Il demone sotto la pelle/ L’horror che ha portato lo “sguardo” di Cronenberg al cinema

Il cineasta canadese David Cronenberg esordiva quarant’anni fa nel circuito professionale con il film di genere horror Il demone sotto la pelle. Ce ne parla MASSIMO BORDONI

18.10.2015 - Massimo Bordoni
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Una scena del film

Esordiva quarant’anni fa nel circuito professionale, con il film Il demone sotto la pelle, il cineasta canadese David Cronenberg. Nato come regista di genere horror, di quelli marcati e truculenti, Cronenberg si è poi affermato, lungo una carriera che conta finora una quindicina di lungometraggi, come autore di primissimo piano nel panorama del cinema contemporaneo. Col tempo ha saputo affinare stile e idee per costruire testi filmici che, pur lavorando con topoi di genere (l’horror), vanno oltre la semplice narrazione di una situazione fantastica e orrorifica. Film che scandagliano la società reale del contemporaneo, metaforizzando in tal direzione gli elementi narrativi e visivi più disparati e strani – quelli tipici dell’horror e del thriller -, magari rivisitati per dire qualcosa di forte sull’uomo di oggi e sul suo habitat urbano, proponendo significati anche oltre i confini a volte angusti della cinematografia di genere. 

Con sguardo glaciale e peculiarità poetica, Cronenberg si è inserito così nella tendenza metaforizzante del miglior horror d’autore del post-moderno, risultando al fine pari se non superiore ad altri adepti di questo cinema, quali Brian De Palma (Carrie, 1976), John Carpenter (Halloween, 1978), George A. Romero (Zombi, 1979), Ridley Scott (Alien, 1979) e Wes Craven (Nightmare, 1984). Il demone sotto la pelle, primo Cronenberg’s movie nel circuito ufficiale dopo le opere underground, rappresenta pertanto un ben diretto incipit di tale parabola. 

Il film fu distribuito inizialmente col titolo di Shivers (tremiti, brividi), quello scelto dall’autore per il Canada. Uscì anche col titolo di The Parasite Murders, e in Usa con quello, molto significativo, di They Came From Within. Infatti a “venire da dentro” sono dei bizzarri vermi, anzi vermoni, che contagiano i corpi degli inquilini di un modernista (per allora) complesso residenziale di Montreal, che pare una cupa parodia de l’unité d’habitation di lecorbusieriana memoria. 

I parassiti vermiformi inducono un forte appetito sessuale nei suoi ospitanti. Sono infatti stati generati dal dottor Hobbes nell’ambito di un esperimento sulle pulsioni represse. Ma l’esperimento sfugge di mano al medico, il contagio si diffonde nel complesso residenziale, i cui abitanti cadono vittima di aggressività sessuale e istinti omicidi. Hobbes è allora costretto a uccidere la sua giovane cavia, la ragazza adolescente che ha diffuso il parassita che lui le aveva inoculato, e quindi a suicidarsi. Il solo dottor St Luc riesce a non farsi contagiare. Capìta la situazione, tenta di contrastare l’epidemia, ma alla fine viene anch’egli catturato da un bacio della sua infermiera. Nel visionario epilogo gli inquilini, ormai tutti infetti, si muovono come tanti zombi verso una città dormiente. 

Visivamente grezzo, girato con stile diretto e taglio estetico da b-movies, cose che contribuiscono non poco al suo fascino, il film contiene già ben delineata tutta la gamma dei temi cari al regista: l’intreccio tra orrore, cibo e sessualità, che risulta così – quest’ultima – attraente e repellente al tempo stesso; il contagio virulento, epidemico; la corruzione, in senso prevalentemente materiale, della carne; le forti implicazioni psicanalitiche del testo. 

Arricchisce la pellicola la presenza di un’attrice come Barbara Steele, icona dell’horror gotico italiano degli anni Sessanta, anche qui in splendida forma. Memorabile la scena della vasca da bagno, simbolo del film e sintesi perfetta delle suddette tematiche. Il vermone che penetra, nel fuori campo, la Steele mentre fa il bagno somiglia ad altre due cose cilindriche che non esplicito per decenza, ma che sono facilmente intuibili e rappresentano la sintesi visiva di quel connubio tra sesso, orrore, contagio virulento e corruzione della carne, oggetto primo se non unico della poetica del film come di tutta l’opera del regista. Idee che negli anni, per essere state declinate con maestria in tanto bel cinema (seppur non per tutti i gusti), si sono meritate l’aggettivazione del di lui cognome. 

Il cinema di genere che lavora su allegorie e metafore per parlarci del contemporaneo non è una novità dell’horror moderno, di cui si sono elencate sopra alcune opere fondanti. Anche la fantascienza americana degli anni Cinquanta e Sessanta, comprendente una miriade di film di vario livello, spesso all’apparenza molto banali, alcuni fatti come un fumetto (che forse sono i più belli), nei casi migliori aveva un mirabile valore allegorico che traslava significati sul presente; avendo infatti come tema portante la faccenda della guerra fredda, vista – ovviamente – dalla parte degli americani. D’altronde l’horror e la fantascienza hanno sconfinato e ancora sconfinano, spesso e volentieri, l’uno nell’altra; condividono i medesimi terreni immaginifici e narrativi poiché hanno la comune caratteristica fondante di essere sullo stesso “lato” del cinema, quello fantastico (vs. quello realistico).

Se l’horror è definibile come il luogo narrativo dove il limite tra due opposti inconciliabili (il bene e il male) si fa labile e pericoloso, dove l’uno invade lo spazio (sociale, culturale, antropologico) dell’altro, allora il limite così inteso è non solo un luogo comune (topos) di genere, ma addirittura un elemento connaturato di carattere strutturale, che porta con sé implicazioni semantiche fondamentali, che marcano peculiarmente il genere horror in quanto tale. Non c’è horror senza una qualche concettualizzazione, visiva e narrativa, di limite. 

In Shivers, come accade in tutto il moderno e oltre, questo limite lo si trova nascosto tra le pieghe del quotidiano, dentro la psiche o la pancia dei personaggi. E l’esplorazione del limite dà luogo ad un altro fondamentale elemento del genere (che proviene dal classico), opportunamente coniugato da Cronenberg: il ruolo della scienza di fronte al sorprendente, all’inspiegabile, al conturbante e allo spaventoso. Ecco allora che Il demone sotto la pelle è un compiuto testo horror post-moderno, ben girato e ricco di spunti significativi, pronto per dare avvio – come di fatto è accaduto – ai più svariati (e/o riusciti) tentativi di imitazione. 

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