il settore agricolo è stato escluso dai negoziati. Roma dovrebbe premere per un capitolo speciale sul vino e cibi di qualità. Per il mercato cinese bisogna considerare che le nazioni delegano all’Ue i trattati commerciali esterni ed è improbabile che questa possa siglare un accordo profondo con Pechino. Pertanto la materia va trattata aprendo accordi bilaterali selettivi, negli interstizi delle regole Ue che, per esempio, permettono ai produttori francesi di pagare metà dei dazi – come peraltro succede in Svizzera – caricati su quelli italiani.

Una recentissima legge, attesa da decenni, concede alle cantine italiane di estendere la degustazione delle produzioni alla ristorazione, rendendole stazioni più attrezzate per l’enoturismo diffuso. Ciò permette di rendere economicamente sostenibili piccole produzioni vinicole e di altri cibi locali, tutelando l’enorme varietà di cultura alimentare residente in Italia, esaltata da una monumentalità storica unica al mondo.

Salvato il “piccolo”, bisogna anche potenziare il “grande”. Ciò implica la trasformazione in veri e propri sistemi industriali delle case vinicole con ambizioni esportatrici affinché diventino attraenti per i fondi di investimento e per la Borsa, movimento che sta iniziando, ma che ha ancora bisogno di stimoli. Il tutto nella cultura italiana del bere non per stordirsi, ma per gustare.

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