DUE PASSI AL CINEMA/ 1. Wall-E: l’avventura umana del robottino targato Pixar

- Leonardo Locatelli

Con questo articolo LEONARDO LOCATELLI inizia una serie di approfondimenti su alcuni titoli cinematografici: un vero e proprio percorso nella pellicola per suggerirci quei racconti che val la pena vedere o rivedere

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“Due passi al cinema”. Una serie di articoli dedicati a quanti, nel recuperare in questa lunga estate calda i titoli della stagione cinematografica appena conclusa, cercano o si imbattono in spunti e “occasioni” per addentrarsi nei meandri di quella appassionante galleria di racconti e di uomini – e di racconti di uomini – che è la storia del cinema, sul filo delle associazioni di idee, delle assonanze di temi o delle semplici suggestioni dei suoi corsi e ricorsi.

«Il ricordo dello slittino Rosebud di Orson Welles in Quarto potere; una fotografia di Buster Keaton color seppia di fronte a un tavolo con molti oggetti per lui speciali […]; l’indimenticabile Film (1965), senza dialogo, con Keaton diretto da Alan Schneider su un testo di Samuel Beckett; le emozioni che sempre mi hanno dato alcuni film di Charlie Chaplin».

Viste le precise suggestioni nonché nobili premesse cinematografiche citate dal suo autore, Andrew Stanton, già “papà” del lungometraggio Alla ricerca di Nemo (Finding Nemo, 2003), possiamo quasi parlare di una scommessa per metà vinta in partenza. Ecco perché non rappresenta una novità ritrovare tra i titoli da vedere e/o rivedere al termine della stagione cinematografica appena conclusa il penultimo (prima di Up, presentato in anteprima mondiale all’apertura dell’ultimo Festival di Cannes), preziosissimo gioiello in fatto di cinema d’animazione firmato Pixar Animation Studios: stiamo ovviamente parlando della storia del piccolo, “vitale”, caparbio (e innamorato) “Waste Allocation Load Lifter Earth Class”, ovvero WALL•E (2008), che qualcuno ha definito «il più bel film di fantascienza dai tempi di 2001: Odissea nello spazio».

Novanta “epici” minuti durante i quali assistiamo a come il robotico protagonista, “dopo 700 anni passati a fare ciò per cui è stato costruito, scoprirà il vero motivo della sua esistenza”. Questa la suggestiva frase di lancio che circolava nel teaser del film ai tempi di Ratatouille (altro magnifico lungometraggio Pixar firmato Brad Bird e datato 2007), sulle evocative note del tema musicale di Brazil (1985), pellicola tra le più “altre”, debordanti e affascinanti degli anni Ottanta e diretta dal Fellini d’Oltremanica, l’estroso Terry Gilliam. Un’ora e mezza di cinema di animazione “sonorizzata” da Ben Burtt, il padre del sound design moderno – per intenderci: è a lui che dobbiamo il sonoro di Guerre stellari (Star Wars, 1977, George Lucas) – e realizzata grazie anche alla consulenza visuale di Roger Deakins, direttore della fotografia che fin dai primissimi anni Novanta ha legato il suo nome a quello dei fratelli Joel ed Ethan Coen.

«Put on your Sunday clothes, / There’s lots of world out there» («Metti gli abiti della domenica, / C’è un sacco di mondo là fuori») canta sulle immagini di stelle, pianeti e galassie una gioiosa voce maschile all’inizio dei titoli di testa del film, quella di uno dei due brani – l’altro è «It only takes a moment» («Ci vuole solo un momento») – che ricorreranno frequentemente a segnare sia la storia che va ad iniziare sia il suo protagonista: entrambi sono infatti ripresi dalla videocassetta preferita (è l’unica che ha trovato!) di WALL•E, Hello, Dolly, un film musicale del 1969 – arrivato ormai fuori tempo massimo rispetto alla grande epoca dei musical hollywoodiani, fu un flop – e diretto da Gene Kelly, vale a dire l’interprete di capolavori del genere quali Un americano a Parigi (An American in Paris, 1951, Vincente Minnelli) e Cantando sotto la pioggia (Singin’ in the Rain, 1952, Stanley Donen e Gene Kelly). Un personalissimo “promemoria dell’umano”, inteso come ciò che vale la pena di salvare e conservare perché “cosa buona”.

