INDUSTRIA/ Carboniero: la ripresa è possibile, l’Italia si fidi delle sue imprese

- int. Massimo Carboniero

Massimo Carboniero conclude un quadriennio alla presidenza Ucimu: “Per la ripresa è fondamentale una manifattura competitiva”

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Massimo Carboniero

Quattro anni in prima linea al vertice dell’Ucimu,  “davvero entusiasmanti e ricchi di soddisfazioni”, dice al IlSussidiario.net Massimo Carboniero. L’ultimo “premio” è giunto l’1 ottobre, all’assemblea annuale dell’associazione italiana dei produttori di macchine utensili e sistemi per produrre, che in questo turbolento 2020 festeggia i suoi 75 anni. L’assemblea è stata spostata di tre mesi per l’emergenza Covid, ma si è tradotta – sottolinea il Presidente uscente  – “in un segnale forte e chiaro di resilienza per l’intera manifattura italiana”. Non è stato un caso che il nuovo Presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, abbia voluto essere presente a Cinisello Balsamo: nella sua prima uscita ospitata da un’associazione di categoria dopo l’assemblea di viale dell’Astronomia. Ha voluto esserci al passaggio di testimone fra Massimo Carboniero e Barbara Colombo, l’amministratore delegato della Ficep, che gli associati Ucimu hanno prescelto come nuovo numero uno. Il primo “in bocca al lupo” è giunto naturalmente dal predecessore, sempre più impegnato nella sua Omera, l’azienda vicentina leader nella macchine per la deformazione della lamiera. Il past president Ucimu rimane in trincea come chairman del comitato tecnico di Cecimo, l’associazione dei produttori Ue di macchine utensili, robot e meccatronica.

Quattro anni di soddisfazioni: la più importante?

Nel 2016 mi era stata affidata un’associazione forte e dinamica. Grazie alla vicinanza di tutta la nostra comunità d’imprese e all’impegno della struttura riesco ora a lasciare a Barbara Colombo un’organizzazione ancora più vitale: gli iscritti sono passati da 190 a 236. La manifattura italiana, nei molti settori d’eccellenza come il nostro, non è affatto in declino.

Il 2020 si sta chiudendo in uno scenario che all’inizio dell’anno nessuno avrebbe lontanamente immaginato.

Purtroppo sì e all’assemblea abbiamo fatto un punto della situazione sicuramente problematicoTutte le aziende Ucimu hanno accusato arretramenti sensibili: la stima aggregata del nostro centro studi per la fine dell’anno parla di un -36% per il valore della produzione, con una caduta dell’export superiore al 27%. Basta guardare la mappa del contagio Covid e dei crolli di Pil susseguenti – dalla Cina all’Italia e all’intera Ue, dalla Russia al Brasile, dall’India agli Usa – per capire quanto duramente sia stato colpito l’industria italiana delle macchine utensili. Ma da imprenditori ci siamo già proiettati sul futuro: con l’ottimismo della ragione.  

Quali sono le attese per il 2021?

Al momento non sono sfavorevoli. Le previsioni di Oxford Economics puntano sulla ripresa degli investimenti in tecnologie di produzione già a partire dal 2021, quando la domanda mondiale di macchine utensili dovrebbe crescere a un ritmo superiore al 15%, Il trend positivo potrebbe continuare anche nel triennio consecutivo in modo costante.

E l’Italia in Europa?

Con un incremento del consumo atteso sopra il +20%, l’Europa, nel 2021, dovrebbe risultare l’area più vivace del mercato globale. Occorre però considerare che l’Europa è l’area che ha sofferto maggiormente nell’ultimo biennio, anche prima della pandemia. In Italia, dopo il pesante arretramento registrato nel biennio 2019-2020, nel 2021 il consumo di macchine utensili dovrebbe tornare a crescere attestandosi a oltre 3,1 miliardi, il 38% in più rispetto al 2020.

C’è fiducia nel Recovery Fund?

Certamente: l’Italia è il Paese che beneficia maggiormente delle decisioni Ue. Non bisogna però mai dimenticare che si tratterà per una parte importante di fondi da rimborsare. Quindi – vista dal nostro versante di imprenditori – riteniamo oltremodo cruciale la fase di decisione di impiego dei fondi europei per la resilienza e ricostruzione: andrebbero quanto più investiti nello sviluppo e nella crescita dell’Azienda-Paese.

Al Governo avete avanzato richieste precise di politica industriale.

Si, anzitutto la strutturalità del piano Transizione 4.0. Da tre anni il Governo, anzi tre Governi successivi hanno riconosciuto – alla scadenza annuale della legge di stabilità – il valore della strategia di digitalizzazione intrapresa anche dall’Italia in parallelo con gli altri Paesi Ue. Ucimu fin dapprincipio ha sollecitato che il piano avesse una stabilità almeno triennale. Abbiamo rilanciato con forza la raccomandazione anche nell’assemblea 2020. Il piano 4.0 ha mostrato risultati concreti e visibili: trainando la produzione industriale, l’occupazione, soprattutto l’innovazione finalizzata alla competitività del sistema-Paese. E anche il ministero dello Sviluppo è consapevole che almeno la metà della platea delle imprese potenzialmente interessate dal “balzo in avanti” digitale non è ancora salita a bordo di Transizione 4.0. E si tratta soprattutto delle imprese più piccole.

