LETTURE/ Italo Svevo: il presagio della fine trascina l’io nella disgregazione

- Laura Cioni

Seconda metà del XIX secolo: a Trieste si respira l’aria di una Mitteleuropa in crisi. Il romanzo di Italo Svevo riflette lo sgomento esistenziale dell’epoca. Il commento di LAURA CIONI

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Foto Imagoeconomica

L’insieme di regioni sottoposte all’impero asburgico dal XIII secolo al 1918, ovvero l’Austria, la Boemia, la Moravia, l’Ungheria, la Galizia, Trieste e la Dalmazia si dissolve con la sconfitta nella prima guerra mondiale. Compagine cattolica, tollerante, cosmopolita, a cavallo tra Ottocento e Novecento dà vita a una cultura unitaria, indagata da Claudio Magris, che presenta il mito asburgico come universo felice, ordinato, benestante, ma malinconico per il presagio del suo tramonto. Esso comincia con Maria Teresa e Giuseppe II, continua sotto Francesco Giuseppe, in un clima pacifico, ma statico, con un equilibrio instabile, dovuto alle diverse etnie. Con l’editto di tolleranza emanato da Giuseppe II nel 1781, i territori dell’impero diventano meta di una massiccia immigrazione ebraica, che favorisce l’espressione di molti intellettuali ebrei a Vienna e a Praga, tra i quali Kafka, Werfel, Freud, Hofmanstal, Schnitzler, Kraus, Malher, Schoenberg.

È questo il periodo in cui in Europa declina il romanzo naturalista; in opere più inquietanti di quelle che descrivono la società, le cose sono in attesa di una rivelazione, dal mondo visibile al mondo invisibile: l’uomo non ritrova facilmente se stesso. Si cercano nuovi contenuti nella narrazione analitica del quotidiano, in cui il centro è l’io, non la realtà esterna. Sul piano linguistico irrompe il discorso indiretto libero, il monologo interiore, il flusso di coscienza.

La parte orientale dell’Italia non è estranea alle novità europee. Italo Svevo, nato nel 1861 a Trieste da ebrei di origine tedesca, studia in Baviera e si indirizza verso modelli culturali mitteleuropei; è tra i primi lettori di Darwin, di Marx, di Freud, di Schopenhauer, di Nietzsche.

La ricerca sveviana è un intreccio tra leggerezza e profondità, lontana dalla cultura italiana cultrice del bello stile; è un uomo d’affari che scrive e questo dualismo si ritrova nei personaggi dei suoi romanzi, da Una vita a Senilità, da La coscienza di Zeno alle ultime novelle postume.

 

Nel 1905 conosce Joyce giunto a Trieste: avvertimento dello scardinarsi dei puntelli su cui si regge la società borghese, esperienza delle sgomento esistenziale ed estetico, oscurità della fama presso i concittadini, presagio del disastro delle guerre, ricerca vana di un significato della vita accomunano i due scrittori.

 

Centrale nella narrativa di Svevo è il tema tipicamente ebraico della memoria e quello della malattia come strumento per una più acuta conoscenza del mondo. In questa prospettiva la psicanalisi non è considerata tanto come terapia della nevrosi, quanto come mezzo più raffinato per l’indagine che lo scrittore conduce sui suoi personaggi e sul loro ambiente.

Ciò che ne risulta è spesso un mondo opaco, in cui non sono previste le epifanie con cui Joyce riscatta la vita di Dublino, in cui l’inetto prende il posto del vinto, in cui la quotidianità avviluppa come un sudario case, strade e persone, senza apparente possibilità di redenzione.

 

 

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