J’ACCUSE/ Perché lo Stato si cura del rischio default dei Comuni e non delle imprese?

- Ciro Acampora

La politica non sembra coglier l’esigenza di salvaguardare il tessuto imprenditoriale che non può essere abbandonato a possibili default

Coronavirus negozi Roma
(LaPresse)

Nel primo Decreto sostegni è stata prevista una duplice ipotesi di intervento per coloro che sono rimasti indietro nei pagamenti fiscali e non solo per loro. L’articolo 4, infatti, prevede, anche in accoglimento di una sollecitazione dell’Agenzia Riscossione, la rottamazione di una parte del magazzino fiscale esistente al 2020 mentre l’articolo 5 prevede un soccorso in favore di coloro che sono rimasti indietro nei pagamenti erariali dovuti nelle annualità 2017 e 2018.

A oggi, l’applicazione concreta di queste norme attende uno tra i centinaia di decreti attuativi che dovranno rendere operativi i provvedimenti voluti dal Governo. 

Alla pubblicazione delle misure ha fatto seguito una (dis)ordinata agitazione che ha coinvolto politici e non. Ciascuno degli attori ha cercato di affermare le ragioni di chi è favore e chi è contrario a misure di “condono tributario”. Certamente i condoni sono una stortura, pur tuttavia in alcune occasioni possono essere una soluzione. Potrebbero esserlo se le storture che li hanno determinati venissero risolti, ma in passato non è stato così. Tra i compiti della prossima riforma fiscale c’è anche di porre rimedio a ciò e l’attuale condizione dell’economia impone l’adozione di interventi in favore delle imprese e dei cittadini. 

Deve essere, senza dubbio alcuno, valorizzata la funzione sociale delle aziende che sono portatrici di molteplici interessi e ragioni da tutelare: fornitori, clienti, erario, dipendenti, ecc. Oggi è indubbia, ed è avvertita come tale, l’esigenza di salvaguardare il tessuto imprenditoriale che non può essere abbandonato a possibili default. Si rischia, infatti, di perdere una o più generazioni di imprenditori, di dover assistere a licenziamenti e all’insorgere di crediti inesigibili e così via. Ai default si accompagnano poi conseguenze molto gravi. La legge fallimentare è chiara l’imprenditore insolvente è dichiarato fallito. Allo status di fallito si accompagna, anche in assenza delle aggravanti della bancarotta, la pena accessoria della gogna. 

Gli imprenditori, i manager e i professionisti coinvolti nei fallimenti sono segnati a vita da un marchio che li rende “inadatti giuridicamente” a ricoprire ruoli analoghi in futuro. In questo contesto, dunque, si deve intervenire affinché l’applicazione della normativa fallimentare venga riservata solo ai casi estremi. 

Assonime in questi giorni ha continuato nelle sue riflessioni e le ha racchiuse nello studio n° 9/2021 che contiene delle proposte per la ricapitalizzazione delle PMI italiane. Lo studio ha provato a tracciare un confronto tra gli interventi adottati in Francia e la situazione attuale del tessuto imprenditoriale italiano. A onor del vero, l’articolo 26 del Decreto rilancio aveva avviato un percorso virtuoso volto a rafforzare e a sostenere la solvibilità delle aziende che tuttavia è stato stravolto dall’ideologia che nei fatti ne ha limitato l’interesse. È, invece, assolutamente incomprensibile, modesta e farraginosa la nuova Ace introdotta dal Decreto sostegni bis. 

In una fase come quella attuale è irrinunciabile intervenire, seppur in maniera selettiva, per evitare i default diffusi delle aziende. Assonime auspica che lo Stato faccia la sua parte nelle ristrutturazioni aziendali. Il costo per lo Stato derivante dal fallimento di un’impresa può essere maggiore rispetto a quello che deriverebbe da un’eventuale falcidia dei crediti. Per questo andrebbero rafforzate le procedure di ristrutturazione aziendale. Se così non fosse la politica traccerebbe un solco che l’allontanerebbe sempre più dal mondo reale. 

La prossima tornata elettorale sta ponendo al centro del dibattito una tematica non banale. Molti dei prossimi potenziali candidati alle amministrative hanno richiesto, prima di sciogliere la loro riserva a candidarsi, un intervento che preservi loro la capacità di governare in futuro. Sostanzialmente si chiede al Governo di mutualizzare i deficit, spesso ingenti, che caratterizzano i bilanci comunali e/o regionali. È indubitabile che una zavorra finanziaria rende complicata qualunque azione amministrativa per cui è giusto intervenire. Ma questo “condono” è diverso dagli interventi previsti dal primo Decreto sostegni? Sarà un intervento episodico o a ogni tornata elettorale ci troveremo a dover mutualizzare il debito che hanno accumulato le amministrazioni precedenti? 

Quello che si fa fatica a comprendere è perché un imprenditore o un manager dovrà sopportare a vita lo status di fallito mentre il salvataggio delle Amministrazioni locali non è accompagnato dalla temporanea “impossibilità” ad amministrare per i politici e per i dirigenti che quel default hanno contribuito a creare. Se viceversa il deficit accumulato dalle Amministrazioni locali ha contribuito a una redistribuzione del reddito ci si domanda se fosse un effetto voluto o subito. 

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