ITALIANI ALL’ESTERO/ Porta (Pd): il trasformismo “svaluta” il voto fuori dai confini

- int. Fabio Porta

Nelle scorse settimane i parlamentari eletti all’estero sono stati associati al trasformismo. C’è un problema di rappresentanza degli italo-discendenti

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(LaPresse)

Le recenti trame che si sono susseguite sulla possibilità di un terzo Governo Conte hanno provocato lo sviluppo di giochi di potere alquanto singolari che hanno visto protagonisti i parlamentari eletti all’estero, in particolare i Senatori del Maie, il partito più votato dagli italiani in America Latina. Non è la prima volta che l’influenza di gruppi politici eletti al di fuori dell’Italia ha un ruolo importante nella formazione di Governi e ciò è permesso da un diritto che gli italiani residenti all’estero hanno giustamente ottenuto ed è contemplato dalla nostra Costituzione.

Rimane però alquanto strano che, spesso a causa di una legge giolittiana ancora in vigore che consente l’ottenimento della cittadinanza italiana attraverso un avo che dal 1861 (avete letto bene) non abbia acquisito la nazionalità del Paese ospitante, abbiano diritto al voto anche molte persone che dell’Italia non parlano nemmeno la lingua, che del nostro Paese non sanno letteralmente nulla, proprio per la loro ormai definitiva lontananza pure “genetica”. Va da sé che questo voto sia manovrabile e anche, come accaduto pare durante le elezioni del 2018, soggetto a brogli. Di tutto questo ne abbiamo parlato con Fabio Porta, eletto deputato proprio nella Circoscrizione America Meridionale per ben due volte e non confermato alle ultime consultazioni (dove si era candidato al Senato) proprio per la strana situazione sopra descritta. 

Onorevole Porta, come vede i rapporti tra Italia, Ue e America Latina?

La pandemia ha accentuato le distanze e acuito le difficoltà di scambi tra Italia (e Ue in generale) e America Latina. Se all’interno dell’Unione europea il Covid ha paradossalmente aumentato il desiderio di integrazione e cooperazione tra i diversi Paesi che la compongono, a livello intercontinentale è avvenuto il contrario e sono aumentate le barriere e finanche i sospetti, culturali e socio-sanitari. Non tutto il quadro è negativo, per fortuna: esiste infatti una generale consapevolezza che la pandemia può costituire un’opportunità di ricostruzione di nuove e più forti relazioni, soprattutto in vista del “post-Covid”, un mondo dove le relazioni sociali e commerciali tra aree del mondo complementari, anche per ragioni storiche e culturali, potrebbero rappresentare un “asset” competitivo vincente.

Il voto estero è un diritto stabilito dalla nostra Costituzione, ma in questi anni sono stati segnalati dei problemi. Ci sono stati dei brogli?

Il diritto di voto attivo e passivo per gli italiani all’estero è un’importante conquista alla quale hanno contribuito partiti di tutto l’arco costituzionale. Purtroppo il sistema di voto per corrispondenza è stato spesso oggetto di brogli che, soprattutto in Sudamerica, hanno più volte alterato la correttezza del risultato. Nel corso dello scrutinio dei voti del marzo del 2018 abbiamo riscontrato anomalie grossolane e ingiustificabili in 32 sezioni di Buenos Aires: oltre diecimila voti scritti con le stesse penne e le stesse grafie. Il Pd denunciò immediatamente questi presunti brogli alla Corte d’Appello e io presentai un ricorso al Senato e un esposto alla Procura di Roma; anche in Argentina, con il candidato alla Camera del Pd Alberto Becchi abbiamo denunciato alle autorità competenti quello che io allora ho definito “un broglio in scala industriale”. Oggi, a distanza di quasi tre anni, sia dal Senato che dalla Procura mi giungono notizie che fanno ben sperare: senza fare chiarezza su quanto avvenuto e senza sanzionare chi ha commesso e si è avvantaggiato da tutto ciò, il voto all’estero rischia di essere irrimediabilmente messo in discussione.

Parliamo di quanto avvenuto nei giorni scorsi: è moralmente legale inserire i senatori eletti all’estero in un contenitore creato ex novo? Ma visto che non è la prima volta che accade, ritiene giusto che le sorti del nostro Paese vengano decise da un corpo elettorale all’estero composto da masse che spesso non sanno nulla dell’Italia?

