John McEnroe – L’impero della perfezione/ Il film su un campione spettacolare

- Roberto Bernocchi

Il film documentario di Julien Faraut racconta per immagini alcuni anni della carriera del grande tennista americano John McEnroe

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Una scena del film

“Seguo ancora lo sport perché è rimasto un qualcosa in cui l’uomo non può mentire. La politica, il cinema e la letteratura possono mentire, lo sport no”. Questa la premessa citazione di Jean-Luc Godard inserita nel film documentario, John McEnroe – L’impero della perfezione, firmato da Julien Faraut. Un film che racconta per immagini alcuni anni della carriera del grande tennista americano. Uno sguardo scientifico e appassionato che mostra le imprese sportive, ma anche la straordinaria personalità di McEnroe. Un animale da “palcoscenico”, capace di confondere facilmente il campo da tennis con il palco di un teatro di spettatori attoniti.

Dalla tecnica al talento. Il film documentario prende le mosse dal desiderio, nato in Francia diversi decenni fa, di spiegare i movimenti del tennis a un pubblico di neofiti. Dalla teoria alla pratica, ben presto studiosi e osservatori si resero conto che i campioni erano molto più della tecnica. Pronti a reinterpretarla, trasformarla, potenziarla, la loro tecnica era solo uno degli elementi di quella capacità straordinaria di superare i limiti.

Gil de Kermadec, i cui video sono stati recuperati e montati dal regista Faraut, posa lo sguardo della sua telecamera su John McEnroe, uno dei più grandi talenti di sempre. Genio e sregolatezza, due caratteristiche tipiche dei grandi, trovano in McEnroe la perfetta applicazione.

Match memorabili, sfide storiche, imprese incredibili. La storia dei suoi successi lascia a bocca aperta, nonostante non sia l’uomo dei record. Ma il suo tennis è sempre stato unico, estroso, aggressivo, come la sua personalità sul campo. Le partite si ricordano non solo per i suoi colpi inimmaginabili, ma anche per le lunghe proteste contro i giudici di sedia, i guardialinee, i fotografi, il pubblico. 

Tattica, strategia, istinto? Il film sembra tracciare il profilo psicologico di un ragazzino che, per l’inesauribile bisogno di amore e stima da parte della madre, ha sempre cercato la perfezione. Ha dunque trovato sfogo per questa immensa insicurezza all’esterno. Un modo per ricostituire un proprio equilibrio personale, per sottrarsi al senso di inadeguatezza, al severo giudizio contro se stesso, incapace di perfezione, nonostante vi fosse molto vicino. Nel 1984 McEnroe ottenne il 96,5% dei match vinti: 82 vittorie su 85 partite disputate. Un primato mai superato da nessun altro campione. 

Il film, premiato come miglior documentario alla 54° Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, segue un registro insolito, con un montaggio piuttosto vivace, accompagnato da commenti didattici e documentaristici, a volte appassionati e appassionanti ma più spesso distaccati e didascalici.

Tra abbondanti momenti di noia, emerge comunque un ritratto evocativo del grande campione, interprete quasi scientifico dell’essere vittima in campo. Un campione che sembrava trovare la rabbia necessaria per vincere proprio dai fischi del pubblico, dai torti degli arbitri e dalle offese sportive degli avversari. 

Un campione tra i più spettacolari di sempre, dentro e fuori dal campo, esempio negativo di fair play, ma campione di differenza, improvvisazione e imprevedibilità.

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