KRZYSZTOV KIEŚLOWSKI CHI È/ Il peso del vivere per il regista che ”coglieva l’intimo”

- Dario D'Angelo

Krzysztof Kieślowski, uno dei maggiori esponenti del cinema polacco: chi è il regista del “dubbio morale” che sapeva “cogliere l’intimo”

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IL REGISTA E IL PESO DEL VIVERE

«Trovandosi continuamente di fronte a situazioni spiacevoli l’uomo impara per forza di cose a vivere»: così diceva Krzysztof Kieślowski in una delle citazioni più note del grande regista polacco. Sapeva cogliere il “dubbio morale” e allo stesso tempo il “peso del vivere” mentre rappresentava in immagini tutta la mutevolezza dei suoi tempi dirompenti per cultura e cambiamenti. «Penso che la mia maturazione non sia, o non sia del tutto, da attribuire alla profonda moralità o saggezza dei miei genitori, ma a questo loro continuo far fronte alle avversità. Penso di aver non tanto appreso, quanto visto molto da loro. Il solito destino ingiusto: quando uno è abbastanza maturo da dialogare con loro, loro non ci sono già più. Mio padre morì quando avevo sedici anni e, in definitiva, non ho fatto in tempo a fargli nessuna domanda veramente importante. Più che sapere quello che pensava ne ho una vaga intuizione», raccontava ancora il regista del Decalogo.

In un dialogo con alcuni suoi colleghi (citato nel soffio “Perché siamo qui”), Kieślowski apriva un altro piccolo “pezzetto” del suo intricato e mai banale intimo: «non so filmAre i panorami, voglio dire che quando mi capita di farlo mi trovo a disagio. In senso più generale, ciò dipende dall’interesse sempre maggiore che ripongo nell’intimità dell’uomo e non sull’esterno. E quanto più mi attira l’intimo, tanto più mi avvicino, è ovvio. Mi devo fare sempre più sotto perché ciò che mi interessa è negli occhi, nella bocca, nella smorfia, nella parola. Si trova in tutto quello che è dannatamente intimo». È soprattutto per questo motivo che il regista ha abbandonato il documentario, regalandoci uno degli autori più intriganti dell’intero cinema novecentesco. (agg. di Niccolò Magnani)

IL DUBBIO MORALE DI KIEŚLOWSKI

Krzysztof Kieślowski è riconosciuto universalmente come uno dei più grandi registi della storia del cinema. Il critico cinematografico e conduttore radiofonico Gian Luca Favetto lo definisce il regista del dubbio morale, che ha indagato con leggerezza ma in modo inesorabile. «In tutto il suo lavoro c’è una dialettica che smuove, fa crescere e non annoia, è azione». Nei suoi film c’è la dialettica, dunque, tra la volontà e la curiosità di capire il mondo e l’impossibilità di comprenderlo per la nostra inadeguatezza. Sapeva giocare con fatti e conseguenze, mescolando le trame, senza speculazioni filosofiche. Non metteva in scena una verità, ma faceva cinema. «Era un minuzioso narratore che ha lo sguardo dell’entomologo», ha aggiunto nel 2013 Favetto. Krzysztof Kieślowski è considerato di nicchia, ma è uno dei grandi registi del Novecento. «Stupisce e sconvolge, fa il cinema fregandosene di correnti, generi, giudizi, ideologie, di compiacere. A lui interessa guardare e raccontare». (agg. di Silvana Palazzo)

KRZYSZTOV KIEŚLOWSKI TRA ‘COLORI’ E CENSURA

Era dissidente ma nel senso che era allo stesso tempo al “servizio” di tutti (con la sua arte, il cinema) ma anche “contro” tutti (a livello politico, morale e religioso): Krzysztof Kieślowski non fu certo un autore banale e ce ne scusiamo di trattarlo a livello pubblico “solo” perché identificato da Google per il Doodle della domenica. Si scontrò col Governo sia prima che dopo la Legge Marziale, ma ebbe screzi anche con la Chiesa Cattolica e i dissidenti anti-comunisti: nel 1988 con il “Decalogo” i film ispirati ai 10 comandamenti furono finanziati comunque dalla Germania dell’Ovest che intravide in Kieślowski un genio senza tempo che andava ben oltre l’idea “politica” del momento.

