INNOVAZIONE & LAVORO/ Quali posti sono a rischio con l’intelligenza artificiale?

- Achille Paliotta

L’evoluzione tecnologica nel campo dell’intelligenza artificiale pone delle domande anche sui suoi risvolti occupazionali

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Foto di Michal Jarmoluk da Pixabay

Qual è la percezione degli addetti ai lavori, della stampa di opinione e financo della forza lavoro riguardo al pericolo della perdita del proprio impiego da parte delle macchine intelligenti, dei robot e dell’intelligenza artificiale (IA), le quali sono state appena definite come “senzienti”, da un ingegnere di Google, sollevando così animati dibattiti al riguardo? A solo titolo esemplificativo, l’utilizzo dei big data, il crescente processo di digitalizzazione, l’ottimizzazione continua apportata dall’IA fanno sì che l’innovazione tecnologica (IT) possa aiutare a svolgere compiti più complessi, modificando i ruoli professionali/occupazionali e cambiando potenzialmente la natura stessa del lavoro nonché la distruzione creatrice dello stesso (Schumpeter).

Un’iniziale risposta a questi quesiti – in attesa dei dati derivanti dall’indagine INAPP Plus i quali saranno resi disponibili subito dopo l’estate – deve essere necessariamente messa in connessione con i compiti e le mansioni lavorative che vengono svolte sul luogo di lavoro. Queste possono rientrare approssimativamente in una delle tre grandi categorie di professioni/occupazioni: astratte; routinarie; di servizio. 

Le prime sono principalmente connotate da skill cognitive non routinarie (managers, professionisti e tecnici); quelle routinarie includono skill cognitive routinarie (impiegati e addetti alle vendite) insieme alle skill manuali routinarie (operai e artigiani). D’altra parte, le occupazioni di servizio sono generalmente connotate dall’essere manuali non routinarie (medici e operatori sanitari, addetti alla ricezione, addetti alla cura della persona). In questo senso, l’IT ha un impatto differenziato su questi tipi di professioni/occupazioni: la domanda di quelle astratte è in aumento a causa della loro complementarità con l’IT così come quelle relative ai servizi, mentre quelle routinarie sono quelle a maggior tasso di sostituibilità da parte delle IT.

In base a tali assunti si può verosimilmente ipotizzare che la perdita di posti di lavoro si verificherà maggiormente nei settori economici e gruppi occupazionali quali quelli del trasporto merci e magazzinaggio, delle occupazioni non qualificate, degli artigiani, degli operai specializzati e degli agricoltori. Tale situazione riguarderà anche alcuni gruppi appartenenti al commercio al minuto e ai servizi non qualificati. Anche coloro in possesso di un titolo di studio fino alla licenza media rientrerebbero, a buon titolo, in tale evenienza. 

L’aumento dei posti di lavoro riguarderà presumibilmente, invece, con valori sopra la media, solo alcuni settori quali quelli del fintech, delle biotecnologie, della cybersecurity, della difesa e del manifatturiero avanzato interessati dalle tecnologie ubiquitarie che vanno sotto il nome di Industria 4.0.

In generale, la continua modificazione dei contenuti lavorativi viene maggiormente messa in evidenza soprattutto quando l’IT viene affrancata da un determinato luogo lavorativo, come è pur successo, in vasta misura, durante l’attuale crisi pandemica, col lavoro da remoto. Ciò avverrà ancor di più, inoltre, se lo smart working dovesse sempre più prender piede nell’attuale organizzazione del lavoro. In questo senso, non si fa fatica a credere che l’attività lavorativa stessa possa finire con il coincidere, più o meno in maniera totalitaria, con la tecnica. Del resto, è sempre stato così in quanto il lavoro è, da sempre, la vecchia téchne (τέχνη), vale a dire un’arte nel senso di un comportamento produttivo (poiesis) guidato dal sapere (logos), dove è spesso associata al know-how professionale, intesa come abilità tecnica, produzione pratica, saper fare, saper operare e scienza applicata. 

Riguardo all’applicazione della scienza nella vita quotidiana e lavorativa, questa avvenne innegabilmente nel corso del XVII secolo mediante lo sviluppo del progetto cartesiano di una scienza universale («conoscere la forza e le azioni del fuoco, dell’acqua, dell’aria, delle stelle, dei cieli che ci circondano, così distintamente come conosciamo i vari mestieri dei nostri artigiani») portando a un’era totalmente nuova in cui l’essere umano si concepisce «come padrone e possessore della Natura». Del resto, solo oggigiorno, degli artefatti digitali, vale a dire le macchine intelligenti, i robot e l’IA, sembrano mettere seriamente in discussione tale concezione, quanto meno a livello meramente speculativo.

In conclusione, sebbene l’IT possa eliminare determinati posti di lavoro, allo stesso tempo tende a crearne anche di nuovi attraverso i canali diretti e indiretti. I primi sono legati principalmente alle industrie produttrici di IT, come il comparto del software e dell’hardware, mentre quelli indiretti fanno riferimento, invece, a quei settori economici che utilizzano l’IT in termini di tecnologie ubiquitarie, in primis quelle relative a Industria 4.0, come il settore manifatturiero in cui vari tipi di sistemi cyber-fisici sono ampiamente adottati e devono essere programmati, gestiti, monitorati e mantenuti da una ridotta forza lavoro opportunamente qualificata.

Quello che si prospetta all’orizzonte, ed è anche ampiamente auspicabile in questa sede, è una crescente collaborazione tra uomo e IA. Gli esseri umani hanno un vantaggio comparativo nell’esecuzione di compiti che coinvolgono creatività, risoluzione dei problemi e coordinamento generale, mentre l’IA e i robot sono attualmente più performanti nello svolgere molte attività lavorative conformi a uno specifico insieme di regole procedurali. Da sottolineare, comunque, che in prospettiva l’IA, tramite l’apprendimento automatizzato complesso e profondo attuale (deep learning), tenderà vieppiù a superare tali confini tra skill routinarie e non routinarie. 

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