Ingroia: “Borsellino non si fidava di molti pm”/ “Mi disse ‘Manda tutti in ferie’ e…”

- Chiara Ferrara

Antonio Ingroia, teste dell’accusa nel processo sul depistaggio sulle indagini della strage di Via D’Amelio, racconta gli ultimi giorni di Paolo Borsellino: “Non si fidava di molti pm”

Antonio Ingroia matteo renzi
Antonio Ingroia, foto Facebook

Antonio Ingroia, ex procuratore aggiunto di Palermo, è stato ascoltato come teste dell’accusa nel processo sul depistaggio sulle indagini della strage di Via D’Amelio: l’oggi avvocato, come riportato da Adnkronos, ha parlato del periodo antecedente alla morte di Paolo Borsellino e dei comportamenti che quest’ultimo aveva. “Non si fidava di molti pm della Procura. Aveva sempre la porta chiusa”. La situazione era cambiata soprattutto negli ultimi tempi. Prima, infatti, era sempre sorridente e amichevole, tanto che “nel suo studio c’era un via vai di colleghi”, a differenza di Giovanni Falcone che era più riservato.

Il giudice ucciso il 19 luglio 1992 si fidava, in base alla ricostruzione, di lui e di pochi altri. “Pensava che l’80 per cento della procura fosse controllata dal Procuratore di allora Giammanco. Poi c’era un gruppo sparuto chiamato in modo sprezzante i ‘Falconiani’ che per lui era un punto di riferimento”, ha spiegato Antonio Ingroia. È per questa ragione che quell’estate non voleva che l’ex procuratore aggiunto di Palermo andasse in vacanza. “Mi disse ‘Fai andare tutti questi in ferie e ci lavoriamo noi’”.

Ingroia: “Borsellino non si fidava di molti pm”. La collaborazione con Mutolo

Un elemento chiave nel racconto di Antonio Ingroia sugli ultimi giorni di vita di Paolo Borsellino riguarda la collaborazione con Gaspare Mutolo, che doveva restare segreta. “Ricordo un giorno mi disse nella sua stanza di non dire a nessuno di una importante collaborazione che stava per arrivare. La prima volta non mi disse neanche il nome, ma che c’era un grosso pentito che si apprestava a collaborare e che a suo parere poteva fare luce su legami tra Cosa Nostra e altri ambienti”, ha ricordato.

Pochi giorni dopo, tuttavia, Bruno Contrada, dirigente dei Servizi Segreti arrestato a dicembre del 1992 per concorso esterno in associazione mafiosa, era a conoscenza del pentimento di Gaspare Mutolo. “Paolo lo percepì come un segnale preoccupante. Pensò che qualcuno dal ministero dell’Interno voleva fargli sapere che Contrada non era solo e c’erano loro dietro di lui”, ha concluso.





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