“La morte cerebrale non esiste”/ La teoria choc: “è una invenzione della medicina”

- Paolo Vites

La morte cerebrale sarebbe una invenzione medica, la verità verrebbe tenuta nascosta

cervello
Neuroni del cervello

Morte cerebrale? No, non esiste la “morte del cervello”, ma solo un cervello che diventa silente. E’ la provocatoria dichiarazione, raccolta dal sito LifeSiteNews, di un neurologo brasiliano, il professor Coimbra. Il termine morte cerebrale, spiega, è stato coniato per la prima volta negli anni 60, dopo il primo trapianto di successo di cuore, “in questo modo facendo impennare la richiesta di organi vitali per trapianti” su pazienti considerati in stato comatoso, quindi senza speranze. Definire questo tipo di pazienti “morti”, dice ancora il medico, ha permesso alla comunità internazionale di superare tutti gli ostacoli associati alla rimozione degli organi vitali da queste persone. L’errore principale, dice ancora, è considerarli “irreversibilmente” danneggiati al cervello. E così via al distacco dei macchinari che li tengono in vita. Negli anni 80, quando i trapianti di organi erano ormai diffusi in tutto il mondo, i ricercatori medici scoprirono, sperimentando con degli animali, che quando il flusso di sangue al cervello viene ridotto al solo 20, 50%, il cervello entra in una modalità di “silenzio”, ma non muore e non è danneggiato in modo irreversibile.

IL BUSINESS DEI TRAPIANTI

Negli anni 90 questo si è potuto verificare anche sugli esseri umani. E’ stato definito “penombra ischemica”, cosa che distrugge la precedente teoria della morte cerebrale. Tutto questo, dice ancora l’esperto brasiliano, non viene insegnato nelle università e nei corsi di laurea di medicine. Viene taciuto. “Nelle scuole di medicina, questi concetti  – sebbene siano pubblicati – non sono disponibili nei libri di testo di medicina. Non sono disponibili nelle riunioni mediche. Nelle conferenze mediche non riesci a trovarli”, dice, aggiungendo che le informazioni vengono trattenute per arricchire l’industria della donazione di organi. Negli Stati Uniti il business dei trapianti vale circa 25 miliardi di dollari. Ma a parte il discorso sulla donazione degli organi, senz’altro necessari per salvare le vite umane, quello che spaventa di questo discorso è la decisione di lasciar morire questi pazienti, quando in tanti casi si sono verificati risvegli anche dopo molti anni, una mentalità che mira a eliminare il problema dell’assistenza a lungo termine con un semplice stacco di spina.



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