J’ACCUSE/ Flick: intercettazioni e referendum, doppio attacco a libertà e democrazia

- int. Giovanni Maria Flick

Le nuove regole sulle intercettazioni e il referendum sul taglio dei parlamentari rischiano di mettere in crisi alcuni principi chiave del sistema costituzionale

Flick
Giovanni Maria Flick (LaPresse)

Nuove regole in vigore sulle intercettazioni e referendum sul taglio dei parlamentari: una manovra a tenaglia contro la Costituzione, un doppio attacco alla libertà e riservatezza delle persone e alla democrazia rappresentativa. Ne è convinto Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte costituzionale, che in una recente intervista al quotidiano Il Dubbio ha lanciato l’allarme: “Le norme appena operative consentono un uso delle intercettazioni anche al di fuori della rigorosa cornice che in linea di principio dovrebbe regolarle: ossia anche per reati diversi da quello per cui si procede, per i quali dunque manca l’autorizzazione del giudice, e che non sono connessi a quello di partenza”. Un problema serio di merito, che alimentando la cultura del sospetto generalizzato mette a repentaglio l’articolo 15 della Costituzione. Sul referendum, invece, “il problema sta nel metodo, attraverso il quale si è finito per barattare la stabilità del governo con il cambio della Costituzione: solo che i governi cambiano, le Costituzioni non dovrebbero cambiare”. Risultato? Secondo Flick, “lungo una via simile rischiamo di mettere ulteriormente in crisi il sistema costituzionale, in una fase in cui è già assai a rischio”.

Lei ha fortemente criticato le nuove norme in vigore sulle intercettazioni, utilizzabili anche per reati diversi da quelli per cui si procede. Che cosa la preoccupa di più?

Da un lato, proprio la possibilità che si utilizzi l’intercettazione con riferimento a reati diversi da quello per cui essa è stata chiesta, eludendo quindi il principio della garanzia dell’autorizzazione del giudice prevista dall’articolo 15 della Costituzione. Dall’altro, l’attenzione quasi totalmente assente sul significato dell’equilibrio che ci deve essere tra l’articolo 15, che tutela privacy e identità personale, e l’articolo 21, che esprime il fondamento del pluralismo ideologico e culturale e della partecipazione politica. Aggiungo, poi, che si registra un’attenzione assai blanda verso l’acquisizione degli elementi tramite intercettazione rispetto all’attenzione enfatizzata che accompagna la divulgazione di quei contenuti e la sua disciplina.

L’articolo 15 della Costituzione viene dunque minato perché le conversazioni private diventano un bersaglio sempre vulnerabile?

Il limite fondamentale alla possibilità di autorizzare l’intercettazione è rappresentato dall’assoluta sua indispensabilità per poter proseguire le indagini. L’allargamento a dismisura delle possibilità di utilizzare in altri casi l’intercettazione di ciò che si è ascoltato in base a un’autorizzazione legittima rilasciata per un certo reato, finisce per azzerare questa garanzia. Altrettanto problematica risulta l’equiparazione fra reati di gravità molto diversa come premessa per legittimare l’autorizzazione all’intercettazione: sino ad arrivare al punto – come è stato fatto con la famigerata legge detta “spazzacorrotti” – di equiparare a tal fine i reati di criminalità organizzata con la corruzione.

Perché famigerata?

Tra le due manifestazioni di criminalità, entrambe gravi, c’è una evidente differenza: la criminalità organizzata si fonda sull’intimidazione e sulla violenza tra più affiliati, la corruzione si fonda su un accordo illecito tra due persone. Alcuni strumenti di indagine possono valere per entrambe, altri – come appunto le intercettazioni usate largamente mediante il trojan o la preclusione alle misure alternative per chi non collabora – dovrebbero valere solo per quelli come la criminalità organizzata.

Si rischia di avere indagini che seguono il metodo della cosiddetta pesca a strascico, in cui potrebbe rientrare un po’ di tutto?

Penso che l’obiettivo sia esattamente questo, e d’altra parte è stato ricercato e attuato più volte in passato: calare la rete delle intercettazioni e vedere che cosa viene fuori per poi procedere.

Si può dire che con l’utilizzo dei trojan, i virus spia, è la cultura del sospetto che invade la nostra civiltà giuridica, stravolgendola?

Siamo su quella strada e non mi stupirei che prima o poi arrivassimo all’obbligo di confessare, scardinando il principio fondamentale che riconosce il diritto al silenzio dell’imputato e della persona soggetta a investigazione. E’ vero che la prova dei reati può essere cercata anche attraverso limitazioni del diritto a comunicare a tutti o a qualcuno in particolare, ma occorre che vi sia sempre una proporzione fra ciò che viene sacrificato e ciò che si intende ottenere. E la scoperta dei reati non giustifica questa possibilità di distruzione totale della riservatezza. Così si è aperta la strada per far parlare la persona con qualsiasi mezzo e l’attività preparatoria è rappresentata paradossalmente proprio dal perenne controllo, che può arrivare a sospetti che possono piovere su chiunque. Un controllo contrario ai princìpi di libertà fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione.

Queste nuove regole arrivano in un momento in cui la magistratura sta vivendo un momento di difficoltà e si trova in crisi di credibilità. Qualcuno potrebbe essere tentato di farne cattivo uso?

