INFLAZIONE/ La visione diversa tra imprese e famiglie sul futuro dei prezzi

- Stefano Masa

Dalle rilevazioni di Istat e Banca d’Italia risulta che famiglie e imprese hanno aspettative diverse circa l’andamento futuro dell’inflazione

prendere decisioni difficile
Foto di mohamed Hassan da Pixabay

Nella teoria dell’apprendimento elaborata da Edward Chace Tolman la nozione di aspettativa riveste un ruolo cruciale. Troviamo una calzante definizione nel celebre “Nuovo Dizionario di Psicologia Psichiatria Psicoanalisi Neuroscienza” del poliedrico Umberto Galimberti: «L’aspettativa è una sorta di reazione anticipatoria di meta ricavabile da esperienze precedenti. Gli organismi esposti a sequenze regolari di eventi anticipano le componenti successive della sequenza quando i primi si siano verificati». 

Nulla togliendo alla validità di tale definizione, in ambito economico e finanziario, non è un azzardo affiancare al termine aspettativa le due uniche possibili e dirette conseguenze: un guadagno o una perdita. Verosimilmente, anche se apparentemente semplicistico, si può affermare come il moto dei prezzi sui mercati finanziari sia dettato prevalentemente dalle stesse dinamiche sottostanti alle innumerevoli (se non addirittura infinite) aspettative di compratori e venditori che, rivestiti i panni dei rispettivi ruoli nel contendere, vedranno tradurre il loro operato in vittoria o sconfitta.

Oggi, a seguito dei significativi e diffusi ribassi sulle due principali asset class (equity e bond), è facilmente ipotizzabile come le (numerose) aspettative in ottica futura abbiano vissuto un vero e proprio stravolgimento. Da qualche tempo a questa parte, a catalizzare l’umore dei risparmiatori, sono i dati sempre in crescita riconducibili all’inflazione. Un carovita in rialzo su base mondiale che vede valori percentuali giungere a soglie con doppia cifra (Grecia) rispetto ad altri livelli che si attestano “solamente” poco sotto i dieci punti (Usa, Germania, Spagna). Meglio, invece, alcune economie che navigano (per il momento) con valori più contenuti: Francia (4,8%) e Italia (6,2%). 

Sull’inflazione del nostro Paese, e sulla sua cosiddetta aspettativa, qualche interrogativo è doveroso. 

Nella recente “Nota mensile sull’andamento dell’economia italiana” di Istat diffusa martedì emerge come l’inflazione ad aprile abbia «segnato una prima decelerazione, interrompendo la fase di progressivi aumenti in corso da nove mesi». 

Nello stesso documento, inoltre, si può leggere chiaramente quanto i consumatori (le famiglie) si aspettano per il futuro: «Incertezza e cautela hanno caratterizzato ad aprile le aspettative dei consumatori circa gli sviluppi dell’inflazione. La media delle attese di coloro che si aspettano un incremento dei prezzi nei prossimi mesi ha subito una diminuzione». Di fatto, come lo stesso grafico riportato nella nota, la “Media delle attese delle famiglie sulla crescita dei prezzi nei prossimi 12 mesi” risulta in calo. Andando oltre, però, emerge il segnale contrastante sul tema dell’aspettativa: alla positiva rilevazione in capo alle famiglie, viene contrapposta quella delle imprese: «Dal lato delle imprese, hanno continuato a crescere coloro che nel settore manifatturiero si aspettano aumenti dei prezzi». 

Da una mera comparazione oggettiva, tali opposte considerazioni, riportano alla luce due scenari contrapposti tra due contrapposti attori del mercato: le famiglie (o comunque il lato dei consumatori) e le imprese (verosimilmente il lato dell’offerta).

La negativa aspettativa sul versante delle imprese non può sorprendere nessuno. Ad aprile, infatti, Banca d’Italia aveva diffuso la sua “Indagine sulle aspettative di inflazione e crescita” relativa al primo trimestre 2022. Da quanto condotto tra il 23 febbraio e il 16 marzo 2022 presso le imprese italiane dell’industria e dei servizi con almeno cinquanta addetti, veniva riportato un sentiment peggiore: «Le attese sull’inflazione al consumo sono state nuovamente riviste al rialzo in misura marcata su tutti gli orizzonti temporali, soprattutto quelli più brevi, e si attestano su livelli storicamente elevati. Le aziende anticipano un tasso annuo di inflazione pari, in media, a 5,3 per cento tra 6 mesi (da 3,1), a 4,6 tra 12 mesi (da 3,2), a 4,1 tra 2 anni (da 3,0) e a 3,8 (da 2,8) su un orizzonte compreso tra i 3 e i 5 anni (Figure 5, 6 e 7). Per tre quarti delle imprese l’inflazione a 6 mesi sarà di almeno il 4,5 per cento, quella a 12 mesi almeno 3,2 e quella a 2 anni 2,5».

I dati parlano chiaro rappresentando inequivocabilmente aspettative in opposizione tra loro: da un lato abbiamo le famiglie (consumatori) che vedono un futuro inflazionistico in miglioramento, in contrapposizione, invece, troviamo le imprese che, addirittura cadenzando singoli intervalli temporali, manifestano il loro scetticismo nel domani. Da tali riscontri appare evidente come la realtà premierà un solo soggetto (a danno dell’altro).

Oggi, non è importante sapere chi sarà “il vincitore” in questa sorta di scontro ideale; quello che invece conta sapere, purtroppo, sarà l’ammontare del fatidico e inevitabile danno. 

Prescindendo da ogni tipo di aspettativa a perdere saranno tutti: il Paese Italia con le sue famiglie e le sue imprese. 

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