A questo proposito colpisce, tra le altre, una delle sequenze iniziali che bene riassume la caratteristica saliente di WALL•E e della propria attività. Al termine di quella che capiamo essere una sua normale giornata di lavoro, arriviamo a conoscerne la di lui casa, nella quale viene descritto per via indiretta anche dagli oggetti da cui lo vediamo circondato, raccolte qua e là dall’incuriosito robot spazzino durante la sua (secolare) opera di pulizia pur senza conoscerne (precisa) origine e scopo: eppure è insieme a loro che di notte si corica, essendosi ritagliato per il proprio riposo uno spazio della mensola girevole; un’inquadratura che per un attimo finisce letteralmente per annullare la differenza tra l’animato e l’inanimato, l’essere dotato di coscienza e le “cose” che non ne hanno. Non sembrerebbe esserci “vita” in quel limitatissimo spazio di mondo, in quel brevissimo istante di tempo, eppure “qualcosa” c’è, “qualcosa” che abbiamo cominciato a “pre-sentire”, e discretissimo segno ne è una spia gialla, quella del livello della batteria solare di questo laborioso e infaticabile “archeologo delle cose quotidiane” che ha ereditato la Terra intera.

Fin dai primissimi minuti, una volta esplicitata la totale assenza di ogni segno o apparenza di presenza umana – cumuli di rifiuti ed edifici abbandonati a parte -, pare di assistere al dispiegarsi in sequenze cinematografiche di una dinamica iscritta in un famoso quadro di Henri Matisse, Il volo di Icaro. Si tratta di un decoupage del 1947 che rappresenta una figura nera dalla forma umana in mezzo a un cielo blu solcato da gialli fuochi, le stelle. Al centro della “macchia” nera, un punto rosso, il cuore di Icaro, grazie al quale quel tentativo, quel volo acquista un ben preciso respiro. Se immaginassimo di nascondere quel punto rosso – come rosso è il simbolo grafico che definisce WALL•E come essere “terrestre” -, subito l’intera composizione assumerebbe tutt’altro aspetto.

Ebbene, è la medesima ampiezza di respiro dell’opera matissiana quella che ci regala il piccolo robot nei primi dieci minuti del film. E il loro “culmine” arriva quando, dopo l’incontro con la sonda EVE (Extraterrestrial Vegetation Evalator) e il piccolo “incidente” che le capita, vediamo tornare WALL•E al suo lavoro, quello al quale l’abbiamo conosciuto: settecento anni ma non è più lo stesso, perché “qualcosa” di diverso è capitato (e può ricapitare). Atteggiamenti più pensosi, muretti di rottami più irregolari del solito e l’accendino Zippo – che sa ormai come accendere – pronto a ricordargli una compagnia inaspettatamente accaduta e troppo presto svanita.

Eppure proprio da qui, da questa “molla” potente, prende avvio l’avventurosa, felice e feconda odissea di WALL•E, esattamente quaranta anni dopo quella nello spazio kubrickiana, affrontata dall’Uomo per la sua sete di conoscenza (del monolite, della sua origine, in definitiva del concetto di Dio). Qui invece è un rapporto che fa “esplodere” la situazione, le circostanze solite. Qualcuno (che invitiamo ad astenersi dal leggere il prossimo articolo) potrà obiettare sul fatto di avere affidato a un essere artificiale il compito di ricordare agli uomini la “stoffa” di cui sono fatti: eppure non è mai troppo tardi per mettersi gli “abiti della festa”, perché c’è un sacco di mondo là fuori.

E, soprattutto, la possibilità della grazia di un incontro. Che rivoluzioni la vita e faccia intravedere nelle pieghe del quotidiano qualcosa di grande, uno scopo, il compito per il quale siamo stati fatti. «It only takes a moment» ci ricorderebbe WALL•E citando il suo film preferito. Anzi l’unico, ma non per questo meno importante e prezioso.

(Leonardo Locatelli)



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