INNER SPACES/ San Fedele, una rassegna sul suono, tra classica e ambient

- Lucio Valentini

Al Teatro San Fedele un compositore gesuita e degli appassionati hanno messo in piedi una rassegna che mischia provenienze pop e colte e si concentra sul suono

acusmonium
I protagonisti della rassegna Inner Spaces

A due passi dalla Scala, c’è un posto che prova a scrivere una pagina diversa nel panorama musicale milanese. L’Auditorium San Fedele, in via Hoepli, è un luogo sotterraneo per l’ascolto di musica che assomiglia a un auditorium tradizionale, ma che in realtà al posto dell’orchestra ha un sistema di 50 altoparlanti, chiamato Acusmonium, che come un’orchestra ha elementi disposti a seconda delle frequenze che riproducono, solo che al posto degli strumentisti ha degli altoparlanti.

In questo luogo La fondazione San Fedele, un’associazione di gesuiti, gestisce da anni una rassegna musicale che accoglie appassionati di musica elettronica dedita alla ricerca, da ascoltare seduti, in silenzio, al buio, come quando si va a sentire l’opera. A volte le performance hanno una loro componente video, più spesso c’è solo oscurità e suono, quindi non c’è nemmeno un palco illuminato da guardare. Fino agli anni scorsi non prendeva neanche il cellulare, purtroppo da quest’anno sì.

La rassegna, di nome Inner Spaces, è volta completamente alla ricerca e alla sperimentazione nel campo sonoro, ed è gestita da un sacerdote e compositore gesuita, Don Antonio Pileggi, che introduce personalmente l’evento del lunedì sera, che si svolge una volta al mese. La cosa che mi ha più colpito, da quando ho iniziato a frequentare questa manifestazione, nel 2015, è che riusciva a mischiare due mondi.

Il primo proviene da un mondo che io conosco abbastanza bene, quello della musica elettronica (leggera o popolare che dir si voglia) che si può trovare su riviste online e sui forum, specialmente quella lontana dalla ripetizione “da discoteca” e amante della sperimentazione, e che spesso si allontana dalla frenesia della musica elettronica di largo consumo per andare verso suoni più calmi. Come esempio possiamo citare nomi ormai storici come Aphex Twin (o Richard D. James, se volesse fare l’artista “colto”) o più recenti come Loscil, artista ambient canadese che è stato ospite di Inner Spaces, osannati in una piccola parte nascosta del web sulla quale, forse, ho passato troppo tempo.

Il secondo è quello figlio della sperimentazione elettroacustica, un termine usato da artisti che provenivano da conservatori o scuole di musica colta, e che usavano suoni non provenienti da fonti acustiche, ma che creavano frequenze da fonti elettroniche. Un nome rappresentativo è Schaffer, che ha lavorato sul concetto di oggetto sonoro, di suono staccato dalla fonte che lo causa.

Il primo ambito è decisamente più vicino alla musica popolare, il secondo fa più esplicito riferimento alla musica colta. Qua i due mondi si incontrano: San Fedele ha chiamato artisti come Emptyset, che hanno suonato al Berghain, così come ha riprodotto opere di Bernard Parmegiani, o, come farà il 21 ottobre, per il prossimo episodio della rassegna, una pièce di Stockhausen. Che sarà accompagna da un’altra composizione di Bayle, che l’Acusmonium l’ha inventato.

Sono due platee diverse, che ascoltano prodotti diversi e che arrivano alla musica tramite canali diversi (o almeno era così prima che internet mischiasse tutto). Da una parte lo studente di conservatorio che si interessa alla musica prodotta dopo la crisi del sistema tonale, dall’altra l’appassionato che si perde tra forum, riviste musicali e ambienti alternativi arrivando, da generi convenzionati come il pop, il rock o la techno, a musiche e suoni del tutto sperimentali.

Qua al San Fedele conta più il suono della musica, e di musica nel senso “convenzionale” ne sentirete ben poca. Sono suoni che vi colpiranno da ogni lato: fruscii, sibili, rumori della vita quotidiana o industriali, che si susseguono in un calderone che a volte è ermetico, altre volte ben congegnato. A volte il suono ha un fine, altre volte è oscuro, altre ancora ha un effetto taumaturgico (come il fatto che non prenda il cellulare).

Sono due ambiti che con la diffusione di strumenti elettronici in entrambi i campi hanno finito per incontrarsi, o più spesso scontrarsi. Proprio Stockhausen si rese protagonista di uno scontro con Aphex Twin, complice la rivista inglese The Wire, nell’ormai lontano 1995. In quell’occasione il compositore tedesco consigliò al ragazzotto inglese di “smetterla con le ripetizioni post-africane”, mentre Aphex Twin rispose all’ormai settantenne compositore tedesco consigliandogli di “inserire del groove nei suoi pezzi, così possiamo ballarci su”.