Avete chiesto un aumento delle risorse del bilancio pubblico per la digitalizzazione: perché?

Abbiamo ipotizzato l’aumento dei massimali su cui applicare il credito di imposta e la rimodulazione delle aliquote del credito di imposta sia per gli acquisti di nuovi macchinari sia per gli acquisti di nuovi macchinari dotati di tecnologia 4.0. In particolare, per gli acquisti di nuove macchine utensili – per capirci quelle che in passato erano soggetti al super ammortamento – chiediamo di raddoppiare l’aliquota del credito di imposta ora fissata al 6%. Questo perché la trasformazione dell’industria manifatturiera italiana è un fatto graduale. Ci sono aziende che sono già arrivate a una fase molto avanzata di digitalizzazione. Ve ne sono altre invece che hanno bisogno anzitutto di svecchiare il parco macchine presente nelle loro officine. Dobbiamo accompagnare le imprese nella loro crescita a qualsiasi stadio di innovazione esse si trovino. Perché l’aggiornamento dei macchinari può attivare poi successivamente la trasformazione digitale.

Sul tavolo resta il dossier Formazione 4.0.

Nuove tecnologie impongono nuove conoscenze e trainano una vera e propria rivoluzione non solo della produzione ma anche dei processi. Tutto questo ha a che fare con l’aggiornamento del personale impiegato in azienda. Molto più che in altri sistemi economici, l’Italia si regge su un sistema di PMI, per lo più di proprietà e a gestione familiare, ne deriva quindi che il fattore umano sia ancor più determinante per il successo della stessa impresa. A questo proposito noi costruttori di macchine utensili proponiamo di rivedere il provvedimento sulla formazione 4.0, affinché nel calcolo del credito di imposta sia compreso non solo il costo del personale impegnato nella formazione per le ore di aggiornamento svolte ma anche il costo dei formatori, l’aspetto più oneroso, specialmente per una PMI. Oltre alla formazione continua è poi importante considerare anche la formazione di base e, in particolare, la formazione tecnica di base, troppo spesso bistrattata e sottovalutata.

Sta parlando dell’interfaccia critica fra scuola e lavoro?

In un Paese che è afflitto dal 30% di disoccupazione giovanile, nel nostro settore è ancora difficile trovare giovani risorse preparate con compete meccatronici, elettronici, informatici ed esperti in tecnologie dell’automazione. Si tratta di un deficit scolastico gravissimo che va in ogni modo colmato. Le autorità di governo devono assolutamente lavorare al potenziamento degli ITS, guardando alle esperienze di grande successo della Germania, Francia e Spagna.

Il 14 ottobre alla Fiera di Milano è fissata l’inaugurazione della 32.BI-MU: ripresa dell’attività fieristica dopo il lockdown.

Se l’innovazione è il primo driver dello sviluppo delle nostre aziende, il secondo è quello dell’internazionalizzazione, dei servizi utili per imprese grandi esportatrici come quelle italiane. Personalmente l’ho sentito come impegno forte nel mio mandato di presidente Ucimu: i forum bilaterali in Cina e Russia ne sono stati la testimonianza più visibile.  La fieristica – nella quale l’Italia è un grande player – rimarrà strategica per la manifattura nazionale:  per questo abbiamo accolto con molto favore l’iniziativa del “Patto per l’export” promossa dal Governo attraverso Sace e Simest. Non si può prescindere dal presidio diretto dei mercati e dal momento di incontro tra le persone. Non tutto può essere fatto in web chat.  E questo mi offre lo spunto di una riflessione più generale, allorché vi sono molte avvisaglie di un ritorno del contagio.

Quale?

Il blocco e, ora, le limitazioni alla mobilità imposte da questa emergenza, stanno fortemente condizionando l’operato delle aziende sui mercati esteri e questo è un grave danno per un settore che esporta più della metà della produzione nazionale.  Per questo abbiamo chiesto, nel rispetto delle norme sanitarie, di ragionare su una possibile revisione delle procedure da mantenere nel caso di trasferte, oggi fortemente frenate dalla necessità di rispettare periodi di quarantena al rientro dall’estero. Il blocco dei dipendenti per 14 giorni diviene un problema di difficile gestione perché rischia di paralizzare l’attività aziendale a causa della mancanza di personale e dell’aumento dei costi relativi.

Cosa augura alle imprese di Ucimu?

Alle associate, auguro che la ripresa del mercato – specialmente quello estero – sia rapida e vigorosa, considerata anche la nostra leadership tecnologica. da imprenditore continuo poi ad avere un sogno: che gli italiani capiscano e apprezzino fino in fondo le imprese del loro Paese. Senza di esse non ci potrà mai essere vero sviluppo, cioè benessere reale e diffuso e solida coesione sociale.

Il suo impegno associativo si conclude?

Per il momento sono impegnato moltissimo  nello sviluppo della mia azienda di famiglia, l’Omera, nella quale si sta affacciando la terza generazione. Per questo ho declinato, fra l’altro, inviti ad assumere subito altri prestigiosi incarichi. Resto chairman del comitato tecnico del Cecimo: un’esperienza che mi appassiona molto perché Bruxelles è sempre più centrale. E poi ho sempre concepito il mio servizio associativo come concretamente operativo per me e per le imprese che mi trovo a rappresentare. 

(Antonio Quaglio)

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