Solo grazie però all’enorme successo avvenuto con “La doppia vita di Veronica”, il grande regista polacco riuscì a dedicarsi ai sui ultimi film inseriti nella “Trilogia dei Colori” (blu, bianco e rosso). Con il film blu venne premiato anche alla Mostra di Venezia, con il “bianco” a quella di Berlino mentre per il “rosso” venne anche la candidatura all’Oscar come migliore regista e sceneggiatura originale ma la vittoria non arrivò all’ultimo. Si ritirò dal cinema nel 1994 e solo due anni dopo il mondo perse l’animo colto, pungente e istrionico del grande regista che – con Roman Polanski e Andrzej Wajda – ha fatto la storia del cinema polacco ed europeo. (agg. di Niccolò Magnani)

L’INTIMITÀ DELL’ATTORE

Sono tante le parole di Krzysztof Kieślowski, grandissimo regista di cinema polacco, che oggi circolano sul web, in ricordo appunto dello stesso dopo lo speciale Doodle di Google per il suo 80esimo compleanno. Krzysztof Kieślowski ricordava spesso come lo stesso avesse dei limiti: “Una cosa è certa, ad essere sinceri: non so filmare i panorami”, ammetteva schietto, motivando il limite con tali parole: “Ciò dipende dall’interesse sempre maggiore che ripongo nell’intimità dell’uomo e non sull’esterno. E quanto più mi attira l’intimo, tanto più mi avvicino, è ovvio”. Krzysztof Kieślowski era di fatto interessato al particolare degli attori, occhi, bocca, smorfia, la parola.

“Si trova in tutto quello che è dannatamente intimo”, e anche per questo motivo ha deciso di abbandonare il mondo del documentario. “Non mi consentiva di filmare l’intimità. L’intimità è quel qualcosa che l’uomo vuole occultare, e dunque la macchina da presa è sfrontata, usurpatrice, villana a volere entrarvi”. Secondo il polacco, conta ciò che l’uomo “sente e pensa veramente”, e non quello che “racconta fuori o i1 suo comportamento con gli altri”. (aggiornamento di Davide Giancristofaro)

KRZYSZTOF KIEŚLOWSKI RIVOLUZIONÒ IL CINEMA: “MA VOLEVO FARE TEATRO”

Google ricorda oggi con un Doodle sicuramente ad effetto, il regista polacco Krzysztof Kieślowski, grande protagonista del cinema moderno, che oggi avrebbe compiuto 80 anni. Krzysztof Kieślowski è morto purtroppo molto giovane, all’età di soli 55 anni, (era il 1996), in seguito ad un attacco di cuore. Una vita difficile la sua, che perse il padre da ragazzino “Mio padre me lo ricordo malato di tubercolosi finché non ne morì quando avevo sedici anni”, racconto lo stesso, un decesso giunto al culmine di un periodo drammatico: “Avevo dodici anni e ci eravamo già trasferiti ben diciannove volte, da un paesino all’altro, da un sanatorio all’altro, seguendo mio padre nelle sue cure”.

Nonostante quegli ostacoli quasi insormontabili, Krzysztof Kieślowski è comunque riuscito ad emergere, facendosi strada nel mondo del cinema, che però non è stato il suo primo amore: “Io volevo fare il regista teatrale – racconta ancora – si era a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta, l’epoca d’oro del nostro teatro: splendide scenografie, ottimi interpreti, buoni testi. Certo in quel periodo anche il livello del cinema era elevato, ma mi interessava di meno”. Ma per accedere al mondo teatrale occorreva la laurea, e quando il futuro regista iniziò il percorso di studi, l’epoca d’oro svanì: “Quello che un tempo mi era parso straordinario esaurì il suo fascino”. (aggiornamento di Davide Giancristofaro)

IL REGISTA POLACCO AMATO DA KUBRICK MUTAVA LE IDEE IN DRAMMA

Oggi, domenica 27 giugno 2021, Google decide di celebrare con un doodle la figura di Krzysztof Kieślowski. Ricorre infatti proprio nella giornata odierno l’ottantesimo anniversario dalla nascita del regista e sceneggiatore polacco di fama internazionale. Come ricorda proprio il motore di ricerca Krzysztof Kieślowski è ampiamente considerato uno dei registi più influenti del cinema d’autore. Nato a Varsavia, in Polonia, nel 1941, Kieślowski ha sviluppato l’amore per la narrazione attraverso una passione infantile per la letteratura.

Quella che Google definisce una vera e propria “ossessione” per le arti narrative è stata coltivata presso la stimata Lódz Film School, dove il suo primo lungometraggio originale ha preso la forma di un breve dramma muto nel 1966. Nei suoi primi film, come il documentario del 1971 sullo sciopero dei lavoratori nei cantieri navali intitolato “Workers ’71”, Krzysztof Kieślowski ha esplorato le complessità e i dilemmi morali della vita quotidiana mediante la rappresentazione schietta della Polonia contemporanea.

