INCHIESTA TRIVULZIO/ Flop dell’artiglieria mediatica che non rispetta fatti (e morti)

- Renato Farina

Un anno e mezzo dopo l’inchiesta sulle morti al Pio Albergo Trivulzio di Milano si chiude con l’archiviazione. Il flop di uno scandalo montato ad arte

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(LaPresse)

Indagine che si chiude, un anno e mezzo dopo l’apertura richiesta con squilli di tromba dai maggiori quotidiani italiani. La procura che chiede l’archiviazione, con la richiesta al Gip di proscioglimento. Queste le notizie di ieri. Si riferiscono alle morti del Pio Albergo Trivulzio, la residenza per anziani più famosa d’Italia, dove il Covid uccise molti ospiti. Allora quei morti furono usati, loro malgrado, come una clava per colpire non solo i responsabili di quella e di altre strutture, ma perfetta per abbattere il governo lombardo fatto passare per criminale. Anzi, di più: per demolire le riforme che hanno reso la sanità di questa regione l’assoluta eccellenza europea, con l’innesto del principio di sussidiarietà nel welfare.

E adesso? Adesso ciao. Chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto. Funziona così da noi. Lo scandalo fu suscitato ad arte da una sequenza di articoli di “Repubblica”, “Il Corriere della Sera” e “Il Fatto”. Oggi i pm ammettono che ad aprire quel fascicolo contribuì proprio quella bordata di artiglieria mediatica, che nel loro linguaggio è riferita così: «pubblicazione di notizie allarmanti sui mezzi di informazione». La tecnica fu quella di isolare quel pezzetto di mondo tra il Lambro e il Serio per criminalizzarne la guida amministrativa e politica, evitando qualsiasi paragone con il resto del mondo, dove agli anziani, proporzionatamente all’entità e alla virulenza del contagio, accadevano esattamente le medesime stragi.

Basta guardare i titoli di ieri dei giornali che si intestarono questa battaglia con il lanciafiamme per verificare l’indecente minimizzazione di quel che hanno accertato i pubblici ministeri in diciotto mesi di inchiesta. Era stata “La Repubblica” ad aprire le danze il 5 aprile e poi proseguire nei seguenti con questa serie di titoli: «La strage nascosta del Trivulzio»; «L’epidemia insabbiata»; «Si allarga la vergogna del Trivulzio». Roba tutta da prima pagina. Ieri il medesimo quotidiano se l’è cavata con un articolo a pagina 19 coronato da questo titolo fasullo a tre colonne: «Trivulzio, 300 morti senza colpevoli. La procura chiede l’archiviazione”». Senza colpevoli? Si parla di mancati colpevoli quando c’è un crimine impunito. Si chiama suggestione falsificante. Si archivia non perché sono mancati i colpevoli, ma perché non c’è delitto. Fake news, signori.

Quanto al “Corriere”, nessuno sottolinea come il grande quotidiano milanese abbia agito di sostegno magari un po’ tardivo alla campagna di “Repubblica”, ma ci si era buttato a pesce un momento dopo. Uniti nella lotta. La vignetta del “Corriere della Sera”, a firma Giannelli, fotografa lo stato d’animo e il piano d’azione. Il disegno mostra le guardie all’opera nell’ex Baggina, con tanto di mascalzone in manetta. Dice il testo: «Sotto inchiesta a ventotto anni dall’arresto di Mario Chiesa». Dalle finestre un ospite dice: «Possibile ci sia ancora un mariuolo?!».

Ovvio. Allora come oggi ci sono elementi materiali per un’inchiesta. Anzi, oggi l’oggetto dello scandalo e del potenziale reato è decisamente più spaventoso. Là era una mazzetta di cinque milioni di lire gettata nel water, qui c’è la conta dei morti innocenti e abbandonati al virus, causati – è l’ipotesi – dalla negligenza di chi ha trascurato la sicurezza dei degenti e del personale.

Così è troppo facile, troppo semplice. In ballo non c’è l’individuazione di un reato e la punizione dei colpevoli. Allora come oggi il colpevole è il sistema, che si reggerebbe sull’opacità e sul malaffare di chi ha creato una macchina dedicata non al bene comune, ma all’arricchimento corruttivo dei soggetti in posizione apicale e via via alle loro clientele.

Questa tesi è stata esposta dapprima su “Repubblica”, quindi sul “Fatto” e alla fine – con qualche voce dissonante – dal “Corriere della Sera” (in particolare con un editoriale di Angelo Panebianco). Dunque è partita dai media mainstream, come si dice, quelli dell’establishment, uniti in uno strano appoggio al governo Conte e ai giallo-rossi, sia pure con occasionali distinguo.

Ieri come se l’è cavata il “Corriere”? Una contro vignetta di Giannelli? Figuriamoci. Venticinque righe a pagina 20, siglate g.gua. Con un titolo anodino: «I morti del Trivulzio: “Indagine da archiviare”». Nessun accenno al proscioglimento di quelli indicati al furore popolare come «mariuoli».

E “il Fatto”? Era stata la terza gamba degli attacchi. Una gamba con il rostro di una violenza verbale da pirateria giornalistica: «”Strage dei nonni”: è la Mani pulite delle case di riposo». Ieri prende atto di come i solitamente amatissimi pm abbiano demolito i sospetti? Neanche un po’. “Il Fatto” non si arrende. Insiste in un lavoro di falsificazione virgolettando in prima pagina questa frase dei pm che non esiste: «Rischi sminuiti, ma archiviazione». Avete mai letto una frase di Fontana o di qualche assessore che abbia minimizzato? Semmai in quei giorni Attilio Fontana fu accusato di esasperare i pericoli parlando in tivù con la mascherina. E a prendere l’aperitivo ai Navigli ci era andato Nicola Zingaretti non un assessore regionale…

L’articolo di maggior eco in quelle settimane di campagna ossessiva fu quello pubblicato da “Le Monde” a firma di Roberto Saviano, ripreso da “Repubblica”. Dove si arrivò inopinatamente a sostenere che le Residenze sanitarie assistenziali (Rsa) dedicate agli anziani ospiti lombardi erano paragonabili ai lager dove i nazisti rinchiudevano gli ebrei. Un piccolo mea culpa, una onesta ammissione tipo «ho esagerato» sarebbe auspicabile. Ma purtroppo questa è l’Italia e pure “Le Monde”…

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