J’ACCUSE/ Sapia (M5s): dietro l’emergenza di Conte un disegno contro pmi e famiglie

- int. Francesco Sapia

Il deputato M5s Francesco Sapia, che ha votato contro lo stato di emergenza, vede il Movimento in grave crisi d’identità. Mentre Conte spadroneggia

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Luigi di Maio con Vito Crimi (LaPresse)

Francesco Sapia è l’unico deputato del Movimento 5 Stelle ad aver votato contro la proroga dello stato d’emergenza approvata dal Consiglio dei ministri del 29 luglio. Sapia ci ha descritto un Movimento in pesante crisi d’identità, schiacciato sulle posizioni del Pd e gestito a distanza dal premier Conte tramite Rocco Casalino (o viceversa). Il Movimento non si risolleva nei sondaggi, e solo in questa legislatura conta già 35 espulsi, 42 contando anche la campagna elettorale. “Ma io non mi vergogno di dissentire, dopo tante  battaglie combattute con la bandiera dei 5 Stelle”. Basterà a evitargli il gruppo misto? Sul Mes, che considera “una iniezione letale”, dice: se M5s votasse a favore, “si dissolverebbe in poche settimane”.

Onorevole Sapia, lei ha votato contro la risoluzione di maggioranza che ha condotto alla proroga dello stato di emergenza. Perché?

Non siamo in una situazione di emergenza, perciò non si capisce perché si debba mantenere un accentramento di poteri, in capo al presidente del Consiglio, che allo stato non trova fondamento nella realtà. C’è sempre tempo per deliberare l’emergenza, se dovesse presentarsi per davvero. I contagi di questi giorni sono fisiologici dopo il lockdown. Tra l’altro il virus è molto più debole. Lo dicono anzitutto i clinici, con cui parlo spesso, che sono i medici che curano i malati. Qualcuno la butta per opportunismo sugli immigrati. Così l’analisi, povera e strumentale, si ferma lì, smentita peraltro dai numeri. Tanti abboccano, purtroppo.

Cosa ci aspetta in autunno?

Su larga scala non è chiaro il quadro di gravissima difficoltà economica del Paese. A breve la crisi sarà terribile, se non ci sarà un piano per le imprese, specie per le piccole e le medie. Non vedo la volontà politica di prendere il toro per le corna. Prevalgono toni fuori luogo, troppo spesso pericolosamente propagandistici.

Quando lei dice al Corriere della Calabria che “occorreva salvaguardare il rapporto tra parlamento e governo” (“sulla base dei dati oggettivi, che non possono affatto definirsi di emergenza”) che cosa intende?

Non si possono alterare ancora gli equilibri tra il potere esecutivo e quello legislativo. Dagli anni 90 il Parlamento conta di fatto molto poco, a dispetto delle sue funzioni. A causa della delegittimazione della politica, voluta e perseguita dai tempi di Tangentopoli, da allora si procede con la decretazione d’urgenza. Non c’è attività legislativa, confronto sui temi, sulle urgenze: semplificazione vera, politica fiscale, digitalizzazione della pubblica amministrazione, accesso universale ad Internet, disponibilità completa delle nuove tecnologie, riforma dell’istruzione e del diritto del lavoro, riorganizzazione della sanità, unificazione politica dell’Europa.

Il Governo durante il Covid ha marginalizzato ancor più il Parlamento.

Con il Covid, il ruolo delle due Camere è stato ridotto all’estremo. Mai come adesso, invece, c’è bisogno di un parlamento attivo, propositivo, non litigioso ma capace di comprendere le trasformazioni in atto, di superare l’immobilismo in cui si trova l’Italia, ogni volta distratta dai movimenti viola, rosa o del pesce azzurro in scatola.

Lei ha detto “Basta con gli yes man, con gli esperti alla Colao e con lo stato di polizia”. Dove ravvisa questi estremismi?

Nella pesante deresponsabilizzazione della politica durante la quarantena e dopo. Sono evidenti a tutti, tranne a chi ha scelto di seppellire la ragione e il senso critico, i limiti dell’eccessivo ricorso agli esperti, in virtù del quale abbiamo perso tempo, siamo rimasti indietro come Paese e il Parlamento è stato esautorato.

Questa accusa, simile a quella rivolta al governo dall’opposizione, non le sembra troppo dura?
Badi, lo dico con cognizione di causa; lo dico soprattutto per scuotere il Movimento 5 Stelle, cui appartengo. La democrazia e la rappresentanza richiedono la responsabilità, il diritto e il dovere di concorrere alle decisioni.
Gli elettori non hanno scelto né Conte né Colao, per dirla in breve.

Conte decide in solitaria la politica della maggioranza?

Questa è una domanda che andrebbe rivolta in primo luogo a Rocco Casalino. Comunque, i fatti dicono di sì. Veda, per esempio, la soluzione nebulosa e incerta su Autostrade.

Il presidente del Consiglio si sta appropriando della leadership del Movimento?

