INCHIESTA RIAPERTURA REGIONI/ La Lombardia è ok: il confronto col resto d’italia

- Francesca Bassi, Antonio Vianello, Elisa Boscolo Mengolin

Persiste l’attenzione sui dati della Lombardia riguardo l’andamento dell’epidemia da coronavirus e si parla anche di non riaprire la regione dopo il 3 giugno

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La sede della Regione Lombardia (LaPresse)

Negli ultimi giorni, in particolare dall’inizio della cosiddetta Fase 2 dell’epidemia da Covid-19, parecchia attenzione dei mezzi di informazione si è concentrata sulla regione Lombardia, anche con toni piuttosto critici sulla gestione dell’emergenza sanitaria. Il 27 maggio, a fronte di molte regioni italiane nelle quali i nuovi contagi giornalieri si sono azzerati o sono del valore di poche unità, in Lombardia, si sono registrati 384 nuovi casi di coronavirus, il 66% di tutti i nuovi contagi nel Paese. In realtà, questo numero non stupisce troppo, se ricordiamo che in Lombardia la prevalenza del Covid-19 è pari allo 0,873%, contro una media nazionale dello 0,383%.

Si è anticipata in questi giorni anche la possibilità che i confini della regione Lombardia possano non essere riaperti il 3 giugno, come per la maggior parte delle altre regioni Italiane, ma debbano rimanere chiusi per altri sette o 14 giorni. Da statistici ci siamo chiesti se i numeri possano anche in questo caso dare un contributo utile al dibattito in corso.

A questo proposito abbiamo calcolato alcuni indicatori relativi all’epidemia di Covid-19 e abbiamo seguito la loro evoluzione nel tempo. Abbiamo fatto riferimento ai dati pubblicati giornalmente dalla Protezione Civile Nazionale sul suo sito a partire dalla data del 24 febbraio 2020. La figura qui sotto riproduce l’andamento giornaliero dei seguenti indici: percentuale di pazienti positivi al Covid-19 ricoverati in ospedale (esclusi i ricoverati in terapia intensiva), percentuale di pazienti positivi al Covid-19 ricoverati in terapia intensiva e percentuale di pazienti positivi al Covid-19 domiciliati.

È evidente dall’andamento delle linee nel grafico che la situazione nei tre mesi trascorsi dall’inizio dell’epidemia (abbiamo i dati dal 24 febbraio) è decisamente migliorata. Dopo inevitabili fluttuazioni degli indicatori fino alla metà del mese di marzo, la percentuale di pazienti ospedalizzati, sia nei reparti di malattie infettive che di terapia intensiva, ha continuato a diminuire, mentre la percentuale di coloro che possono essere curati a casa è in continua crescita. In particolare, il 20 marzo, la curva blu dei ricoveri e quella verde dei pazienti domiciliati si incrociano, nei giorni successivi si distanziano progressivamente.

Quest’analisi prescinde dai valori assoluti dei contagi, fa invece vedere come, fatti 100 i pazienti totali, quanti di essi devono essere ricoverati in reparto di malattie infettive, quanti necessitano di terapia intensiva, quanti possono essere curati a casa. È una sorta di fotografia della gravità della malattia dal punto di vista sanitario (alcuni sostengono che il virus si sia indebolito) e dell’organizzazione nella gestione dei pazienti.

La figura successiva rappresenta invece l’andamento del tasso di letalità, calcolato come numero di deceduti su pazienti totali positivi registrati 10 giorni prima (questo è infatti il periodo medio stimato tra l’insorgenza dei sintomi e il decesso dall’Istituto Superiore di Sanità). Il tasso di letalità è stato molto elevato nei primi giorni dell’epidemia, sicuramente anche per il basso numero di tamponi effettuati, che rendono piccolo il denominatore dell’indicatore. Il tasso di letalità è poi sempre diminuito; raggiungendo nel mese di maggio il 14%.

Il grafico successivo confronta l’andamento degli indicatori dei pazienti in terapia intensiva, ricoverati in reparti di malattie infettive e in isolamento domiciliare in Lombardia (linee continue) e in Italia (linee tratteggiate). Come si può notare, anche in Lombardia, dopo un iniziale periodo di valori molto fluttuanti, le curve verde (domiciliati) e blu (ospedalizzati) si sono incrociate e la percentuale di pazienti curati a casa ha cominciato a crescere, mentre quella dei ricoverati a diminuire.

Questo fenomeno si è verificato però circa una settimana più tardi che nel complesso del Paese, intorno al 27 marzo. Negli ultimi giorni del mese di maggio, i valori degli indicatori in Lombardia stanno raggiungendo stabilmente i valori nazionali. La percentuale di pazienti in terapia intensiva (linea rossa) anche in Lombardia è progressivamente diminuita, restando leggermente superiore alla media nazionale (il 27 maggio, 1% in Lombardia, 0,7% in Italia). Parrebbe che la Lombardia abbia bisogno di un tempo più lungo per gestire al meglio l’emergenza sanitaria. A onore del vero, la regione Liguria, di cui si parla molto meno, ha degli andamenti delle curve degli indicatori molto simili a quelle della Lombardia.

In Lombardia rimane certamente una criticità sul tasso di letalità, che continua e rimanere sistematicamente più elevato che nel complesso del Paese. Ciò potrebbe essere però dovuto alla cosiddetta letalità apparente. Il tasso di letalità, infatti, ha al suo denominatore il numero di persone contagiate dal virus, al numeratore il numero dei deceduti. Si parla di tasso di letalità apparente quando ci si aspetta che il numero dei contagi sia sottostimato; tale sottostima, porta a una misura della letalità più elevata di quella che si verifica nella realtà. Secondo numerosi studi, il numero dei contagi totali da coronavirus è più alto di quello accertato mediante i tamponi nasofaringei. Questa sottostima potrebbe, per varie ragioni, essere più importante in Lombardia. Potremmo sciogliere questo dubbio quando saranno disponibili i risultati dell’indagine campionaria che Istat sta conducendo sulla popolazione Italiana per ottenere una stima della sieroprevalenza.



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