J’ACCUSE/ Riello: imprese senza liquidità, il Governo non vuole la ripresa

- int. Giordano Riello

Il decreto rilancio arriva in ritardo e non aiuta le imprese che, dopo aver riaperto, si trovano senza liquidità necessaria all’attività ordinaria

Operaia Mascherina Lapresse1280
Lapresse
Pubblicità

Dopo un’attesa di circa una settimana dall’approvazione da parte del Consiglio dei ministri, il decreto rilancio è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale entrando quindi in vigore. Non si tratta però dell’unico ritardo di questo provvedimento, come sottolinea Giordano Riello, Presidente della PMI innovativa Nplus e rappresentante della quinta generazione della nota famiglia industriale veneta proprietaria di un gruppo di aziende che conta 2.000 dipendenti: «Di rilancio il decreto ha solamente il nome, perché non vedo al suo interno provvedimenti e strumenti adeguati per dare garanzie agli imprenditori sul fatto che possa effettivamente essere rilanciata anche solo la domanda interna. Secondo le statistiche e le previsioni, il Paese ha perso finora oltre 200 miliardi di valore di produzione e rischiano di sparire 3,5 milioni di posti lavoro. Sono numeri importanti su cui riflettere, perché evidenziano che il decreto rilancio è stato approvato con profondo ritardo rispetto a quelle che erano le esigenze del mondo produttivo e dell’economia».

Quali erano queste esigenze?

Pubblicità

Gli imprenditori avevano bisogno di poter riprendere la propria attività, non per un vezzo o per avidità, ma perché era necessario mantenere vive le imprese e di conseguenza anche l’indotto e i posti di lavoro. Il decreto rilancio è stato approvato due settimane dopo la fine del lockdown industriale. Si tratta di un grave ritardo. Due settimane in tempi pandemici significano sopravvivere o morire, visto che, secondo alcune stime, siamo di fronte a una crisi con un impatto economico, su base mensile, dalle 20 alle 25 volte superiore a quella del 2008. Ora le esigenze sono diverse. Ci saranno stati certo anche dei “furbetti” che hanno approfittato della situazione per non pagare i propri fornitori, ma si tratta di una minoranza risibile rispetto al numero degli imprenditori capaci in Italia, che invece lo hanno fatto e hanno anche fatto fronte ad altre spese, come gli affitti, o hanno addirittura anticipato la cassa integrazione in deroga.

Qual è allora oggi la necessità delle imprese?

In una parola sola: liquidità. Le imprese non hanno più soldi per far fronte a quelle che sono le esigenze quotidiane. Ripeto, abbiamo anticipato la cassa integrazione in deroga di marzo, perché noi imprenditori siamo persone serie e non vogliamo lasciare senza reddito i nostri collaboratori. Non era nostro dovere farlo, ma era un diritto per i lavoratori riceverla. Trovo assolutamente inappropriato questo continuo ritardo nel versamento di somme che sono dovute. Il punto fondamentale, quindi, è che, riaperti gli stabilimenti, molte imprese hanno finito la liquidità per poter far fronte all’attività ordinaria.

Pubblicità

Molti suoi colleghi lamentano anche il problema relativo alla responsabilità in capo alle imprese nel caso di contagio di un dipendente e la ventilata possibilità di non poter ricevere i crediti fiscali per l’acquisto di DPI. Sembra quasi vi siano più ostacoli che facilitazioni per le aziende…

Tante delle micro e piccole imprese italiane, che sono il 96% del tessuto produttivo, rischiano, visto il basso numero di dipendenti, di non raggiungere nemmeno la soglia minima di spesa per i DPI necessaria a poter sperare di recuperare parte dei costi. Non parliamo poi di questa vicenda della responsabilità, anche penale, dell’imprenditore nel caso di contagio di un proprio collaboratore. Mi sembra una mossa dello Stato per risparmiare e scaricare sulle imprese i costi di un possibile infortunio. Mi chiedo: come può un imprenditore monitorare il comportamento di un proprio collaboratore fuori dalla sua azienda? Se si contagia andando a prendere lo spritz, senza mascherina, facendo un assembramento con i suoi amici e poi viene a lavorare in un posto sicuro, con tutti i dispositivi di protezione previsti, deve risponderne il suo datore di lavoro? Per fortuna sembra in vista un cambiamento di queste norme.

In effetti sembra che ci saranno degli importanti chiarimenti per tutelare le imprese che rispettano le norme sulla sicurezza dei lavoratori.

Grazie al cielo, all’interno di una compagine di Governo assolutamente mediocre – e non lo dico per attaccare qualcuno, ma perché mi sembra un dato oggettivo e sotto gli occhi di tutti per come è stata gestita l’emergenza – c’è il ministro dello Sviluppo economico Patuanelli che si sta battendo per fare in modo che questa norma vessatoria nei confronti degli imprenditori venga rivista. Forse si è reso conto che non è utile a nessuno, ma che anzi rischia di essere dannosa. Abbiamo già una moria imprenditoriale e industriale importante, se poi ci sono anche queste norme non solo non nasceranno più imprese, ma nessuno verrà a fare investimenti nel nostro Paese.