La legge parla chiaro: l’intercettazione è possibile solo nei casi in cui sia indispensabile per proseguire indagini avviate quando già vi sia un procedimento in corso. Punto. Tutto ciò che è creazione di situazioni per poter usare i risultati dell’intercettazione al di là dei limiti e dell’oggetto per cui essa è stata autorizzata si traduce in un discorso di grande sospetto. Quanto al cattivo uso, chi la fa l’aspetti.

In che senso?

I magistrati che sono “vittime” di queste tipologie di intercettazione hanno poco da protestare, perché troppe volte la magistratura ne ha fatto uso nei confronti di altre persone.

Con le nuove regole le intercettazioni potrebbero essere usate anche per “controllare” i politici?

Potrebbero essere usate per controllare tutti, senza distinzioni. Ci sono limiti, ma sono molto precari perché nei casi di intercettazione permanente, come quella del trojan, non c’è la sicurezza che l’apparato venga staccato e non continui a registrare anche quando, per esempio, c’è una conversazione con un soggetto che gode dell’immunità parlamentare. Il rischio di creare una società del controllo mi pare evidente, anche perché la tecnologia è diventata molto sofisticata, e può sfociare anche in un furto d’identità. Si tende a sottovalutare troppo la dimensione umana a tutto favore della dimensione tecnologica nell’acquisizione e nell’uso dell’informazione.

E’ una tendenza pericolosa?

Sì, perché o l’uomo è in grado di governare l’informazione o prima o poi l’informazione sarà in grado di governare l’uomo. Il trojan è un passo su questa strada.

Oltre al nodo delle intercettazioni, lei ha posto l’accento anche sui problemi legati al prossimo referendum sul taglio dei parlamentari, che a sua volta mette a rischio il sistema costituzionale. Perché?

Tutte le volte in cui si gioca con la Costituzione per ragioni di piccola politica quotidiana o di piccolo cabotaggio politico si mette a repentaglio il sistema costituzionale. Si baratta la stabilità del governo e della maggioranza (che sono temporanee) con quella della Costituzione (che deve essere duratura). Il discorso che mira ad affermare la democrazia diretta, non sappiamo bene da chi e dove diretta – e questo mi preoccupa -, o il discorso dell’uno-vale-uno finiscono per svalutare e per svilire il significato della Costituzione, in un quadro più generale di continua delegittimazione del Parlamento.

A che cosa si riferisce?

Pensi alla sequenza dei Dpcm. Sono atti amministrativi per contrastare la pandemia, solo all’apparenza garantiti e coperti da un decreto legge, approvato per ragioni di necessità e urgenza e dalla sua conversione in legge “salvo intese”. Oppure pensi al tema del federalismo, del rapporto tra Stato e Regioni, che si tendeva a risolvere esclusivamente in chiave di dialogo tra il governo e la singola Regione, tagliando fuori il Parlamento ridotto al rango di notaio. Oppure pensi al progetto della legge di proposta popolare predisposta come momento di confronto e di contesa fra legge del popolo e legge del Parlamento. Tutte cose che trovano una scusa nell’inefficacia e lentezza del Parlamento o nell’impreparazione di molti parlamentari, ma che non legittimano certo la demolizione dell’istituzione.

In queste condizioni il tema del taglio dei parlamentari non può essere affrontato senza adottare correttivi. Quali servirebbero?

Quelli pattuiti dal Pd, quando si è detto disposto a cambiare idea, dopo reiterati no alla proposta della controparte di governo, il M5s, a condizione che si facessero le modifiche costituzionali e la legge elettorale. Non abbiamo né l’una né le altre. Anzi, sulla legge elettorale, in fretta e furia, si è avviato recentemente un processo di approvazione che vuol dire tutto e niente. Voglio essere molto chiaro: è necessario difendere a tutti i costi la Costituzione, che rischia di essere cambiata con piccoli interventi non accompagnati da adeguamenti che rendono il sistema in grado di accogliere la modifica. Limitarsi a tagliare la rappresentanza non solo non garantisce l’efficienza promessa; non solo produce risparmi irrisori, ma altera anche il rapporto fra Regioni e la loro rappresentatività. Inoltre richiederebbe una modifica costituzionale che parifichi le età di coloro che votano o sono votati per la Camera e il Senato e richiederebbe l’eliminazione per Costituzione del principio che il Senato è eletto su base regionale, per eleggerlo invece su base circoscrizionale. La politica non può rispondere un tanto al chilo al problema dei costi, altrimenti converrebbe procurarsi milioni di microchip da mettere sotto pelle alle persone per far fare a loro ciò che si ritiene opportuno.

Questi attacchi alla Costituzione e alla democrazia rappresentativa hanno una matrice comune?

Ci sono indubbiamente anche altre cause prossime e remote. Io posso solo con molta perplessità constatare, dai frutti dell’albero, che questa per molti non è più la stagione dei parlamenti. Qualcuno ha detto che tra qualche anno potremmo farne a meno; a me fa paura l’idea di un paese nel quale la stabilità governativa e la rappresentatività vengono affidate magari a una società privata e a una piattaforma nella quale è sempre una minoranza della minoranza ad esprimere una scelta vincolante per tutti. Ricordiamoci che la democrazia rappresentativa è sempre una grande garanzia per evitare le tentazioni autoritarie.

(Marco Biscella)

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