KRZYSZTOF KIEŚLOWSKI E LE NOMINATION AGLI OSCAR

Difficile inquadrare Krzysztof Kieślowski all’interno di una sola cornice. La sua arte va infatti oltre il formato documentario nel lungometraggio datato 1975 e intitolato “Personnel”, lavoro che costituisce di fatto la prima di molte opere cinematografiche di fiction. Ma è soltanto con l’uscita nel 1988 di “The Decalogue” – dieci episodi televisivi di un’ora che seguono gli abitanti di un complesso residenziale di Varsavia – che l’opera di Kieślowski riceve il consenso che merita la sua arte e acquista fama internazionale. Le sue esplorazioni filosofiche sono culminate nella trilogia “Tre colori” del 1993-94, ognuna delle quali rappresenta una riflessione sugli ideali della Rivoluzione francese, che comprende i suoi ultimi film. Nel corso della sua carriera, oltre a decine di premi prestigiosi, Kieślowski ha ricevuto tre nomination agli Oscar, tra cui quella per la miglior regia nel 1994 per “Tre colori: Rosso”, l’ultimo capitolo del suo iconico trittico. In seguito ad un attacco di cuore, morì il 13 marzo 1996 durante un’operazione a cuore aperto.

KRZYSZTOF KIEŚLOWSKI E LE PAROLE DI KUBRICK

Dopo essersi ritirato dal cinema proprio nel 1994, Kieslowski è tornato al mezzo che per primo ha ispirato la sua devozione all’arte del racconto: la letteratura. Il grande regista Stanley Kubrick, che nutriva una sincera ammirazione per Kieslowski, una volta ebbe a dire: “Sono sempre restìo a sottolineare una caratteristica specifica del lavoro di un grande regista, perché ciò tende inevitabilmente a semplificarne e sminuirne il lavoro. Ma riguardo a questa sceneggiatura (Decalogo N.d.R.), di Krzysztof Kieślowski e del suo coautore, Krzysztof Piesiewicz, non dovrebbe essere fuori luogo osservare che essi hanno la rarissima capacità di drammatizzare le loro idee piuttosto che raccontarle solamente. Esemplificando i concetti attraverso l’azione drammatica della storia essi acquisiscono il potere aggiuntivo di permettere al pubblico di scoprire quello che sta realmente accadendo piuttosto che semplicemente raccontarglielo. Lo fanno con tale abbagliante abilità, che non riesci a percepire il sopraggiungere dei concetti narrativi e a materializzarli prima che questi non abbiano già raggiunto da tempo il profondo del tuo cuore“. Parole di cui andare fieri per Krzysztof Kieślowski…

KRZYSZTOF KIEŚLOWSKI, LE CITAZIONI PIÙ BELLE

Niente meglio delle sue citazioni definiscono Krzysztof Kieślowski. Sulla sua infanzia, il regista raccontava: “Direi che con noi la sorte non è stata troppo benevola. Mio padre me lo ricordo malato di tubercolosi finché non ne morì quando avevo sedici anni. Pressati dall’assillo finanziario dovevamo continuamente scegliere, non tra il bene e il male, ma come accade di solito nella vita, tra due mali, quello minore e quello maggiore. Avevo dodici anni e ci eravamo già trasferiti ben diciannove volte, da un paesino all’altro, da un sanatorio all’altro, seguendo mio padre nelle sue cure. Con quei continui cambiamenti di ambiente, di scuole, di amicizie ci trovavamo ad affrontare situazioni sempre nuove. Una cosa che sarebbe diventata norma“.

Molto bella anche il racconto con cui il regista spiega le tappe esistenziali che lo hanno portato a fare cinema: “Ma chi pensava al cinema? Io volevo fare il regista teatrale. Si era a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta, l’epoca d’oro del nostro teatro: splendide scenografie, ottimi interpreti, buoni testi. Certo in quel periodo anche il livello del cinema era elevato, ma mi interessava di meno. Tanto più che la mia scuola di tecniche teatrali era straordinaria, come i suoi insegnanti, che non si soffermavano tanto sul modo di dipingere gli scenari (tecnica in cui del resto sono diplomato) o di cucire parrucche, quanto sulla “magia” del teatro, sul suo mistero. Ci spiegavano che nel rapporto tra l’attore e il teatro c’era qualcosa di straordinario, a cui noi tecnici davamo un contributo essenziale. Eravamo molto fieri di essere partecipi di quella magia. Ma per accedere ai corsi superiori di regia teatrale occorreva la laurea. Per una questione di affinità, decisi di conseguirla alla Scuola Superiore di Cinema di Łódź. Intanto finiva l’epoca d’oro del teatro. Quello che un tempo mi era parso straordinario esaurì il suo fascino“. Quando si dice il destino…

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