LA DIRETTRICE/ Sandra Oh brilla nella crudele lotta fra generazioni in università

- Antonio Napoli

“La Direttrice” è nella top ten delle serie tv per l’argomento che tratta con spietata ironia: la lotta fra generazioni in università. Sandra Oh in gran spolvero

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L'attrice di origini coreane, Sandra Oh, protagonista della serie tv "La Direttrice"

La prima stagione de La Direttrice – il titolo originario è in realtà The Chair – è apparsa il 20 agosto sulla piattaforma Netflix e ha conquistato subito il pubblico italiano. Le ragioni di questo successo possono essere diverse, a cominciare dalla splendida interpretazione dell’attrice di origini coreane Sandra Oh (Killing Eve Grey’s Anatomy, per cui ha vinto due Golden Globe e un Emmy) nei panni della protagonista, la professoressa Ji-Yoon Kim.

Ma quello che, a mio avviso, rappresenta in particolare il motivo che ha spinto la piccola serie tv (6 episodi di circa 30’) nella top ten delle più viste in Italia è l’argomento di cui parla, e cioè la sottile ma crudele lotta generazionale che si conduce nelle università di tutto il mondo. Una battaglia senza esclusioni di colpi, tra le generazioni più anziane, che difendono ogni metro del loro potere conquistato con anni di duro studio e lavoro, e le generazioni più giovani, a cui inevitabilmente si prospetta un rinvio sine die dell’avanzamento delle loro carriere.

La sedia (The Chair) su cui finisce Ji-Yoon è quella di direttrice del prestigioso dipartimento di letteratura inglese della Pembroke University. La Pembroke non esiste, ma assomiglia molto alle prestigiose università americane famose in tutto il mondo. Lei è relativamente giovane (appena cinquantenne), donna, non bianca. Ben presto si accorge che gli anziani professori del dipartimento che l’hanno accettata di malavoglia, non solo non intendono cedere il passo ai professori più giovani che lei vuole promuovere, ma sabotano ogni suo tentativo di modernizzazione e di innovazione didattica.

Ben presto Ji-Yoon si trova nella classica scomoda posizione tra l’incudine e il martello. E cioè tra i vecchi baroni, che non solo non intendono andare in pensione ma preparano un piccolo golpe per defenestrarla, e i docenti più giovani, che delusi della sua gestione e delle sue continue mediazioni, l’abbandonano al suo destino.

Sandra Oh guida un cast di grande qualità. Nel ruolo della professoressa di letteratura medievale, svitata e che per solidarietà femminile alla fine si schiera con lei, c’è l’attrice Holland Taylor (The Practice – Professione Avvocati, Due uomini e mezzo, Hollywood); nei panni del rettore troviamo l’attore caratterista David Morse (Il miglio verde, Dr. House, John Adams), e nella parte del giovane collega Bill Dobson, amato dagli studenti ed estromesso dalla sua cattedra per futili motivi e una ridicola accusa di filo-nazismo, troviamo Jay Duplass, esponente di primo piano del cinema indipendente americano.

Nella serie ideata da due donne emergenti come Amanda Peet, attrice alla sua prima esperienza come realizzatrice e regista di una serie tv, e Annie Julia Wyman, predominano i temi della condizione di una donna lavoratrice come Ji-Yoon, alle prese con mille problemi e con la gestione di una figlia ribelle, ma più in generale si fa riferimento alla condizione di discriminazione (soprattutto salariale) perpetuata per anni negli atenei, alla impermeabilità delle università (non solo americane) ai princìpi del movimento Me Too, che ha cosi radicalmente cambiato tutti gli altri ambienti di lavoro.

Così La Direttrice riesce a smascherare il sottile ricatto sentimentale che le generazioni più adulte esercitano su quelle più giovani, il danno che provoca l’invecchiamento di massa nelle società ricche, soprattutto nell’ambito delle funzioni direttive e nel lavoro intellettuale, danno che si consuma sulla sottile quanto ridicola distinzione tra lavori usuranti per il fisico e quelli a tempo indeterminato che sarebbero fatti con la mente, come se ciò fosse realisticamente possibile e distinguibile, oltre che giusto.

La serie è classificata drammatica, ma andrebbe proprio per questo motivo aggiunta al catalogo “satira spietata sul nostro tempo”.

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