INFLAZIONE/ Il trend al rialzo che sussidi e tagli alle tasse non possono compensare

- Paolo Annoni

Il dato relativo al rialzo dell’inflazione comunicato ieri dall’Istat racconta solo una parte di una realtà che appare meno rassicurante delle apparenze

prendere decisioni difficile
Foto di mohamed Hassan da Pixabay

L’inflazione a ottobre, comunicata ieri dall’Istat, ha fatto segnare il valore più alto dal 2012 con un incremento rispetto a ottobre del 2020 del 3,0%. Il numero, come spesso accade, racconta solo una parte della realtà perché è la media di incrementi superiori o vicini alla doppia cifra, come elettricità o trasporti, e altri che sono negativi come “istruzione” o “comunicazioni” che potrebbero essere considerate voci di spesa più discrezionali. Il dato deve essere contestualizzato perché la fiammata dei prezzi di molti beni è recente e in molti casi non si è ancora tradotta in un aumento dei prezzi al consumo. 

L’inflazione dei “prodotti alimentari”, secondo il dato comunicato ieri, è ferma all’1,1%, eppure i prezzi di molti prodotti agricoli sono sensibilmente superiori a quelli di tre mesi fa; le quotazioni del grano sono del 40% più alte di un anno fa; i prezzi delle carne, anche in Italia, hanno subito incrementi a due cifre esattamente in linea con quanto emerso settimana scorsa nel dato dell’inflazione degli Stati Uniti. I prezzi del latte sono appena stati aggiornati con un incremento decisamente più alto dell’1% per riflettere l’incremento dei costi di produzione. I prezzi di alluminio e plastica per il packaging sono anch’essi decisamente più alti di un anno fa. La fotografia dell’Istat, inevitabilmente, deve essere integrata con uno sguardo agli andamenti dei prezzi alla produzione e all’accelerazione del fenomeno inflattivo degli ultimi mesi. 

Il prezzo del gas in Europa (prendiamo a riferimento il TTF “a un mese”) a inizio ottobre aveva raggiunto 120 euro a MWh contro i 15 di un anno fa; il rintracciamento di ottobre con i prezzi tornati sotto i 70 è stato sufficiente perché il tema scomparisse dal dibattito. Negli ultimissimi giorni, complici le tensioni con la Russia, siamo tornati a 95. È un trend che porterà a ulteriori incrementi proprio alla vigilia della stagione invernale quando i consumi di elettricità e di gas salgono.

Il 3% comunicato ieri dall’Istat fotografa solo in parte l’incremento dei prezzi subito dalla classe media e non rileva l’accelerazione dei costi alla produzione delle ultime settimane che non è ancora stata incorporata nei prezzi al consumo. 

Questa dinamica non può essere controbilanciata da tagli alle tasse o da sussidi che sono solo palliativi. Ogni fattore che concorre ad alzare strutturalmente i prezzi, dalla transizione energetica, costosissima, alla burocrazia imposta alle imprese, passando per la spesa pubblica passata indenne a una crisi bestiale e finanziata dalle Banche centrali, dovrebbe essere ponderato attentamente. I consumi risentono e risentiranno ancora di più dell’incremento del costo della vita a fronte di salari asfittici con la produttività delle imprese devastata dalla guerra commerciale, dai costi della transizione energetica oltre che da regole e controlli. Anche il Pil ha limiti oggettivi e fotografa solo in parte l’andamento dell’economia e il benessere della popolazione. 

Questi temi non sono problemi “economici”, ma assolutamente politici. Il 3% comunicato ieri è rassicurante solo se osservato in superficie e senza approfondimenti.

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