LA STORIA/ “Senzatetto, famiglie, malati: così combattiamo il virus dell’egoismo”

- int. Davide Ferla

La solidarietà concreta dei frati di Torino che forniscono pasti ai senzatetto e alle famiglie povere

clochard-senzatetto
Un senzatetto
Pubblicità

L’obbligo di stare a casa in seguito all’emergenza coronavirus lascia conseguenze su quel popolo di “fantasmi” che si aggira per le nostre città, elemosinando una moneta per comprarsi a fine giornata qualcosa da mangiare. Una casa non ce l’hanno e adesso che dalle strade sono spariti tutti quelle monete non le trovano più. “Normalmente la nostra mensa per i poveri distribuisce 180 pasti al giorno, adesso sono quasi 400 le persone che vengono a chiederci da mangiare”, racconta frate Davide Ferla della comunità dei Frati Minori francescani del convento di Sant’Antonio da Padova di Torino. Non solo senzatetto, ma anche famiglie, “che normalmente potevano permettersi di cucinare un pasto al giorno, la cena, perché i figli mangiavano alla mensa scolastica. Adesso con le scuole chiuse, hanno bisogno di dar loro da mangiare anche a pranzo. E’ una situazione drammatica”.

La vostra comunità è nota per prendersi cura di tanti giovani, italiani e stranieri, che vivono per strada, un fenomeno di cui si parla poco. Con l’emergenza coronavirus come è cambiato il vostro compito?

Prima di questa situazione fornivamo 180 pasti quotidiani. Abbiamo cento posti a sedere, agli altri davamo un sacchetto da portare a casa. Adesso siamo arrivati a 330 sacchetti al giorno, una cifra per noi gigantesca.

Queste persone che si sono aggiunte chi sono?

Pubblicità

Il numero maggiore è costituito da quelli che chiedevano l’elemosina in centro o davanti alle chiese e si arrangiavano in qualche modo. Adesso che non c’è più nessuno per strada si riversano tutti nelle mense. Poi ci sono le famiglie a cui davamo il pacco spesa per cucinare solo la cena, perché i figli mangiavano alla mensa scolastica. Ma adesso con i figli in casa devono dar da mangiare loro due volte al giorno. Riusciamo a dare a ciascuna famiglia 4 sacchetti.

Come fate a procuravi il cibo per così tante persone?

La generosità delle persone è enorme. Abbiamo fatto un appello ai parrocchiani e abbiamo avuto una risposta sorprendente. Io passo i pomeriggi ad andare con la mia autocertificazione a recuperare il cibo che la gente lascia davanti a casa o anche da alcuni ristoranti che adesso sono chiusi e ci preparano qualcosa.  Poi ci sono anche istituti religiosi che ci aiutano, altrimenti non ce la faremmo.

Si aspettava una tale risposta solidale da parte delle persone?

Pubblicità

No, non mi aspettavo una risposta così. Abbiamo avuto anche qualche contatto con imprese, come Slow Food, che hanno creato una catena di aiuti incredibile. Poi c’è sempre qualcuno che viene personalmente con del cibo a bussare alla porta del convento. Qui ci siamo tutti riciclati per questa emergenza. I giovani frati non fanno altro tutti i pomeriggi che recuperare il cibo, smistarlo, cucinarlo e poi la mattina lo distribuiamo.

E’ davvero una catena di solidarietà enorme.

Sì, l’unica cosa è che mi chiedo: quanto potrà durare. Adesso siamo all’inizio, la mia paura è che non prevedo una ondata di generosità così alta per tanto tempo.

L’amministrazione comunale vi sostiene?

Il Comune ci dà normalmente 80 pasti al giorno. Adesso abbiamo chiesto aiuto e ce ne danno 160, è un grande aiuto, davvero.

E’ bello che ci sia collaborazione tra istituzioni e realtà come la vostra, non crede?

Assolutamente sì. C’è un ottimo rapporto, non sempre riusciamo a ottenere quello che chiediamo, ma ci danno sempre una risposta. Ci vengono incontro anche quando dobbiamo pagare le tasse comunali, capiscono che facciamo un servizio per la città, per tutti, non per i nostri fedeli e basta.

A sentire quello che fate voi e tante realtà della Chiesa vengono in mente i primi cristiani, che proprio con le opere di carità si fecero notare, perché era una prassi sconosciuta al mondo pagano, è così?

Per noi è una testimonianza che siamo chiamati a dare, assistere chi è ultimo. Penso ai cappellani in ospedale che non  si risparmiano con il rischio di ammalarsi.

Anche voi rischiate in prima persona, con così tante persone.

Sì, avere 400 persone al giorno non controllate dal punto di vista sanitario è un bel rischio. Non hanno né maschere né guanti, è difficile spiegare loro che devono tenere le distanze. Molti sono malati psichici che non capiscono neppure cosa stia succedendo.  Il rischio è alto, ma siamo preoccupati per loro, dovesse succedere che si  attaccano il virus uno con l’altro sarebbe un dramma.

Quello che state seminando in questo periodo sono semi di speranza. Germoglieranno quando l’emergenza sarà finita?

C’è un altro virus da sempre nella nostra società: l’egoismo, la chiusura. Spero che anche questo virus venga abbattuto in questi giorni. Lo stiamo combattendo tutti, anche con il non uscire di casa per non contagiare nessuno, speriamo che sia servito a capire che non posso vivere solo per me stesso, ma facendo attenzione all’altro. Mi auguro che questo seme dia frutto.

(Paolo Vites)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Pubblicità