OSCAR/ Quanta politica dietro i film che hanno vinto. Non sarà l’“effetto Obama”?

- Leonardo Locatelli

I premi se li sono intascati le storie alla “miracolo americano”, un film politically correct e un altro dal sapore di revanscismo da guerra civile nei confronti degli appena sconfitti repubblicani. Sicuramente Obama non centra direttamente, ma, secondo LEONARDO LOCATELLI ha assunto il ruolo di musa ispiratrice nei criteri di assegnazione delle statuette

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Se è vero che il grande schermo può fungere alla scorta di uno specchio dentro il quale si riflettono – per venirvi distorte, ingigantite, abbellite, semplificate – le grandi tensioni ideali (o ideologiche) che capita possano animare un certo momento storico, l’ultima edizione degli Academy Awards ha certo di che far riflettere. Il 20 gennaio, due giorni prima della pubblicazione delle candidature per le varie categorie in gara, si svolge la cerimonia di insediamento del nuovo presidente statunitense, Barack Hussein Obama, e un mese dopo ecco che un’espressione di un mondo “altro” – The Millionaire di Danny Boyle, una produzione anglo-americana girata nei due più grandi slums indiani – porta a casa otto statuette, tra le quali quelle per i migliori film, regista e sceneggiatura non originale. E fin qui nulla di strano: il tema della “Grande Occasione” che può capitare a tutti è un credo decisamente americano e tornato molto in voga soprattutto di questi tempi. Preso atto di chi è risultato il chiaro vincitore degli Oscar 2008, può però valere la pena spendere alcune parole su due opere “politiche” che hanno conquistato la ribalta in questa edizione ma con esiti decisamente diversi.

Due premi “pesanti” sono andati infatti a Milk di Gus Van Sant, giunto alla serata fatidica forte di otto candidature tra le quali quelle per i migliori film e regia: la pellicola ha ottenuto i riconoscimenti per la migliore sceneggiatura originale e per il miglior attore protagonista, Sean Penn. Se quest’ultimo è un grande talento ormai consacrato che già quindici anni fa duettava alla pari con Al Pacino (Carlito’s Way, 1993, Brian De Palma), avendo all’attivo altre tre candidature e una statuetta vinta, sempre come migliore attore protagonista – nell’ordine Dead Man Walking (1995, Tim Robbins), Accordi e disaccordi (1999, Woody Allen), Mi chiamo Sam (2001, Jessie Nelson) e Mystic River (2003, Clint Eastwood, altro grande escluso dalla serata) –, la pellicola è il racconto decisamente “accademico” e agiografico degli ultimi otto anni di vita di Harvey Milk, agente assicurativo newyorkese, amante dell’opera lirica, appassionato di fotografia, attivista per i diritti civili, la cui carriera politica iniziata dalle strade del proprio quartiere, passando per tre sconfitte, lo porterà, nel 1977, all’elezione alla carica di consigliere comunale di San Francisco per poi venire freddato a colpi di pistola, il 27 novembre 1978, da un vendicativo collega che pochi minuti prima aveva sfogato il proprio rancore anche contro il sindaco della città, George Moscone. Detta così potrebbe apparire la più classica delle parabole politiche finite in tragedia e già viste in altre pellicole se non fosse che, «bizzarro come una banconota da tre dollari», Harvey Milk fu il primo omosessuale dichiarato ad essere eletto a una carica pubblica negli Stati Uniti: solo questo “vuole” essere il vero contenuto di questo film altrimenti resistibile, cinematograficamente parlando, in questo 2009 anno uno dell’era Obama.

Se non è un mistero che Penn sia anche un personaggio pubblico politicamente impegnato a livello nazionale e internazionale, egli stesso un cittadino di San Francisco che arriva a vedere pubblicati i propri editoriali sui giornali locali e ad ingaggiare accese discussioni con diversi politici del posto, il regista ha invece affermato di avere «preferito un tipo di narrazione più classica per fare in modo che la storia raggiungesse un pubblico il più ampio possibile. In genere il cinema americano racconta le storie degli eroi in maniera abbastanza tradizionale. Sia io che lo sceneggiatore Dustin Lance Black abbiamo voluto mettere al centro di un film molto classico un gay che prendeva, così, il posto del “proverbiale grande eroe americano”. Qualcosa che non era mai successo prima e su cui tutti abbiamo lavorato in maniera sperimentale». Per di più la pellicola è uscita nelle sale statunitensi a fine novembre, a un mese dalla prima tenutasi proprio a San Francisco (28 ottobre) e a poco più di venti giorni da quell’Election Day che ha visto, oltre alla vittoria di Obama, l’approvazione nello stato della California della Proposta 8, il divieto di unioni matrimoniali tra persone dello stesso sesso. Corsi e ricorsi storici o tempismo da perfetta campagna elettorale? Per restare in ambito cinematografico, volendo azzardare il primo paragone che viene alla mente, potremmo dire che come abbiamo avuto il Malcolm X (1992) di Spike Lee ora abbiamo il Milk di Gus Van Sant: ad ognuno la sua icona, ad ognuno il suo santo. Altra cosa davvero è però chiederci di riconoscerli come classici del loro tempo o capolavori da inserire negli annali del cinema.

