ITALIA, 30MILA MORTI IN ECCESSO/ “Colpa del Covid, molte altre malattie trascurate”

- int. Giuseppe Arbia

In Italia nel 2020 i morti sono aumentati: 85.624, di cui però sono 55.576 i decessi che possono essere attribuiti al Covid. E le altre morti? L’analisi dello statistico Giuseppe Arbia

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LaPresse

Il 2020 ha registrato, com’era presumibile, un drammatico aumento del numero di morti anche nel nostro Paese, in particolare nel periodo che va da marzo a novembre: il pieno della pandemia. Rispetto al quinquennio precedente, lo rileva l’Istat, ci sono state 85.624 morti in più, di cui però soltanto una parte (55.576) attribuibili al Covid. Il numero in eccesso, a cui ci riferiremo nell’intervista come “morti in eccesso”, è un numero così alto da portare a pensare – specie perché registrato proprio nei mesi di massima incidenza della pandemia – che non si tratti di un caso, ma che le morti in eccesso siano legate anch’esse, se direttamente o indirettamente non potremo forse mai determinarlo, al Covid-19. Lo statistico Giuseppe Arbia, ordinario di statistica economica all’Università Cattolica del Sacro Cuore, ci aiuta a leggere i numeri Istat, aggiungendo al dato italiano quello di un altro paese che ha condotto uno studio analogo relativamente allo stesso periodo, la Gran Bretagna.

Professore, come commenta il dato delle morti in eccesso?

Quello dell’excess mortality è un problema che stanno rilevando un po’ ovunque, in particolare possiamo confrontare i dati della Gran Bretagna, che ha fatto uno studio simile al nostro. È da specificare che i dati Istat non sono relativi a tutto il 2020, ma riguardano il periodo da febbraio (il principio della pandemia) al 30 novembre. L’Istat inserisce giustamente delle note di cautela, dicendo che “la misura risente di problemi metodologici legati al consolidamento della base dati, sia dal lato Istat, sia dal lato della sorveglianza integrata e della difficoltà nell’identificare i decessi da Covid-19 quando questi avvengono in pazienti con numerose patologie concomitanti”.

Cosa ci dice il dato?

Il dato ci dice che abbiamo 30mila morti in più rispetto a quelli ufficiali, si tratta di persone che sono morte per altre patologie o in presenza di altre patologie gravi. Se la morte avviene fra le mura domestiche e la persona è già affetta da patologie gravi, probabilmente non sempre qualcuno si prende la briga di fare un test e classificare la morte come morte da Covid. Ma c’è un altro aspetto importante, quello appunto dei morti per altre patologie, persone che non erano affette da Covid, ma alle quali è mancata l’assistenza necessaria, perché gli ospedali sono congestionati. A questo insieme di cause, che sono tutte cause ulteriori di morte, dobbiamo poi portare anche in scorporo le morti che sono state registrate in meno.

Cioè?

Abbiamo meno morti per incidenti stradali, sul lavoro, meno morti violente legate a furti domestici, anche le statistiche le rilevano in calo. Ne deriva che la mortalità in eccesso, facendo un saldo, potrebbe essere addirittura più alta di quella che vediamo. L’altra cosa che appare dal documento Istat, e che secondo me è interessante, è che l’eccesso è concentrato nel periodo febbraio-maggio, mentre nel periodo giugno-settembre la mortalità è in linea con i numeri del 2015-2019.

Questo cosa ci fa capire?

È un ulteriore indizio che ci porta a pensare che la mortalità in eccesso è dovuta al Covid, perché il periodo febbraio-maggio è stato proprio il pieno dell’epidemia. Sia che si tratti di morti per Covid sia che si tratti di morte associate al Covid solo indirettamente, sono comunque delle morti che senza la pandemia non sarebbero avvenute: anche quelle delle persone a cui è mancata l’assistenza sanitaria per altre patologie.

Quali dati servirebbero per scorporare le tre categorie che ha appena elencato: morti per Covid, per altre patologie concomitanti o per carenza di cure?

Temo che più in là di così non potremo andare comunque. Quello che ci manca e ci mancherà sempre è per esempio il dato sulla persona che muore a casa, è in età avanzata e soffre di altre patologie: se muore non viene fatto il test Covid. Questo è un tipo d’informazione che non rintracciamo più.

Lei ha operato anche un confronto dei nostri dati con quelli della Gran Bretagna, cosa suggeriscono le sue osservazioni?

Nel Regno Unito, dal principio della pandemia fino a ottobre, hanno registrato 70mila morti in eccesso, contro i 63mila del dato ufficiale dei morti da Covid. La Gran Bretagna ha 67 milioni di abitanti, dividendo il numero dei morti da Covid per la popolazione, il tasso di mortalità è identico all’Italia: siamo allo 0,09%, un po’ meno di uno su mille. Andando a calcolare il rapporto invece tra la mortalità in eccesso e la popolazione, i morti in eccesso in Uk erano 70mila su 67 milioni di abitanti, cioè lo 0,1% della popolazione, che è quasi lo stesso numero dell’Italia. Il loro è un numero leggermente inferiore (1,0 per mille in Gran Bretagna contro 1,4 per mille in Italia) ma i numeri sono in linea, il che ci porta a credere che i dati siano credibili.

E l’andamento temporale?

Anche quello è lo stesso, il massimo dell’eccesso di mortalità si ha in coincidenza con il picco di mortalità da Covid, nel periodo fino a maggio.

Come interpreta invece il dato su base regionale?

Ci può stupire forse la Lombardia, colpita duramente dalla prima ondata, ma nella media come morti in eccesso insieme a Liguria, Sicilia e Bolzano. Sono sotto la media invece Trento, Piemonte, Campania, Calabria e Sardegna, tutti gli altri sono sopra la media.

