RICORDO/ Jennifer Jones, dall’Oscar con Bernardette la vita in pellicole di un mito di Hollywood

- Leonardo Locatelli

Scomparsa all’età di 90 anni, la vincitrice dell’Oscar del 1943 ha avuto un’intensa vita cinematografica che ci racconta LEONARDO LOCATELLI

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Una lista di nomi che riesce ancora oggi a far sognare. Leggere senza battere ciglio i nominativi delle cinque candidate al premio Oscar per la migliore attrice protagonista per l’anno 1943 – nella serata che, tra la sorpresa degli stessi produttori, consacra uno dei “classicissimi” di Hollywood, Casablanca di Michael Curtiz – è davvero una bella sfida: Jean Arthur, Ingrid Bergman, Joan Fontaine, Greer Garson e Jennifer Jones (morta giovedì scorso nella sua abitazione a Malibu, in California, all’età di novant’anni).

Il 2 marzo 1944, dal palco del Grauman’s Chinese Theatre, è quest’ultima, proprio nel giorno del suo venticinquesimo compleanno (era infatti nata a Tulsa, in Oklahoma, il 2 marzo 1919 con il nome di Phyllis Lee Isley), a impugnare tra le lacrime la statuetta per l’interpretazione della santa francese Bernadette Soubirous in Bernadette (The Song of Bernadette, Henry King), a detta del critico James Agee (“Time”) «one of the most impressive screen debuts in years».

Quella che fino a un attimo prima della premiazione era considerata la grande favorita della serata, Ingrid Bergman, candidata per il ruolo della partigiana spagnola in Per chi suona la campana (For Whom The Bell Tolls, Sam Wood), adattamento dell’omonimo romanzo di Ernest Hemingway, si complimenta così con la giovane vincitrice: «La tua Bernadette è stata migliore della mia Maria», mentre la stessa Jones, a distanza di molti anni, ha modo di confessare nel corso di una delle sue rare interviste che «ho fatto Bernadette senza sapere cosa stava succedendo per la metà del tempo».

Un ruolo decisamente “a rischio” nei puritani Stati Uniti: la Jones è costretta dalla produzione a celare alla stampa e al pubblico l’esistenza di un marito – dal quale divorzia due anni più tardi – e di due figli per rendere più credibile il ruolo interpretato. Tre anni dopo è la volta del ruolo della fascinosa meticcia Pearl Chavez in Duello al sole (Duel in the Sun, 1946), film con il quale uno dei più potenti produttori hollywoodiani (e dal 1949 suo secondo marito) David O. Selznick tenta di ripetere il successo di Via col vento (Gone with the Wind, 1939, Victor Fleming) e la cui realizzazione vede l’avvicendarsi di sei registi dietro la macchina da presa.

Questo il ricordo di un allora giovanissimo Martin Scorsese: «Era il 1946, avevo quattro anni e ricordo che mia madre mi portò a vedere Duello al sole di King Vidor. […] Questo film, condannato dalla Chiesa, lo avevano soprannominato “Lussuria nella polvere” [“Lust in the Dust”, ndr] e immagino che mia madre mi usò come scusa perché voleva vederlo lei. Bastarono i titoli di testa per lasciarmi a bocca aperta: gli spari; il delirio di colori forti, intensi e vibranti; la musica; il sole accecante; una sessualità esplicita».

Grazie a Selznick, negli anni seguenti non le mancano occasioni di ruoli con importanti registi e attori dell’epoca: Fra le tue braccia (Cluny Brown, 1946, Ernst Lubitsch) con Charles Boyer; Il ritratto di Jennie (Portrait of Jennie, 1949, William Dieterle) con Joseph Cotten; Madame Bovary (1949, Vincente Minnelli) con James Mason e Van Heflin; Ruby, fiore selvaggio (Ruby Gentry, 1952, King Vidor) con Charlton Heston e Karl Malden; Gli occhi che non sorrisero (Carrie, 1952, William Wyler) con Laurence Olivier; Il tesoro dell’Africa (Beat the Devil, 1953, John Huston) con Humphrey Bogart e Peter Lorre (e i nostri Gina Lollobrigida e Saro Urzì); l’“incursione” italiana di Stazione Termini (1953, Vittorio De Sica) con Montgomery Clift, Gino Cervi e Paolo Stoppa; L’amore è una cosa meravigliosa (Love Is a Many-Splendored Thing, 1955, Henry King) con William Holden; Addio alle armi (A Farewell to Arms, 1957, Charles Vidor) con Rock Hudson, Vittorio De Sica e Alberto Sordi.

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Quest’ultima pellicola, un imprevisto flop sia di critica che di pubblico, chiude in maniera definitiva la carriera di produttore di David O. Selznick, suo vero e proprio mentore per tutta la durata della loro unione, e contribuisce a diradare anche gli impegni della stessa Jones, che seguendo le indicazioni del marito aveva già rifiutato i ruoli femminili di Fronte del porto (On the Waterfront, 1954) con Marlon Brando e di La valle dell’Eden (East of Eden, 1955) con James Dean, entrambi diretti da Elia Kazan. La sua ultima apparizione, insieme ad altre vecchie glorie di Hollywood (come da tradizione del filone), è in L’inferno di cristallo (The Towering Inferno, 1976, John Guillermin), uno dei film “catastrofici” (i cosiddetti disaster movies) per eccellenza e uno dei più grandi successi di pubblico degli anni Settanta.

 

Nei primi anni Ottanta l’ultimo sussulto artistico, legato al ruolo di Aurora Greenway per Voglia di tenerezza (Terms of Endearment, 1983, James L. Brooks): acquistati i diritti dell’omonimo romanzo di Larry McMurtry per farne una trasposizione cinematografica, si rivolge all’amico e produttore televisivo J.L. Brooks, che a sua volta ne discute con la Paramount. La casa, ottenuti i diritti dalla Jones, la estromette dal film affidando la parte a Shirley MacLaine: la pellicola vince cinque Oscar, tutti in categorie principali, compresa quella per la migliore attrice protagonista.

 

Trent’anni davanti alla macchina da presa, ventisette pellicole, cinque candidature all’Oscar eppure, come è stato scritto, «una delle tragedie della carriera di Jennifer Jones è che lei sarà sempre esaminata attraverso il filtro di David O. Selznick».

 




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