FESTIVAL DI VENEZIA/ La Grande Guerra torna cinquant’anni dopo il Leone d’Oro

- Leonardo Locatelli

Il capolavoro di Mario Monicelli è tornato a Venezia in una proiezione evento, che ha preceduto l’inaugurazione della Mostra del Cinema. LEONARDO LOCATELLI ci conduce in un percorso critico attraverso questa grande pellicola italiana

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«Ma Cristo dove sei!?» impreca a voce alta il sergente Battiferri (Livio Lorenzon), avendo perso gran parte dei suoi uomini dopo un sanguinoso scontro con gli austriaci. «È qua con noi, sergente. Se è vero che ha 33 anni, è dell’84» gli fa di rimando il cappellano (che ha il volto dell’alpinista Achille Compagnoni, il conquistatore del K2), proseguendo la propria opera di assistenza. Questo non è che uno dei tanti, fulminanti brani di dialogo che compiono cinquant’anni, opera dei prolifici Agenore Incrocci – in arte Age – e Furio Scarpelli, autori insieme a Luciano Vincenzoni e Mario Monicelli della sceneggiatura de “La grande guerra”, pellicola considerata il capolavoro di Monicelli, uno dei maestri del nostro cinema, il cui nome resta legato all’esperienza della cosiddetta “commedia all’italiana” insieme a Dino Risi, Luigi Comencini, Pietro Germi, Ettore Scola e Luigi Zampa. Era infatti il 1° settembre 1959 quando il film venne presentato alla XX edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia dove vinse – ex aequo con “Il generale Della Rovere” diretto da Roberto Rossellini e interpretato da Vittorio De Sica – il Leone d’oro. Un’opera che, per impatto autoriale, tematica affrontata ed esiti stilistici, pur fatte le opportune distinzioni, rappresenta a tutti gli effetti una sorta di “Orizzonti di gloria” (Paths of Glory, 1957, Stanley Kubrick) nostrano.
Se le sequenze che animano i 131 minuti de La grande guerra sono scandite da diversi “inserti” a citare celebri strofe di famose canzoni popolari legate alle patrie vicende militari («Ho lasciato la mamma mia per venire a fare il soldà…», «Non ti ricordi quel mese d’aprile, quel lungo treno che andava al confine…», «Il terzo giorno ci fu l’avanzata e la colonna dovette partir…», «Con la testa pien de peoci senza rancio de consumà…», «Trenta mesi che faccio il soldato ‘na letterina me vedo arrivà…» «Come porti i capelli bella bionda tu li porti alla bella marinara…», «Di qua, di là dal Piave ci stava un’osteria…») e “vivono” del corale contributo di un gruppo di caratteristi di prima grandezza del nostro cinema (tra cui Romolo Valli, Silvana Mangano, Tiberio Murgia e Ferruccio Amendola), loro “motore” emozionale e narrativo è un indimenticabile duo d’attori: un istrionico Vittorio Gassman, che presta anima e corpo al milanese Giovanni Busacca (anzi «Busacca Giovanni, di N.N., classe ’88, provincia di Milano»), e un impagabile Alberto Sordi, ovvero il romano Oreste Jacovacci, «piantone con la faccia di pesce, gli occhi di patata, l’aria di ladro fanegot imboscato» nella descrizione dello stesso Busacca.
Parecchi i luoghi memorabili di queste due ore abbondanti di cinema. De gustibus: l’ex carcerato (e proto-comunista) Busacca che durante l’addestramento arringa i compagni («Ueh, ma l’avete mai letto el Bakünin?»); il “fesso” Jacovacci che prende per prigionieri austriaci i soldati italiani che tornano dalla prima linea («’Mmazza come sò brutti, aoh. A’ brutti zozzi! V’hanno beccato! Ve sta bene! Tié!»); la cruda eppur pacata riflessione sulla guerra e su una delle sue tragiche “verità” da parte di Bordin (Folco Lulli) mentre si ripara dalla pioggia sotto una tenda con i commilitoni («La gente crede che la guera zè dura solo quando che xe spara. Noi xà quanto zè duro a star fermi qua col dadrio bagnà a spetare il rancio che non riva mai»); la sequenza del minestrone che cola a terra – con i soldati a cercare di indovinarne gli ingredienti dal profumo («Eh certo, er cuoco der reggimento è Pellegrino Artusi!») – e della gallina contesa sia dalla trincea italiana che da quella austriaca (scena inizialmente eliminata dalla versione distribuita nelle sale); il finale con quei due memorabili “congedi” (in tutti i sensi), prima quello di Busacca («Visto che parli così mi te disi proprio un bel nient. Hai capito? Facia de merda!») e poi quello di Jacovacci («Io non so niente! Se lo sapessi, ve lo direi! Io sò un vigliacco, lo sanno tutti!»).
Certo le situazioni proposte e le atmosfere che si respirano richiamano la prosa di Emilio Lussu – Un anno sull’altipiano (1938), che avrebbe poi ispirato Francesco Rosi per il suo “Uomini contro” (1971) –, presa direttamente a prestito, ad esempio, per l’episodio della gallina. Ma in talune occasioni la memoria va anche ad altre celebri pagine, pur riferite a differenti vicende storiche: il passaggio in piazza a Civitella, tra due ali di folla che via via ammutolisce, dei fanti reduci dai combattimenti in prima linea fa pensare al rientro degli alpini come descritto da Giulio Bedeschi in Centomila gavette di ghiaccio (1963: «Che alpini o non alpini!! Ma vi vedete? Vi accorgete sì o no, che fate schifo?»). Comunque la si voglia vedere, in fondo lo scopo della pellicola risulta quello di celebrare l’uomo comune coinvolto suo malgrado in qualcosa più grande di lui, dando sostanza visiva e narrativa alla famosa frase che vediamo ripresa al termine su di un muro del caposaldo all’osteria Zanin (“Tutti eroi / O il Piave / O tutti accoppati”).

(Leonardo Locatelli)

 

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