Conte sta sfruttando il momento. Questo non è un reato, ma è legittimo. Se farà un suo partito, lo vedremo. Intanto noi del Movimento 5 Stelle abbiamo il dovere di uscire fuori dallo schema della delega in bianco, dell’uomo solo al comando. Abbiamo il dovere di riorganizzarci, il dovere di non rinviare più il confronto interno, il dovere di ragionare su dove eravamo nel 2018 e dove stiamo adesso.

Questo stato di emergenza – posto, come lei ha fatto capire, che non è necessario perché l’emergenza non c’è – allora ha finalità politiche. Quali?

Lei vuol farmi fare la parte del cattivo. Io, che da calabrese ho imparato la lezione di figure intramontabili come Riccardo Misasi e Giacomo Mancini senior, le dico che è un male per tutti coprire l’attuale mancanza di politica con la proroga dell’emergenza.

Ci sono altri esponenti M5s che hanno votato con la maggioranza pur essendo contrari? 

Nello specifico sono stato l’unico parlamentare del Movimento che ha espresso e confermato il proprio dissenso. Per inciso, ho argomentato in largo questa mia posizione, che, esplicito, non è finalizzata a salti della quaglia o a prendere qualche poltrona.

Ora lei teme provvedimenti disciplinari?

Io non temo mai niente e nessuno. Sono una persona libera; questa è la mia forza, se mi permette. Non rinnego il Movimento, le sue idee di partecipazione, di coinvolgimento e di intervento coraggioso sui territori. Dall’inizio del mio mandato, nel 2018, ho lottato in tutti i modi per la mia terra, la Calabria, ultima regione d’Europa per redditi, servizi e diritti. Ho presentato un’infinità di denunce e di proposte con la bandiera 5 Stelle. E non ho mai avuto paura di riconoscere i miei errori e quelli del Movimento. Se ciò fosse una colpa o, peggio, un’onta, il problema non sarebbe mio.

Leonardo Donno e Davide Tripiedi si sono dimessi dopo le votazioni sui presidenti di commissione. La gestione delle commissioni è stata troppo arrendevole verso il Pd?

Sicuramente c’è stata un’arrendevolezza di fronte al Pd. Mi parla di questioni “romane” note a chi, come lei, vede da vicino le vicende del palazzo. Io le dico che abbiamo ceduto anche alla Lega, per esempio sui commissari delle aziende del Servizio sanitario calabrese. E abbiamo ceduto rispetto ai dettami di burocrati ministeriali. Altrimenti non mi spiegherei la riconferma, nello scorso inverno, di Andrea Urbani a capo della Programmazione sanitaria nazionale. Né mi spiegherei l’arrivo, ai vertici della sanità della Calabria, di pezzi grossi dell’Agenas. Aggiunga, poi, benché si tratti d’altro, le nostre virate incomprensibili sui processi a Salvini.

Il Pd, secondo Bettini e Zingaretti, deve puntare ad assimilare M5s in una alleanza organica. Lei cosa pensa?

Tutte le alleanze falliscono, se non sono fondate su programmi, contenuti e obiettivi. Non ho ancora capito la linea del Pd, che mi pare sia rimasta al “ma anche” di Veltroni. Per esempio, sulle urgenze economiche e sanitarie del Sud, insieme ad altri parlamentari calabresi del Movimento 5 Stelle avevamo avanzato delle proposte concrete ai democratici: aree con fiscalità di vantaggio per le regioni meridionali, ripartizione del Fondo sanitario sulla base dei dati di morbilità e co-morbilità dei singoli territori, superamento dei commissariamenti per l’attuazione dei piani di rientro dai disavanzi sanitari regionali. Malgrado i ripetuti solleciti, non abbiamo avuto alcuna risposta. Così è, se vi pare.

Lei è favorevole o contrario al Mes?

Sono fermamente contrario. È difficile parlare di Mes in un contesto generale segnato dall’indifferenza, dalle distrazioni di massa, dall’indebolimento progressivo della ragione e della capacità di giudizio. Il Mes è come un’iniezione letale a effetto ritardato, spacciata per vaccino universale. Gliela dico così. Tu accetti, ti sembra di star bene e poi cominci a non respirare più. A quel punto non ci sono “farmaci” che ti possano salvare.

La maggioranza ha votato sì al ricorso al Mes inserito nel testo del Piano nazionale di riforme. Qualche osservatore ritiene che sia solo questione di tempo perché anche M5s voti sì al Mes. Secondo lei?

Non credo che il Movimento voti a favore del Mes. Se accadesse, si dissolverebbe in poche settimane, come per altri motivi avvenne all’Italia dei Valori. Soprattutto, io penso che non si possa inquadrare la questione soltanto in termini di aut aut.

Il dibattito sul Mes sta oscurando questioni più stringenti?

No al Mes, certo. Ma bisogna discutere, prima che sia troppo tardi, di come salvare le imprese, l’occupazione e il futuro delle famiglie. A riguardo l’avvenuta proroga dell’emergenza costituisce un forte impedimento e, temo, un ulteriore appiattimento della politica; se vuole, una scusa. Qui bisogna invece fare i conti con la realtà. Perciò occorre alimentare la capacità produttiva del Paese, portare anche i sindacati sul terreno della concretezza e modificare le regole del sistema bancario.

(Lucio Valentini)

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