IL CASO/ Deyson, Luca e Amarildo: ragazzi “pericolanti” alla scoperta del lavoro

- Stefano Giorgi

I ragazzi “difficili” possono tornare a scoprire la positività della vita anche grazie al lavoro. Succede a In-presa, come racconta STEFANO GIORGI

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I ragazzi di In-presa con l'impianto eolico da loro realizzato

Ieri Benedetto XVI ha proclamato Basilica la Sagrada Familia a Barcellona, consacrando così il tempio espiatorio ideato da quel genio cattolico che fu Antoni Gaudì. Nel suo ultimo giorno di lavoro alla sua opera (era il 7 giugno del 1926) salutando il suo collaboratore Vicente ebbe a dirgli: “Domani ci vediamo presto, abbiamo da fare cose meravigliose”.

 

Alzarsi e dedicarsi al lavoro. La sua concezione era molto semplice: “La creazione prosegue incessantemente la propria opera attraverso l’uomo. Coloro che indagano nelle leggi della natura su cui basare le loro scoperte sono collaboratori del Creatore. L’uomo non crea, ma disvela ciò che già esiste e in questo risiede la sua partecipazione all’opera divina. L’originalità consiste nel tornare alle origini”. Che cosa ci mette all’opera se non la percezione di poter contribuire a qualcosa di veramente grande?

Eppure tanti sono i giovani che hanno ormai perso addirittura il desiderio di costruire qualcosa nella propria esistenza, giovani che, per le più svariate ragioni, hanno deciso di assentarsi per un determinato periodo da ogni impegno verso la realtà e verso se stessi. Quei giovani che a In-presa abbiamo imparato a chiamare i “pericolanti”: coloro che sono in pericolo di perdere definitivamente ogni possibilità di positività nell’esistenza.

Fino a qualche tempo fa per i giovani erano possibili solo due strade: la scuola o il lavoro (frequente la frase del genitore: “Non ci sono storie: se non vai a scuola devi andare a lavorare!”). Non è più così: si è affacciata una “terza via”, stare a casa. Alcuni si sentono delle nullità, vivono come se nulla avesse senso o come se nessuno potesse riporre in loro la benché minima fiducia. Talvolta si portano dietro una rabbia inconfessata, un dolore mai consolato, delle forti incomprensioni familiari. È come se si trovassero intrappolati 600 metri sotto terra – come i trentatré minatori cileni; chi può venire in loro soccorso? Occorrerebbe una“Fenix per giovani pericolanti”.

Deyson è arrivato a In-presa tre anni fa. Era in seria difficoltà: veniva dal Brasile e aveva subito, come tanti, il dolore dell’abbandono. Il suo orizzonte di impegno era fatto di tornei virtuali di lotta sulla X-box, tutto proteso a gonfiare, anche artificialmente, il proprio fisico per vincere la rabbia che si trovava addosso. Gli abbiamo proposto un percorso di orientamento attraverso un’esperienza di tirocinio.

Momenti difficilissimi: anche i rapporti con gli adulti erano concepiti da lui come puramente virtuali. Nulla destava interesse. Ma Deyson c’è, per noi è tutto. E vale la pena prenderlo sul serio in quei desideri confusi. Lo abbiamo accompagnato in alcune prime esperienze, rischiando insieme ad alcuni imprenditori e Deyson ha cominciato a scoprire che la cucina faceva per lui. È iniziata una strada: prima la pasticceria, dove ha scoperto la positività del rapporto con il suo tutor aziendale. “Io ti voglio qui con me” e per lui è stato l’aprirsi di un nuovo mondo.

 

È stata anche l’occasione per vedere e accettare i limiti: le mani troppo grosse non lo rendevano adeguato a quei lavori di fino tipici della pasticceria. Allora abbiamo cambiato, provando insieme in un ristorante. La stessa accoglienza: “Per noi sei importante”. La manualità è arrivata, ma i tempi di lavoro erano troppo serrati per lui. È stato un altro passo in avanti: la passione scoperta nella pasticceria si coniugava con un’acquisita manualità. Occorreva fare un passo ulteriore. La proposta della gastronomia si è rivelata vincente: il luogo che può mettere insieme le sue capacità manuali con i ritmi di lavoro più adeguati alla sua personalità. La nostra accoglienza ha generato in lui quella fiducia che gli ha insegnato a chiedere e a lasciarsi guidare fino a trovare in sé le risorse per camminare: ora mentre il titolare sta al bancone, Deyson è nel laboratorio a preparare i cibi in piena autonomia.

 

Luca, bocciature e rifiuti alle spalle, ha trovato nello chef del ristorante dove faceva lo stage per essere introdotto nel mondo del lavoro quel punto di affezione che gli ha permesso di capire che valeva la pena lavorare (uscire dalla buca 600 metri sotto terra), anche la domenica e nelle feste importanti. Trovato il punto saldo (chi ha scommesso su di lui) è stato libero nel suo muoversi: iniziare a lavorare alle quattro del mattino per preparare il pane migliore!

 

O ancora Amarildo, arrivato dall’Albania da solo, senza conoscere nessuno, nemmeno la lingua. La carrozzeria che l’ha preso in stage è stata l’inizio della scoperta che il mondo era “per” lui e non contro di lui.

Perché prendere un ragazzo in difficoltà con sé? Cosa convince un imprenditore in un momento come questo, di crisi oggettiva, a investire il proprio tempo e la propria fatica nell’offrire opportunità lavorative a ragazzi difficili? In questi anni (sono ormai più di dieci che In-presa si dedica a introdurre i ragazzi nel mondo del lavoro) abbiamo incontrato tantissimi imprenditori desiderosi di insegnare, di trasmettere il loro sapere – meglio, la loro arte -, ma troppo spesso sono soli. Abbiamo vieppiù scoperto che la stessa dinamica dei ragazzi vale per gli imprenditori: qualcuno che li prenda sul serio, perché “insegnare è il modo adulto di imparare” ed è, nel contempo, la possibilità di riscoprire la bellezza e il senso del proprio lavoro.

 

Prendere i ragazzi “a bottega” è l’occasione di un cambiamento per sé, come racconta Carlo (ad di RePower Italia) che ha contribuito a far sì che un gruppo di ragazzi di In-presa realizzassero una pala eolica per la produzione di energia elettrica: “Seguire e aiutare i ragazzi è diventato un nuovo modo di guardare i miei collaboratori, più completo, più rispettoso di tutto. E questo si è rivelato un bene per l’azienda”.

 

Abbiamo chiesto agli imprenditori di essere educatori e uno lo è non perché parla dell’educazione, ma perché ha amore e passione per quello che fa. Un amore e una passione che si comunica e risveglia quel desiderio di grandezza che, anche sotto 600 metri di detriti, è presente nel cuore di ogni giovane.

 

“Se volete fare un buon lavoro dovete avere prima di tutto l’amore e poi la tecnologia, l’abilità” (A. Gaudì): la vera “Fenix per i giovani pericolanti”.

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