IN NOME DEL POPOLO ITALIANO/ I 50 anni del film più “impegnato” e attuale di Risi

- Massimo Bordoni

Usciva in sala il 15 dicembre di cinquant’anni fa un film di Dino Risi, sceneggiato dalla coppia d’oro della commedia Age & Scarpelli

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Una scena del film

Usciva in sala il 15 dicembre di cinquant’anni fa un film di Dino Risi, sceneggiato dalla coppia d’oro della commedia Age & Scarpelli, destinato a diventare una sorta di profezia di quanto sarebbe accaduto una ventina di anni dopo, all’epoca dell’indagine Mani Pulite. Si tratta di In Nome del Popolo Italiano, film fondato su una storia, e un assunto di base, apparentemente semplici e lineari.

C’è l’imprenditore che opera al limite delle leggi, truffaldino, arrivista e corruttore, che non si cura di nulla se non dei suoi personali interessi, quindi ipso facto il criminale designato (che la verve creativa di Age & Scarpelli ha chiamato Ing. Santenocito, cioè santo nocivo). E poi c’è il giudice integerrimo, dedito al lavoro, soggetto solo alla legge, incorruttibile. Quindi ipso facto persona sempre dalla parte del giusto, che guarda caso si chiama dott. Bonifazi (dal latino bonum facere. Per inciso: si rimpiange oggi la cultura classica degli scrittori di cinema di quegli anni).

I due si incrociano durante l’indagine del giudice sulla misteriosa morte di una giovane (Ely Galleani), che scopre dedita alla prostituzione di alto bordo. Saputo che il Santenocito conosceva la vittima, pagata in varie occasioni per partecipare alle sue feste di rappresentanza, il giudice tampina l’imprenditore – che lui ritiene essere indegno della società perché arricchitosi con mezzi illeciti (corruzione e altro) – fino a incriminarlo per il delitto della ragazza, dopo aver scoperto la falsa testimonianza resa da un amico per aiutarlo. 

Situazione fin troppo lineare nella sua simbologia, comunque ben narrata secondo gli stilemi della commedia italiana di costume, agrodolce e pungente. Arricchita poi dalla perfetta scelta degli interpreti, maschere senza le quali il cinema italiano della commedia d’autore non sarebbe mai potuto essere lo stesso. Ugo Tognazzi interpreta con una misura da Oscar il giudice integerrimo, mentre Vittorio Gassman conferisce adeguata verve scenica e verbale al personaggio dell’ingegnere, con tanto di lieve accento siciliano. 

Nel turbinoso finale però questi ruoli stilizzati parzialmente si ribaltano. Il giudice Bonifazi ha appena chiuso l’inchiesta incriminando il Santenocito, quando dal diario della ragazza apprende la verità, cioè che la stessa si è suicidata. Vaga incerto per la città deserta finché decide di bruciare il diario, lasciando che un’altra verità (la colpevolezza dell’ingegnere corruttore, che paga ora, innocente, per altri delitti) rimanga agli atti come quella ufficiale, di comodo. 

Nella sua lunga sequenza conclusiva il film contiene però un falso storico: nell’incontro di calcio che furoreggia nel fuoricampo rispetto alla passeggiata rivelatrice del giudice Bonifazi (sta leggendo il diario della ragazza, e la sua voce over ci rivela tutto) l’Italia batte l’Inghilterra. E la circostanza scatena il tifo pazzo dei cittadini, che si butano dai balconi di casa, scendono in piazza con le bandiere, bruciano auto con targa GB, ballano tutti insieme in girotondi scatenati. E in questo turbinio il giudice rivede, nelle sembianze di mille festanti tifosi, il volto sempre beffardamente sorridente del Santenocito, che ora sa essere incolpato ingiustamente. 

Ma siamo nel 1971, la nazionale italiana di calcio fino a quel momento non ha mai battuto l’Inghilterra. Infatti le prime due vittorie si avranno solo nel 1973: in giugno a Torino, nell’amichevole per il 75° anniversario della Figc; e poi in novembre a Londra, nella mitica serata di Wembley quando si vinse con un gol di Fabio Capello nel finale. 

Falso storico che però ha un significato importante nel film di Risi, cioè quello di riportare una cosa falsa, ma tanto verosimilmente documentata da diventare vera. Proprio come fa il Bonifazi quando alla fine scopre la verità e distrugge per sempre il documento fonte della stessa, lasciando il Santenocito al suo destino di reclusione, secondo lui comunque meritato.

Con questo film il regista e gli autori Age & Scarpelli si lanciano in un diretto attacco al “sistema”, nemmeno nascondono di essersi ispirati al lavoro della magistratura di sinistra di quegli anni, impegnata fortemente negli ambiti di conflitto tra gli interessi della grande industria e le nascenti istanze ecologiste (il Santenocito possiede, tra l’altro, una fabbrica di materie plastiche inquinanti). In Nome del Popolo Italiano vede così un Dino Risi più “impegnato” del solito, laddove gran parte della sua produzione precedente lasciava più spazio al divertimento da pura commedia di costume, pur affrontando anche tematiche storico-politiche (un esempio su tutti: Una Vita Difficile, 1961). 

Il film risulta allora più che mai figlio del suo tempo, nella misura in cui la coscienza politica, che permeava più o meno tutto nell’Italia del post-sessantotto, ha esercitato notevole influenza anche sul cinema. Nonostante questo non secondario aspetto, che lo stesso regista dichiarava in più occasioni essere una sorta di limite del film, ricordiamo oggi In Nome del Popolo Italiano come uno degli episodi meglio riusciti della grande storia della commedia all’italiana. Consigliata la visione a chi ritiene normale che un pregiudicato aspri alla Presidenza della Repubblica. 

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