“In Lombardia due ceppi diversi Covid”/ Studio San Matteo: “A Codogno già a gennaio”

- Silvana Palazzo

“In Lombardia due ceppi diversi di coronavirus”, lo studio del San Matteo di Pavia col Niguarda di Milano. “A Codogno circolava già a gennaio”. E sulla plasmaterapia…

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Il paese di Codogno, in provincia di Lodi, deserto per la quarantena da coronavirus (LaPresse)

In Lombardia sono arrivati due ceppi diversi di coronavirus. La conferma ai sospetti dei mesi scorsi è arrivata da uno studio condotto dal San Matteo di Pavia in collaborazione col Niguarda di Milano. «Quello circolato nella zona di Bergamo è diverso dal Coronavirus che si è diffuso nelle province di Cremona e Lodi», ha spiegato il professor Fausto Baldanti, direttore di Virologia al San Matteo. L’esperto parla di «due virus differenti tra loro per sequenza genetica e caratteristiche, che hanno provocato due diversi focolai». Il virologo pavese ne ha parlato in un convegno tenuto nei giorni scorsi all’Università di Pavia e organizzato dall’associato culturale “Nova Ticinum” presieduta dal professor Mario Viganò. Un’altra scoperta importante riguarda il periodo in cui il coronavirus circolava in Lombardia. «Il Covid-19 secondo i nostri studi circolava nella zona rossa di Codogno già dalla metà di gennaio: dagli esami effettuati, abbiamo scoperto anticorpi che risalivano a quell’epoca», ha aggiunto Baldanti.

“PROTOCOLLO SEGUITO A WUHAN QUI NON FUNZIONAVA”

I risultati di questo studio confermano la necessità di rispettare le regole di prevenzione, a partire dall’uso delle mascherine e dal rispetto del distanziamento interpersonale. Questo perché l’immunità di gregge è ben lontana dall’essere raggiunta. «Sempre dai controlli effettuati è emerso che nella zona rossa di Codogno solo il 23 per cento della popolazione ha incontrato il virus». Ma rilevante è quanto ha dichiarato anche il professor Raffaele Bruno, primario di Malattie infettive a Pavia. «Al Policlinico ci siamo resi conto che il protocollo seguito a Wuhan da noi non funzionava: abbiamo seguito altre terapie antivirali, puntando molto sulle terapie antivirali». Invece il professor Cesare Perotti, primario del servizio di Immunoematologia e Trasfusione, ha fatto un primo bilancio della plasmaterapia, spiegando che «il ricorso al plasma iperimmune ha ridotto la mortalità dal 15 al 6 per cento». Inoltre, ha rivelato che la Commissione Ue ha dato loro il compito di scrivere le linee guida per tutta l’Europa riguardo la plasmaterapia. Ma c’è pure un rammarico: «In Italia solo i colleghi dell’ospedale di Mantova hanno deciso di adottare il nostro protocollo». Ma se fosse stata adottata in tutta Italia, «probabilmente sarebbe stato possibile salvare oltre 3mila pazienti che purtroppo sono morti».

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