LETTURE/ Perché abbiamo smarrito la “vergogna” di Petrarca?

- Laura Cioni

È raro che qualcuno oggi provi vergogna. Al contrario l’umanista Petrarca, che prefigura i tempi moderni, l’ha messa al centro della propria riflessione

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Vittore Carpaccio, Sant'Agostino nello studio (1502; immagine d'archivio)

È raro che qualcuno oggi provi vergogna: è più frequente la difesa del proprio operato, quando non addirittura l’abitudine dannosa di mentire a se stessi pur di non ammettere il proprio limite.
Petrarca, l’intellettuale che prefigura i tempi moderni, ha vissuto a tal punto la vergogna da farne uno dei temi più ricorrenti della propria riflessione, come alcuni dei suoi scritti rivelano. Nel Secretum immagina di essere rimproverato da sant’Agostino del peccato di accidia, cioè della tristezza che impedisce all’uomo di volgersi a Dio, della pericolosa pigrizia spirituale che lascia l’uomo privo di forza per volere veramente il proprio bene. Pur convenendo con il suo maestro, Petrarca non sa risolversi a cambiare atteggiamento.
Il Canzoniere è il documento più accessibile per accostarsi alla discordia interiore che ha contrassegnato l’esistenza del poeta, spesso diviso tra la ricerca della solitudine e quella della fama, in un ripiegamento avvertito soggettivamente come un affanno e un ingombro, anche se ha dato alle lettere europee per secoli un grande modello poetico.
Il contrasto tra la vanità di ogni cosa terrena e l’aspirazione a ciò che veramente dura è evidenziato nel Canzoniere dal sonetto iniziale, composto negli anni della maturità e voluto dal poeta come introduzione alle altre rime:
Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond’io nudriva ’l core
in sul mio primo giovenile errore
quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono,
del vario stile in ch’io piango et ragiono
fra le vane speranze e ’l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar pietà, nonché perdono.
Ma ben veggio or sì come al popol tutto
favola fui gran tempo, onde sovente
di me medesmo meco mi vergogno;
et del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto,
e ’l pentersi, e ’l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondo è breve sogno.

È difficile comprendere a fondo la complessità di Petrarca, il suo compiacimento nell’analisi di sé, il suo oscillare tra il sogno dell’amore e della gloria poetica e la consapevolezza dell’inconsistenza delle cose che passano, tra la vergogna di essere stato attratto e sviato dalla vanità nella sua giovinezza e il pentimento per esserne ancora in parte irretito, senza mai sapersi  sottrarre al proprio errore.
Petrarca esperto conoscitore degli antichi è il precursore di una nuova sensibilità, volta a indagare il cuore umano attraverso la parola scritta e più volte rimaneggiata, nella ricerca continua e lenta della precisione formale e insieme concettuale. Adesso il passato si conosce molto meno e si usano altri modi per scandagliare le pieghe segrete della coscienza. L’io viene scavato a diversi gradi di profondità, ma l’impressione è che resti prigioniero di se stesso. Sarebbe interessante rintracciare, al di là di facili e consolidate semplificazioni, il clima culturale in cui Petrarca si muove e viaggia per l’Europa alla ricerca di codici e di relazioni con i potenti: si accentua con lui l’instabilità che è di tutti i tempi. Il nesso con la trascendenza diventa più opaco e il sonetto 81 documenta lo smarrimento di un punto di vista tenace:
Ben venne a dilivrarmi un grande amico
poi volò fuor de la veduta mia,
sì ch’a mirarlo indarno m’affatico
.
La vergogna della confusione così frequente nelle sue scelte, lo stesso suo compiacimento di cesellatore della parola spingono Petrarca alla sincerità di un appello che non è solo frutto di perizia letteraria:
Vergine, s’a mercede
miseria estrema de l’umane cose
già mai ti volse, al mio prego t’inchina;
soccorri a la mia guerra,
ben ch’i’ sia terra, e tu del ciel regina.
Se tutto l’affaticarsi nella ricerca e nelle relazioni umane oggi così provate dalla conflittualità delle opinioni e dei comportamenti portasse alla richiesta che sulla terra della vergogna si posi lo sguardo del cielo, il tempo travagliato che viviamo acquisterebbe la grandezza spesso travisata di un passato più simile al presente di quanto pensiamo.



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