Colpisce che a restare a bocca completamente asciutta – pur forte di cinque candidature in categorie principali – sia stato Frost/Nixon, il racconto (contemporaneo al precedente: siamo nella California degli anni 1974-1977) della genesi e della registrazione delle quattro interviste che compongono il “duello” televisivo tra lo showman anglo-australiano David Frost e Richard Milhouse Nixon (vale a dire “Tricky Dicky”, Dick l’imbroglione, il 37° presidente USA, repubblicano). Una pellicola, diretta da Ron Howard a partire dall’opera teatrale di Peter Morgan, che ha potuto giovarsi, per i due ruoli del titolo, della presenza degli stessi attori che li hanno interpretati anche sul palco: una condizione che lo stesso Howard ha posto alla casa di produzione, la Universal Pictures, prima di sedersi dietro alla macchina da presa. È certo un film, dal punto di vista della confezione, poco più che corretto, che non può non risentire della propria origine teatrale, senza virtuosismi particolari al di là delle notevoli prove degli attori protagonisti, la storia del «processo che Nixon non ha mai avuto» (il perdono presidenziale concessogli da Gerald Ford lo aveva tenuto fuori dal carcere) e che lo inchioderà, davanti alle telecamere e a 45 milioni di telespettatori, alle proprie responsabilità sul caso Watergate – per il quale non aveva mai fatto pubblica ammenda – durante il quarto e ultimo round («Lei sta dicendo che il Presidente può fare qualcosa di illegale?» «Sto dicendo che quando lo fa il Presidente non è illegale!» «Mi scusi?!»).

C’è però all’interno di quest’opera, che mostra anche alcuni lati umani nascosti dell’ex presidente statunitense, un’ambigua e quasi sommessa sequenza in cui, la sera prima del loro ultimo confronto, un meditabondo Nixon si “abbandona” (senza però conservarne memoria il giorno seguente) ad un monologo telefonico a viva voce con un Frost ormai alle corde il cui contenuto scatena nello sfidante il desiderio di dare ancora battaglia e dalla quale emerge che “l’uomo nero” è in fin dei conti qualcuno roso da un feroce senso di inferiorità alla ricerca di un vero avversario per mano del quale valga la pena venire sconfitto. Uno studio che rappresenta una sorta di riconsiderazione/riabilitazione cinematografica postuma di uno dei personaggi più controversi della storia politica americana, un presidente che per anni ha tormentato con la sua fosca immagine la coscienza civile del Paese, vera e propria onta della “prima democrazia del mondo”: «un capo debole, irriverente, cinico, isolato, inetto e infine immorale», come ne scrisse il settimanale Newsweek. Insomma, una figura che si può accostare, per tornare alle vicende dei nostri giorni, a quella del presidente uscente, il repubblicano George W. Bush, al quale analisti, storici e opinione pubblica addossano il fardello di gravissimi errori e pesanti mistificazioni operati durante i suoi due mandati.

Ci sembra quindi, se è pur vero che Nixon era già stato al centro dell’omonimo film del 1995 dai toni quasi shakespeariani (con tanto di cadaveri e fantasmi) di un’insolitamente moderato – per non dire conciliante – Oliver Stone, che quest’anno non deve essere apparso un momento molto opportuno ai giurati dell’Academy per riconoscere con un premio una storia di presidenti in fin dei conti vulnerabili e di riabilitazioni per figure politiche controverse. Ovviamente in attesa di vedere che ne sarà del Lincoln firmato Steven Spielberg, con la presenza di Liam Neeson – che già fu Oskar Schindler per lo stesso regista – nei panni del celebre presidente statunitense tornato alla ribalta della cronaca politica proprio grazie a Barack H. Obama. Una pellicola che attualmente è data in uscita per il 2011, dunque quando saremo ai prodromi della campagna elettorale per le prossime elezioni presidenziali americane. Sapete, quando si dice un occhio al calendario, Hollywood batte davvero tutti!

(Leonardo Locatelli)

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