LA SOLITUDINE CHE UCCIDE LENTAMENTE/ Alla ricerca di una realtà che ci tenga insieme

- Paolo Vites

Studi scientifici dicono che la gente è sempre più sola e non sa a chi chiedere aiuto

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Immagine dal web

“La solitudine è in crescita e ci sta letteralmente uccidendo”, si legge su un articolo pubblicato dalla rivista Scientific American. “La sensazione di solitudine oggi  affligge soprattutto chi ha più di 65 anni e meno di 25 anni” si legge ancora, comportando problemi sulla stabilità mentale e sul diffondersi di malattie anche gravi e la durata media della vita. Non parliamo dei suicidi, numero altissimo in America, ma non solo. La solitudine colpisce tutti, anche le famiglie apparentemente felici. I casi di cronaca ci parlano di figli che uccidono i genitori, genitori che uccidono figli malati, perché soli ad affrontare un compito immane. “Una ricerca realizzata nel 2015 da Eurostat, l’Istituto europeo di statistica, ci dice che un italiano su otto si sente solo, perché non ha nessuno a cui chiedere aiuto, o perché non ha nessuno con cui sente di poter parlare dei suoi problemi. Tutto ciò ci colloca in cima alla classifica continentale della solitudine” scrive Annamaria Testa su Internazionale. La solitudine aumenta la rabbia, il risentimento, la paura. E la violenza a cui assistiamo tutti i giorni per le strade. Eppure, aggiunge, proprio noi italiani abbiamo inventato le piazze, dove un tempo la comunità cittadina si ritrovava, magari dopo la messa domenicale altro punto di ritrovo, a parlare, dialogare.

Tempo fa, con un gruppetto di amici, colleghi giornalisti, ci si era ritrovati dopo un concerto a mangiare insieme, in una sera di primavera incipiente per le strade di Roma. Strade che come in ogni grande città ormai pullulano di locali di ogni tipo, dove la caratteristica è sempre la musica a tutto volume che impedisce di comunicare fra le persone, ragazzi con i cellulari e persone di mezza età impegnate in improbabili festini per fingersi giovani. E’ così che il gruppetto di amici, per scambiare qualche parola dopo aver mangiato si ferma sul marciapiede di fuori, dove è possibile ascoltarsi.

Si parte parlando dell’ultima generazione di cantanti italiani. Siamo tutti over 40 e un paio anche over 50, storie diverse, appartenenze sociali e culturali differenti, da chi ha fatto parte della sinistra extra parlamentare degli anni 70 a chi a Comunione e Liberazione.

Ma siamo tutti qui stasera a chiederci perché non riusciamo a trovare alcuna connessione con la musica di oggi, dei giovani 20 e 30enni, hipster o indie che siano, trapper o rapper. E perché succeda questo.

LA SCOMPARSA DEI CORPI INTERMEDI

Qualcuno dice che c’è un senso di solitudine, cinismo, rinuncia alla vita in quelle canzoni e ci si chiede se sia per questo che il pubblico della loro età si ritrovi così tanto in queste canzoni. Perché, come sottolinea una di noi  i ragazzi di oggi sono davvero tutti così, resi cinici dalle scarse opportunità che noi “adulti” abbiamo lasciato loro: no future, come dicevano i punk di una volta. Uno però spiega che anche lui è cresciuto con il punk, ma il “nessun futuro” che gridavano loro sottolineava la voglia di un futuro diverso, non la rinuncia a tutto di oggi. Si diceva “no” al futuro che la società proponeva per trovarne un altro. O almeno provarci.

Tutti ci troviamo d’accordo su una cosa: ai nostri tempi c’erano realtà che ci tenevano insieme. Il partito, i collettivi studenteschi, l’oratorio e il circolo sindacale dove ci si incontrava tra generazioni diverse anche per una partita a carte o a biliardino, per pensare a cosa sarebbe stato meglio per la società, per sostenersi a vicenda. Oggi no, dicono tutti, questi posti sono spariti, ci sono ormai solo i locali happy hour dove stordirsi di musica a tutto volume e alcolici.

Anche i centri sociali, ultima frontiera dell’aggregazione, hanno perso qualunque significato, sono locali come altri dove ci si auto ghettizza, ci si esclude da soli dal mondo là fuori, stordendosi di droghe e musica anche qui ad alto volume. Notiamo tutti come in queste canzoni non ci sia mai o quasi mai una critica alla società, la richiesta di un impegno, la politica è totalmente rimossa, ma il tema dominante a 20 anni sono storie d’amore che inevitabilmente finiscono, lasciando soli i protagonisti totalmente sfiduciati del poter costruire una storia d’amore che duri. Sono figli di copie divorziate, cresciuti vedendo il fallimento dei matrimoni dei loro genitori, dell’amore inteso come progetto di vita, dice una. Uno azzarda una definizione: sono spariti i corpi intermedi. Quei punti di aggregazione sociale, politica e umana che hanno tenuto in piedi la società per decenni. Al loro posto, il vuoto. E i rapporti che non tengono. E la sfiducia totale verso la vita.

Posti e realtà inghiottiti, come direbbe Pasolini, dal capitalismo che tritura tutto facendoti sentire che se non rispondi ai modelli della pubblicità sei un fallito, dai centri commerciali che sono cattedrali nel deserto, ma anche dall’ideologia che ha chiesto all’individuo il sacrificio verso il culto della persona sola al potere, invece di una comunità impegnata che agisce dal basso per il bene comune. Nessuno di loro però sembra avvertire la responsabilità di noi adulti, ognuno in fondo ha un lavoro che lo occupa il 90% della giornata e un milione di preoccupazioni sue. Resta la nostalgia e un senso di angoscia per un futuro che nessuno sa dire quale sia. No future, in fondo ci siamo dentro anche noi.

E così se ne vanno a casa, resta uno solo a chiedersi quale possa essere il collante che metta insieme di nuovo queste energie che ancora, ne è certo, ci sono. Pensa che proprio quel giorno a Milano si è tenuta una imponente manifestazione con la presenza, come non accadeva da decenni, di 200 mila persone, apartitica, intitolata “Prima le persone”. In un articolo pubblicato da vita.it, Stefano Arduino, ha scritto: “Ieri a Milano è successo qualcosa di importante: è comparso sulla scena un grande movimento civico: 1.200 sigle sociali non hanno messo in piedi solo una manifestazione di piazza, ma hanno indicato un metodo e avviato un processo”. E’ davvero qualcosa di nuovo, si chiede. Arduino dice ancora: “Come questo metodo e questo processo possono reggere? Due condizioni sono preliminari. La prima: le relazioni e la condivisione contano più delle appartenenze. Il mondo della cittadinanza attiva, di chi guarda all’interesse generale, il mondo dell’associazionismo e del Terzo settore dopo la giornata di ieri non può avere timidezze o pigrizie per compiere questo passo una volta per tutte”.

Potrebbe essere questo il passo da fare? Per loro che rimpiangono un mondo scomparso in cui si stava meglio, per i giovani che quel mondo non l’hanno mai conosciuto? Come riaccendere questa passione, questa vita? Invece di parlare solo da chi predica odio nella politica di oggi, magari vale la pena di parlare a tutti delle esperienze buone che ancora ci sono, nonostante tutto. E ripartire da lì.

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