KNIGHT OF CUPS/ Io, destino e memoria: la “ricerca” nel nuovo film di Malick

Nei cinema è arrivato il nuovo film di Terrence Malick. Una personalissima, meditante e allusiva quest su io, destino, memoria e amore, dice LEONARDO LOCATELLI nella sua recensione

16.11.2016 - Leonardo Locatelli
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Una scena del film

«Figlio mio… sei proprio come me… non riesci a capire la tua vita? Non riesci a mettere insieme i pezzi? Proprio come me. Un pellegrino su questa terra. Uno straniero. Frammenti… pezzi… di un uomo»: come non vedere in queste poche battute della “sceneggiatura” finale una sorta di sintesi – anche cinematografica – del settimo lungometraggio «scritto e diretto» da Terrence Malick, giunto alla sua opera più sfidante e complessa (almeno narrativamente, in attesa del film “gemello” Weightless, in arrivo nelle sale Usa il prossimo marzo)? Dopo To the Wonder, Knight of Cups si offre all’attonito spettatore come un’ormai consueta, personalissima, meditante e allusiva quest su io, destino, memoria e amore attraverso le incertezze e le fragilità di un’altra «anima nel bisogno» lungo i sentieri e i meandri del mondo contemporaneo. Un flusso di coscienza audiovisivo di 110 minuti con – tra gli altri riferimenti rinvenibili – citazioni letterarie (e letterali) di John Bunyan, Platone, degli apocrifi (e gnostici) “Atti di Tommaso” (“Inno della Perla”) e della Bibbia (Salmo 104), un estratto video di Quentin Jones e brani musicali di Ralph Vaughan Williams, Wojciech Kilar, Arsenije Jovanovic, Edvard Grieg, Geir Jenssen (Biosphere), John Dwyer, Arvo Pärt, Claude Debussy, Frederic Chopin, Max Bruch e Henryk Górecki…

La trama – «Ricordi la storia che ti raccontavo quand’eri ragazzo? Quella di un giovane principe, un cavaliere, inviato da suo padre, il Re dell’Oriente, a occidente, in Egitto, per trovare una perla. Una perla proveniente dagli abissi del mare. Ma quando il principe arrivò, gli offrirono una coppa che gli fece dimenticare tutto. Dimenticò di essere il figlio del Re. Si dimenticò della perla. E cadde in un sonno profondo. Il Re non dimenticò suo figlio. Continuò a inviare missive, messaggeri, guide. Ma il principe continuava a dormire». A offrire subito la chiave di lettura di titolo e film – sulle note di “Exodus” (1981) di Wojciech Kilar – è la voce dello stesso Joseph (Brian Dennehy), il padre di Rick (Christian Bale): quest’ultimo è uno sceneggiatore hollywoodiano prossimo al successo di cui si segue l’odissea sia terrena che spirituale, in cerca di se stesso e della propria strada in questo mondo, per lui costituito in gran parte – almeno per quanto è dato di vedere – da ville, resort, spiagge e locali notturni di Los Angeles e Las Vegas. 

Il tormentato rapporto con i propri familiari (Billy, uno dei suoi due fratelli, pare essersi suicidato spinto dall’autoritarismo di Joseph, che soffre di sensi di colpa, ma un’ombra sembra allungarsi anche su Rick stesso…), la frequentazione dei rutilanti ambienti del cinema e le avventure sentimentali con sei affascinanti donne sono scanditi da otto capitoli: “La luna”, dove si imbatte nella ribelle Della (Imogen Poots); “L’appeso”, che ci introduce all’incostante fratello Barry (Wes Bentley); “L’eremita”, in cui si intravede, durante un’affollata festa all’aperto nel giardino di una sontuosa residenza, il suo anfitrione Tonio (Antonio Banderas); “Il giudizio”, dedicato all’ex moglie Nancy (Cate Blanchett), un medico che si occupa di gravi ustioni e menomazioni; “La torre”, che racconta «l’amicizia» che lo lega alla modella fotografica Helen (Freida Pinto); “La papessa”, segnato dall’incontro e dalla successiva relazione con la spogliarellista australiana Karen (Teresa Palmer); “Morte”, che accenna al suo rapporto con la già sposata Elizabeth (Natalie Portman), forse messa incinta da Rick, e il conclusivo “Libertà”, attraversato come una meteora dalla bionda e fugace Isabel (Isabel Lucas), la figura femminile in assoluto più elusiva (anche perché di fatto nemmeno presentata e solo accennata)…

Il film – «Tutti quegli anni vissuti vivendo la vita di uno che nemmeno conoscevo. […] Dove ho sbagliato?». Dopo l’incipit tratto da “Il viaggio del pellegrino” (1678-84) del puritano John Bunyan, è la voce di Rick a levarsi per prima (anche rispetto a quella del padre, già citata) tra i personaggi di Knight of Cups: ecco il “Cavaliere di Coppe”, il cui viaggio ha inizio con il risveglio improvviso per una scossa di terremoto (curioso: si comincia da dove terminava America oggi di Robert Altman…). Alla prima avventura sentimentale, il primo avvertimento, dopo un passo dal “Fedro” di Platone («Una volta l’anima era perfetta e aveva le ali…»): «Io penso che tu sei debole. Non vuoi amore. Vuoi un’esperienza d’amore. […] “Ama e fa ciò che vuoi”: l’ha detto un santo. […] Non stiamo vivendo le vite per cui siamo fatti. Siamo fatti per qualcos’altro», gli dice Della. 

Da notare che fino a questo punto le immagini più ricorrenti riferite al solo Rick sono l’immergersi in acqua torbida (in cui vediamo però una sola volta agitarsi anche un’indefinita figura femminile) e il vagare in terreni desertici o semidesertici (un richiamo all’iniziale «wilderness of this world» di Bunyan?), meglio: il camminarvi discendendo… Si sente più di una volta la sua domanda «Da dove comincio?», ma solo con l’apparire della (controversa) figura paterna si afferra un qualche indizio di risposta, quel «Figlio mio, ricorda» (alquanto indicato pure sulla bocca di un Re che desideri non abbandonare a se stesso il giovane figlio dimentico delle sue origine e missione…). 

Più tardi, quando infatti quest’invito torna in chiusura, dopo altri altrettanto significativi – sia dello stesso Joseph, ormai riconciliatosi col figlio («La luce negli occhi degli altri. La perla») che della sfuggente Isabel («Svegliati. Voltati. Guarda. Vieni fuori») -, questa domanda di Rick si trasforma in un «Comincia», non prima di essere mostrato camminare nel deserto ancora da solo, ma finalmente ascendendo e riemergere dalle vorticose acque in cui era immerso. 

Ci pensino altri a stabilire se lo sceneggiatore e regista texano abbia superato ogni livello di guardia espressivo e sia colpevole di eccessiva poesia, tradimento dell’ABC cinematografico e mancanza di rispetto per il comune sentire del (e per l’implicito patto con il) pubblico: le sue opere sono sì esperienze davvero al limite, ma certo più appaganti che frustranti.

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