La motivazione che li divide è più o meno ancora oggi la stessa di quello scontro: gli artisti più vicini alla musica “classica” contestano la musica elettronica ripetitiva come banale e di intrattenimento, mentre gli ascoltatori di musica elettronica “leggera”, pur anch’essi spesso annoiati dalla musica elettronica ripetitiva, si trovano spaesati e più spesso annoiati di fronte a esibizioni caratterizzate dal susseguirsi di suoni il cui fine o significato resta a loro oscuro e ermetico. I primi parlano di musica elettroacustica, i secondi di elettronica.

Ed è quello che è successo anche a me, che faccio parte della seconda schiera, anche se l’esperienza dell’Acusmonium è sempre valsa il prezzo del biglietto. San Fedele invece riunisce queste due provenienze sotto lo stesso tetto, creando tra loro un dialogo e aprendo nuovi orizzonti ai loro ascoltatori.

Quest’anno la stagione è stata inaugurata da un concerto di Chra, una deejay tedesca che mixa suoni registrati dal vivio (i c.d. field recordings), e Vladislav Delay. Proprio Delay, che sotto il nome Luomo ha fatto probabilmente l’album microhouse maggiore di sempre, Vocalcity (appunto, un album di musica elettronica ripetitiva), sa bene quanto questi due mondi sono separati, e se ne frega allegramente.

Fu indimenticabile una sua performance al defunto Dude Club in Lambrate, dove per un’ora straziò un pubblico abituato a sentire techno da ballo con suoni indecifrabili e per nulla ripetitivi, causando sconcerto e anche fischi dalla folla. Lui intanto continuava a armeggiare con la sua strumentazione del tutto indifferente. Non ho mai più visto una scena del genere in una discoteca o un club.

Per capire meglio il senso di questa esperienza originale ho parlato con Michele Palozzo, uno dei tre ragazzi di Plunge, che insieme a don Antonio Pileggi cura la rassegna. E probabilmente, almeno da come mi ha risposto, non è d’accordo con quello che ho scritto sopra.

Quando siete entrati in contatto con don Pileggi?

Inner Spaces esisteva già, noi abbiamo l’abbiamo frequentata, per poi iniziare a collaborare direttamente nel 2016. Sono tre stagioni che curiamo integralmente la rassegna con loro. Matteo (Meda, ndr) era in contatto con Savana (un gruppo che organizzava eventi legati all’elettronica sperimentale che non è quasi più attivo, ndr), che collaborava all’evento prima di noi, e don Antonio già ci conosceva. Quando Savana si è fatta da parte, è stato Don Antonio espressamente a chiederci di iniziare a collaborare.

Com’è stato entrare in contatto con la fondazione religiosa?

Nella parte relativa alla musica abbiamo registrato una grande apertura mentale dovuta alla figura di Don Antonio, che era già interessato a queste sonorità e ha fatto costruire l’Acusmonium, commissionandolo a Eraldo Bocca e Dante Tanzi, espressamente per l’Auditorium San Fedele.

Il mondo della musica classica e quello della musica popolare hanno difficoltà a parlarsi. Voi a quale ambito sentite di far più riferimento?

A noi non piace fare la distinzione tra musica popolare e colta, ma di certo non si può parlare di musica popolare. Per me è un termine sbagliato, perché la composizione elettronica a oggi è ancora una nicchia ristretta a certi ambiti.

È una cosa più relativa al metodo di fruizione?

Non conta solo il fatto che non è elettronica ballabile, c’entra il tipo di ricerca. È la stessa presenza dell’Acusmonium che porta a delle scelte mirate. Crea un contesto che invita da sé a un certo tipo di ricerca sul suono invece che a un’idea di scrittura musicale come intrattenimento, o mirata al grande pubblico.

La musica elettronica a Milano ha degli spunti più interessanti rispetto a quando avete iniziato?

Direi che è il contrario. Gli eventi di musica elettronica a Milano si sono ridotti e sono andati verso una dimensione di puro intrattenimento, rivolta a tutti e non a chi volesse approfondire. C’è stata una popolarizzazione e un’attenzione sempre minore al contenuto. Noi vogliamo riportare il focus sull’ascolto vero e proprio.

Che cosa manca a Milano rispetto al 2015, quando avete iniziato con Plunge?

Mancano realtà che non sono quasi più attive o che comunque hanno cambiato direzione. Un festival come Terraforma era decisamente più sperimentale all’inizio. Spazio O, dopo essere diventato un punto di aggregazione per questo genere di ascolti, ha quasi smesso di fare eventi musicali. Ormai per questa sperimentazione restano soltanto delle nicchie davvero ristrette, a cui noi cerchiamo di ovviare con una programmazione organica.

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