Come se lo spiega?

Può darsi che quello che ha influito in Lombardia e Piemonte sia stato il più forte effetto di contenimento dato dal calo della mortalità dovuta a incidenti, stradali e sul lavoro, per cui vediamo meno la differenza. Basti pensare al dato relativo a Roma: ricordo che in un primo studio Istat emerse che Roma, nei primi mesi della pandemia (fino a settembre), era stata l’unica provincia con diminuzione di mortalità. Probabilmente il lockdown totale aveva determinato una drastica riduzione degli incidenti stradali, solitamente all’ordine del giorno.

E invece i dati sulle regioni piccole e colpite meno duramente dalla prima ondata, ma con numeri comunque rilevanti di morti in eccesso, come si spiegano?

Nelle regioni poco popolose il dato è meno significativo, perché i numeri sono bassi, basta una variazione di qualche decina di unità e si modifica tantissimo il rapporto. Lo vediamo in regioni come la Valle d’Aosta, il Molise, l’Umbria, la Basilicata. In quelle regioni poi, in cui il dato delle morti in eccesso va a differire molto dal quadro che ci siamo fatti sulla base dei testati, la discrepanza può dipendere anche dal fatto che sono stati fatti meno test e quindi abbiamo sottostimato il fenomeno.

Lei quindi attribuisce indubbiamente i 30mila morti in più al Covid?

È un numero attribuibile in maniera diretta o indiretta al Covid: c’è la concomitanza del fatto che l’eccesso si è verificato proprio in quei mesi, in più la stessa dinamica si è avuta in Italia e in Uk, non riesco a immaginare quale altra ragione ci possa essere.

In questo momento invece dove ci troviamo?

Noi abbiamo sperimentato subito dopo il periodo natalizio una ripresa in rialzo di tutte le misure. Io guardo tre misure: il tasso di positività, le terapie intensive e i decessi, su base settimanale.

I numeri quindi sono saliti. Che andamento osserva?

Abbiamo toccato un minimo di tasso di positività il 25 dicembre, dopodiché ha cominciato a salire. Il minimo delle terapie intensive lo abbiamo toccato il 2 gennaio, l’8 gennaio invece abbiamo avuto il minimo dei decessi.

E poi?

Avendo toccato il minimo, da quel momento in poi è ripartita la curva, ha cominciato a crescere, tanto che i segnali erano quelli dell’inizio di una terza ondata. Poi le misure relative ai decessi e alle terapie intensive per fortuna si sono arrestate, ma non vorrei che venisse data una connotazione positiva a questo: si è arrestata la salita ma non è ripresa una discesa, si sono appiattite su valori che sono ancora molto preoccupanti.

Vediamo più nel dettaglio la curva dei ricoveri nelle terapie intensive.

Dopo aver raggiunto il secondo picco massimo il 29 novembre, la curva si era avviata a una discesa, arrivando al minimo di circa 2.500 il 2 gennaio, poi ha ricominciato a salire. Adesso, al di là delle oscillazioni, è rimasta su quei valori. Insomma, da quel minimo che abbiamo raggiunto a fine dicembre noi non ci siamo più mossi: il 2 gennaio erano 2.557, oggi il tendenziale (su media settimanale) è di 2.530. Per fortuna non siamo risaliti, ma il nostro obiettivo non è fermarci a 2.500 ricoveri in terapia intensiva, l’obiettivo è abbassarli.

E i decessi?

Vale il discorso analogo: dal 3 dicembre, quando abbiamo toccato il picco massimo con il tendenziale di 741 decessi, è iniziata la discesa, che si è fermata all’8 gennaio, con un tendenziale di 447. Da lì è ricominciata poi la salita, con oscillazioni, e a oggi siamo allo stesso livello: 746.

Le regioni a colori hanno mostrato più efficacia all’atto della loro introduzione che sulla lunga durata?

La mia opinione è che noi adesso stiamo scontando ancora la risalita che c’è stata, nonostante le misure, nel periodo natalizio. Con le misure in quel periodo abbiamo tamponato un’esplosione che altrimenti ci sarebbe stata, coi rientri, lo shopping, le cene e tutto il resto. Però siamo fermi lì. Il nostro percorso di discesa ha subìto un arresto a causa delle festività natalizie, si è fermato.

Il terzo indicatore segue la stessa tendenza?

Il tasso di positività è forse l’unico segnale incoraggiante. Il tendenziale ultimamente sta decrescendo, è l’unico di questi valori a essere sceso al di sotto del minimo registrato in dicembre. Era al 9,75 il 25 dicembre, da lì ha ricominciato a salire, da una decina di giorni però ha ripreso a scendere. Al momento siamo a 6,7 come tendenziale.

Finiti gli strascichi delle feste, le misure mostreranno di nuovo la loro capacità di contenimento?

Sono convinto che nel medio periodo, se manteniamo queste misure e se in qualche regione le rinforziamo anche, riprenderemo quel sentiero di discesa che abbiamo abbandonato il giorno di Natale.

L’impatto del vaccino ancora non è leggibile?

No, temo che sia ancora troppo presto per vederlo, è vero che già la prima dose sembra dare una certa immunità, ma la seconda dose segue almeno dopo 21 giorni, per cui temo ci voglia più tempo, anche perché adesso i numeri sono ancora estremamente esigui. Facciamo bene a rallegrarci per i vaccini, ma siamo a un milione di dosi, vuol dire che abbiamo toccato mezzo milione di persone: un centoventesimo della popolazione italiana.  

(Emanuela Giacca)

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