CINEMA/ Il cavaliere oscuro: il sacrificio dell’identità chiude la saga di Batman

- Leonardo Locatelli

Un film dirompente torna a parlare del rapporto con il “lato oscuro” della forza. Sequenza dopo sequenza, il regista Christopher Nolan trascina il pubblico in vicende potenzialmente annichilenti allo stesso modo di come l’anarchico “The Joker” tenta di ridurre al Caos una comunità. L’analisi di LEONARDO LOCATELLI

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«Non penserai che mi fossi giocato l’anima di Gotham City a una scazzottata con te!»: ormai catturato e penzolante nel vuoto, con alle spalle il profilo notturno della città – cui ha prestato gli esterni la Chicago metropolitana fotografata dal fidato operatore Wally Pfister – “The Joker” (Heath Ledger) pare riaprire così la sfida con Batman/Bruce Wayne (Christian Bale), proprio quando ci si avvia alla conclusione dei cupi 150 minuti de Il cavaliere oscuro. La conferma di questa minaccia arriva, di lì a poco, dalle sconsolate parole del commissario Jim Gordon (Gary Oldman): «Ha preso il migliore di noi e l’ha fatto a pezzi». Questo davanti al corpo del fino ad allora incorruttibile procuratore Harvey Dent (Aaron Eckhart), «il volto del futuro di Gotham», ormai trasformatosi nel vendicativo Harvey Due Facce su istigazione del malefico “The Joker” che ha fatto leva sullo smarrimento seguito alla perdita della sua amata fidanzata e collega Rachel Dawes (Maggie Gyllenhaal) e alla menomazione fisica (la metà sinistra del volto deturpata) patita dopo un tentativo di eliminarlo cui era scampato grazie al tempestivo intervento dell’Uomo Pipistrello.

Il Male viene bloccato, certo («Joker non può vincere!»), ma il prezzo da pagare è altissimo perché nessuno dei tre paladini di Gotham City esce umanamente indenne dallo scontro con il Clown senza identità, un “terrorista” venuto da chissà dove, dagli “abiti fatti a mano” e dalle tasche piene solo di “coltelli e lanugine”, che in almeno un paio di circostanze – anche se il regista Christopher Nolan ha confessato il proprio debito nei confronti di Heat La sfida (Heat, 1995, Michael Mann), citato esplicitamente anche attraverso il cameo di uno dei suoi attori (William Fichtner) nella coreografica sequenza iniziale della rapina – richiama nitidamente alla memoria il crepuscolare, folle, “malsano” colonnello Walter E. Kurtz, novello Principe delle Tenebre, cui diede vita Marlon Brando 30 anni fa in Apocalypse Now (1979). «Senza discernimento, senza discernimento. Perché è il nostro voler giudicare che ci indebolisce» era la sua battuta chiave, che pare poter dire qualcosa anche della volontà che anima questo “agente del Caos” che vuole scardinare il convivere della comunità di Gotham City: «Io non sono un mostro: sono solo in anticipo sui tempi!» E questo unicamente perché, come replica il fidato maggiordomo Alfred (Michael Caine) al confuso Bruce Wayne («Dobbiamo solo capire cosa vuole!»), pure esiste la semplice possibilità che «certi uomini vogliono solo veder bruciare il mondo». Come già ricordava il Cuore di tenebra cinematografico di Francis Ford Coppola «c’è un conflitto in ogni cuore umano, tra ragione e follia, tra bene e male. E il bene non è detto che vinca sempre. Talvolta il lato oscuro sconfigge quelli che Lincoln chiamava i migliori angeli della nostra natura. In ogni uomo c’è un punto di rottura».

E proprio a quel punto tendono tutte le iniziative messe in campo dal “dia-bolico” Joker («Quello che non ti uccide ti rende più strano!» è una delle sue primissime battute): si vedano tutti, ma proprio tutti, i “giochi al massacro” cui sottopone di volta in volta le proprie vittime (una per tutte, l’esemplare sequenza dei due traghetti). Duella con Batman («Andiamo, voglio che tu lo faccia, fallo, colpiscimi!»), ribattendo colpo su colpo in un crescendo senza freni, ben sapendo che per fermarlo quest’ultimo dovrà arrivare a violare il suo codice morale o ad usare poteri “immorali, pericolosi, sbagliati” per le mani di un uomo solo. Come capita quando, per stanarlo, l’eroe mascherato perfeziona un sistema di intercettazione telefonica molto avanzato che pare richiamare provvedimenti della storia americana recente come il contestato Patriot Act post 11 settembre: «spiare 30 milioni di persone non è nelle mie mansioni!» lamenta infatti a gran voce l’inventore Lucius Fox (Morgan Freeman), sorpreso e contrariato per la piega che sta prendendo la lotta contro il Male da parte di Bruce Wayne. Mentre va decisamente peggio, come già accennato, al procuratore Harvey Dent, caduto agli stessi, bassi, istintivi livelli del Clown in un processo di annichilimento dei “migliori angeli della nostra natura” che solo il poco approfondimento dedicatogli dall’opera – che ci pare decisamente “bruciare” la genesi del personaggio – impedisce di mettere a confronto con un’altra similare trasformazione alla base della più popolare saga cinematografica americana: quella che porta il cavaliere jedi Anakin Skywalker a vestire la funerea armatura di Darth Vader in Star Wars. L’irosa personalità di Harvey Due Facce viene paradossalmente sguinzagliata dal Joker contro l’altro membro del terzetto dei paladini di Gotham City di cui l’uomo di legge faceva parte fino ad allora, il commissario Jim Gordon, arrivando a minacciarne la famiglia per vendicare i propri affetti dei torti subiti da parte di elementi corrotti della squadra di polizia da lui diretta: «O muori da eroe o vivi tanto a lungo da diventare il cattivo». Alla fine l’unica soluzione diventa la decisione di uno – un’altra trasformazione, quella di Batman nel “dark knight” del titolo –, il definitivo sacrificio della propria identità (oseremmo dire della propria umanità), un caricarsi di un fardello pesantissimo da parte di un uomo che rappresenta «quello di cui Gotham ha bisogno, l’eroe che Gotham merita ma non adesso» unicamente perché «a volte la verità non basta, a volte la gente merita di più e la fiducia va ripagata», sulle immagini della celebrazione post mortem del “white knight” Harvey Dent.

Un finale che non ci convince pienamente per un film che arriva a coinvolgere, mettendolo alla prova, chi viene catturato dal rutilante gorgo (cinematografico) allestito dal regista intorno al duello tra il Clown e Batman. Recentemente il talentuoso Paul Thomas Anderson – a proposito di rappresentazioni del Male sul grande schermo – aveva almeno avuto modo di chiudere l’amarissima parabola de Il Petroliere (There Will Be Blood, 2007) con l’ansimante «I’m finished» del suo miserabile protagonista Daniel Plainview (Daniel Day-Lewis). Anche in questo caso, al termine, sullo schermo nero è il titolo del film ad apparire: non c’è premura di mettere la parola “FINE” in chiusura di quest’ultimo capitolo della saga dell’Uomo Pipistrello, l’unico degli ormai sei – particolare non da poco – che non porta il suo nome. Solo un caso o c’è davvero qualcuno o qualcosa che è andato ultimamente (irrimediabilmente?) perso in questa lotta?

(Leonardo Locatelli)

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