Se non possiamo sperare nella politica e nelle sue azioni, in cosa possiamo confidare per una ripresa?

Anche stavolta siamo sicuri che nessuno ci aiuterà e possiamo contare solo sulle nostre capacità. Per essere confidenti in una ripresa dobbiamo fare quello che abbiamo sempre fatto noi italiani: reinventarci. Bisognerà in futuro abbandonare l’idea che “piccolo è bello”, perché essere piccoli non è competitivo: bisognerà cercare di fare rete, di non vederci più come competitor fra di noi imprenditori, ma come parte integrante di un progetto più grande. Se le imprese saranno più strutturate, allora potremo fare anche la differenza sui mercati internazionali. Dovremo ancora una volta fare affidamento su noi stessi non potendo contare su un Governo che assecondi un progetto di crescita. Consideri solo che se la mia piccola start-up manifatturiera si trovasse negli Stati Uniti avrei già avuto a disposizione qualcosa come 75.000 euro di liquidità dal Governo centrale per far fronte all’emergenza.

Visti i rapporti internazionali del vostro gruppo, ha qualche altro esempio comparativo tra la situazione italiana e quella estera?

Il nostro gruppo vende in 54 Paesi del mondo e abbiamo 8 filiali di nostra proprietà. Le porto l’esempio della Spagna che è forse il più eclatante. Il lockdown è stato simile a quello italiano, ma con una differenza fondamentale.

Quale?

Il Governo ha permesso alle attività spagnole non essenziali di operare solamente sulle commesse estere. Noi abbiamo intercettato una e-mail di un nostro competitor che diceva ai nostri clienti che non avrebbero potuto ricevere prodotti dall’Italia, a causa delle restrizioni stabilite dal nostro esecutivo, e si proponeva quindi come nuovo fornitore. Capisce bene che questa è una concorrenza sleale terribile che sicuramente non si è limitata a quanto da noi scoperto e che abbiamo fortunatamente sventato. Si è fatta leva sull’incapacità del nostro Governo di avere una visione lungimirante. Quando il presidente del Consiglio ha detto che il mondo ci stava guardando, aveva ragione: ci stava guardando per capire quello che non andava fatto! Ripeto, non ce l’ho con Conte e il suo esecutivo, ma è chiara l’inadeguatezza di tanti rispetto ai ruoli che ricoprono.

In passato si è più volte evidenziato come l’instabilità politica sia dannosa per l’economia. Pensa che questa volta sarebbe invece meglio se vi fosse un cambio di Governo?

Come in fabbrica, ragionerei per competenze. Ci sono tante persone che stanno ricoprendo ruoli che non gli si addicono per conoscenze e per valori che possono esprimere. Ho letto delle recenti dichiarazioni di Andrea Orlando, secondo cui ci sarebbe una sorta di complotto per far cadere il Governo. Ma agli italiani di far cadere il Governo importa poco, a loro interessa di più che il Paese si rialzi. Avremmo bisogno di persone autorevoli, pragmatiche, che non cerchino continuamente il consenso e lavorino a testa bassa, anche a costo di scontentare una parte di elettorato. Preferisco un presidente del Consiglio che abbia l’1% dei consensi, anziché il 54% come Conte, ma che lavori nell’interesse del Paese, sacrificando anche quella che è la sua persona, politicamente parlando, per un obiettivo più alto che è quello della rinascita economica e sociale del Paese. Perché corriamo il rischio di vedere crescere un divario maggiore e profondo tra Mezzogiorno e Settentrione.

Con le conseguenze che possiamo ben immaginare…

Sì, la perdita di lavoro e una disuguaglianza sociale molto pericolosa. Bisogna quindi lavorare nell’interesse industriale, perché l’interesse industriale è l’interesse dell’Italia. L’impresa non è dicotomica rispetto alla famiglia e chi oggi è contro l’impresa è contro il Paese.

Per chiudere ci può dire quali sono la situazione e le prospettive del vostro gruppo?

Abbiamo stimato un calo della produzione e del mercato sia interno che estero, nonostante la grandissima voglia di riscatto delle imprese italiane e quindi anche dei nostri clienti. Certo, noi come produttori principalmente di impianti di climatizzazione e riscaldamento siamo stati anche penalizzati dalla crisi dei settori dell’hotellerie e della ristorazione, oltre che da dichiarazioni di virologi improvvisatisi tuttologi che hanno creato allarmismo sull’uso dell’aria condizionata. Vorrei ricordare tali impianti, nei centri commerciali, negli alberghi, negli aeroporti, ecc., catturano l’aria dall’esterno e garantiscono un continuo ricambio d’aria a ventilazione meccanica controllata. Non c’è quindi la possibilità di contagio in questi luoghi, se non quella dovuta alla vicinanza tra le persone, ma ciò non ha nulla a che vedere con gli impianti di climatizzazione.

(Lorenzo Torrisi)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Pubblicità