Ho sempre sostenuto che gli eletti all’estero dovessero farsi valere per il grandissimo e originale contributo che possono portare in Parlamento in qualità di rappresentanti di una collettività straordinariamente ricca e strategica proprio per il futuro del Paese. Al contrario, sono sempre stato convinto che l’immagine che più di una volta alcuni eletti all’estero hanno dato di sé in Parlamento, legata allo scambio di voti a sostegno di un Governo in cambio di incarichi e non di una nuova politica per le comunità italiane nel mondo, abbia nuociuto e non favorito le nostre battaglie. In questo senso che un gruppo che si richiama alle associazioni degli italiani all’estero si caratterizzi per la confluenza di parlamentari fuorusciti dai partiti che li avevano originariamente eletti (di destra o di sinistra) rischia di rafforzare un’idea distorta degli eletti all’estero, identificati con pratiche trasformiste e utilitariste che non sono certo la caratteristica principale degli italiani del mondo. Mi piacerebbe che gli italiani all’estero, anche in Parlamento, fossero maggiormente ascoltati e valorizzati all’interno di tutti i partiti e che magari su alcune grandi questioni lavorassero in forma unitaria e coordinata. Altra cosa è utilizzare un simbolo o un movimento che si richiama alla gloriosa storia della nostra emigrazione per mere esigenze di potere o sottopotere.

Come vede l’ influenza Usa in America Latina? E quella cinese e russa?

Gli Stati Uniti, dopo gli anni del “trumpismo”, che in politica estera oscillava tra uno splendido isolazionismo protezionista e vecchie pratiche di supponente interventismo (più minacciato che praticato), con Biden si ripresentano in America Latina con un atteggiamento presumibilmente più intelligente e rispettoso; lo stesso nuovo Presidente degli Usa è un buon conoscitore del continente e sono fiducioso anche in una positiva cooperazione in campo sociale e ambientale. Cina e Russia sono stati negli ultimi anni i veri beneficiari degli errori e delle distrazioni tanto degli Usa,quanto dell’Europa in relazione a una positiva agenda nel continente latino-americano. 

Sarebbe auspicabile un programma a breve per un progresso dei rapporti Ue/America Latina sia a livello geopolitico che economico e culturale?

Spero che la nuova Commissione europea possa finalmente cogliere la grandissima opportunità costituita dal rapporto con l’America Latina, il continente che per ragioni storiche e culturali è naturalmente più vicino e complementare ai nostri interessi e al nostro destino. Oggi l’Alto Rappresentante Ue è uno spagnolo e la Spagna, insieme al Portogallo e all’Italia, è il Paese che culturalmente e politicamente è stato più vicino alle democrazie del Sudamerica e più attento all’enorme potenziale economico e commerciale delle relazioni tra i due blocchi. L’Europa deve mantenere e rilanciare con l’America Latina un rapporto privilegiato e strategico, su base paritaria e non più da una anacronistica posizione di dominio culturale: ne avremmo tutti da guadagnare.

Cosa manca da sviluppare nei rapporti Italia e America Latina, nonostante la grande presenza, anche culturale dell’Italia (vedi Brasile e Argentina)?

L’Italia può contare in Sudamerica su oltre sessanta milioni di italo-discendenti, una popolazione pari a quella residente dentro i nostri confini nazionali. Un potenziale di relazioni sociali, culturali ed economiche probabilmente unico e irripetibile; un patrimonio che poche nazioni al mondo possono vantare. Purtroppo nel corso degli anni non sempre siamo stati in grado di comprendere appieno il valore di questa opportunità. Lo abbiamo fatto in alcune occasioni, in alcuni momenti o fasi storiche del Paese, ma senza la continuità e il necessario investimento politico oltre che economico che tale rapporto avrebbe meritato. Un esempio positivo di questa attenzione fu la costituzione dell’Istituto Italo Latino Americano (Iila) voluto da Fanfani oltre cinquanta anni fa, un’intuizione sostenuta allora anche da socialisti e comunisti. Oggi purtroppo la rappresentanza parlamentare degli italiani del Sudamerica non riesce a incidere in maniera significativa e lungimirante sulle politiche bilaterali e multilaterali, mentre le relazioni diplomatiche e istituzionali rischiano di essere compromesse e indebolite dall’emergenza Covid, che non ha certo aiutato il rafforzamento di un rapporto strategico che già in passato ha sofferto a causa della mancanza di continuità dell’azione governativa da un lato e della recrudescenza delle grandi crisi internazionali dall’altro. Ma non tutto è perduto, sono certo che nel post-Covid il rapporto con l’America Latina e le nostre collettività sarà uno dei punti di forza per il rilancio e la crescita della nuova Italia.

(Arturo Illia)

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