CHI HA VINTO SANREMO 2016?/ Stadio, mediocrità e minculpop

- Maestro Yoda

Perché il Festival di Sanremo ha avuto così tanti ascolti? YODA può rispondere facilmente. E spiega che quello cui abbiamo beatamente assistito è il prodotto di un vero Minculpop

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Carlo Conti con Virginia Raffaele (Infophoto)

Ancora una volta, il vostro vecchio Yoda è stato incastrato dagli amici del sussidiario per commentare l’evento di Sanremo 2016. Per la verità nel vostro assai malandato pianeta ci sarebbero molte altre vicende da seguire, ma tant’è, dato che i numeri dicono che questa edizione la sta guardando un italiano su due, ci può pure stare il commento di un vecchio maestro jedi esperto di media. 

E’ quindi il caso di chiarire subito il perché di così alti ascolti. Ma è semplice: ben dieci dei cantanti in gara provengono da reti e programmi concorrenti. Da Amici di Mediaset provengono Deborah Iurato, Dear Jack, Annalisa, Alessio Bernabei. Da X Factor di Sky provengono Noemi, Lorenzo Fragola, Francesca Michielin, oltre agli ex giudici Elio, Morgan, Arisa, Enrico Ruggeri. 

Cosa significa questo? Che tutte le altre reti del panorama televisivo non hanno “controprogrammato” trasmettendo programmi di rilievo. Motivo per cui chi non era interessato più di tanto al Festival di Sanremo 2016, poteva scegliere solo film e telefilm già visti almeno cinque o sei volte. Persino Sky, che essendo una Pay-tv non dovrebbe rientrare in queste logiche, in termini di film aveva una programmazione che definire modesta è dire poco. Ecco perché un italiano su due, non potendo fare altro, ha finito per guardare il Festival di Sanremo. A fronte di questo ragionamento, i trionfalistici bollettini dell’uscente direttore di RaiUno Leone, del direttore generale Campo Dall’Orto, dell’imbolsito e straparlante Mollica del Tg1, sono semplicemente drogati. 

Yoda, pur avendo qualche conoscenza di musica, non si intromette nel lavoro di quanti, assai più esperti di lui, sul sussidiario hanno saputo analizzare sapientemente cantanti e canzoni. Data l’età ricorda però edizioni in cui certe canzoni rimanevano subito in testa e le sentivi canticchiare per strada il giorno dopo. Questa edizione non gli pare una di quelle. Canzoni a parte, è d’obbligo dire qualcosa del conduttore, Carlo Conti. Preciso, metronomico, impeccabile nel far procedere la scaletta, in molti lo hanno definito il Pippo Baudo di oggi, e non senza ragione. Peccato che conduca allo stesso modo qualsiasi trasmissione presenti, senza alcuna originalità, mal supportato da testi assai modesti (incredibilmente banali le domande fatte ai grandi ospiti internazionali) e piuttosto privo di un qualsiasi senso dell’umorismo almeno di un filo superiore a quello dell’uomo medio. 

Ecco, la cifra vera di questo festival è stata la mediocrità sulla quale non ha potuto fare aggio nemmeno la commovente performance di Ezio Bosso, la professionalità dell’orchestra e la grande bravura di Virginia Raffaele, davvero superba nelle imitazioni di Sabrina Ferilli, Donatella Versace, Carla Fracci, Belèn. Abbiamo ritrovato in lei l’abilità di Alighiero Noschese nel cogliere la psicologia e i tic dei personaggi, unita ad una notevole abilità nel truccarsi. Invero poche vette in un panorama desolantemente piatto. 

Lo ha scritto anche il decano dei critici televisivi, Aldo Grasso, che quando non è occupato a sparlare di quelli che gli stanno sulle scatole come Minoli o Bernardini, le azzecca veramente tutte. “Com’è possibile che così tante persone seguano un programma così ordinario? Sanremo è il nostro Super Bowl? È la nostra vera Festa Nazionale? Proviamo a rovesciare il cliché classico che si usa in questi casi: Sanremo è lo specchio del Paese. Manco per idea, semmai è vero il contrario: il Paese è lo specchio di Sanremo. Il Festival ci dice con chiarezza quello che non abbiamo più il coraggio di dirci: siamo un Paese votato alla medietà, termine più elegante per non scrivere mediocrità. Con tutto il rispetto per la tv generalista (con tutto l’amore) bisogna pur interrogarsi sul fatto che al pieno di audience corrisponda un vuoto di idee. Solo in Italia è il conduttore a chiedere alla platea la standing ovation. Possiamo ancora una volta gridare al miracolo, consolarci con il fatto che i numeri hanno sempre ragione, rassicurarci con l’idea che, alla fine dei Conti, siamo fatti così”. 

Mirabile. Aldo Grasso, da critico televisivo e osservatore sociale in gran forma, ha centrato in pieno il punto: oramai l’Italia è un paese ordinario, mediocre in tutto. Se è ancora in piedi è perché si trascina dietro ancora qualche scampolo di tradizione in alcuni settori come la meccanica fine o il lusso o una ricerca scientifica fatta per pura passione. Con governanti mediocri che sono solo capaci di darsi da fare per acchiappare un titolo sul giornale, proprio come nel caso del successo delle ricerche sulle onde gravitazionali, in gran parte italiano. Dopo che si sono vantati e pavoneggiati di fronte al mondo, i poveri ricercatori precari responsabili del successo scientifico li hanno sbugiardati facendo sapere che molti ci hanno dato dentro lo stesso con 1.300 euro al mese senza avere alcuna garanzia per il futuro. Ulteriore prova di mediocrità, dal punto di vista culturale, la dirigenza Rai l’ha data nell’avallare, in un momento così delicato di discussione in parlamento delle unioni civili che sta spaccando il paese, la causa della lobby Lgbt.

Ai cantanti è stato concesso di farsi addobbare il microfono con nastri arcobaleno (bastava semplicemente vietare di modificare gli attrezzi di scena). “Non si può impedire ai cantanti di manifestare il loro pensiero”, ha affermato l’ineffabile Leone. Questa poi… il Festival è forse roba loro? Ma dato che spesso i microfoni arrivavano già addobbati, c’è stata una evidente connivenza. E poi, volendo, bastava aggiungere un codicillo ai loro contratti, ma per chi vi prende Leone? Già Yoda fa fatica a capire cosa succede da voi, dato che in tutte le galassie le specie si perpetuano grazie all’incontro tra due sessi. Anche su Betelgeuse o Antares c’è chi ha gusti particolari, cui nessuno fa caso però, sono affari loro, dato che poi quando c’è da riprodursi sono costretti a comportarsi secondo… natura. Mah! 

Osservando la questione da un punto di vista, diciamo così, della vita civile, Yoda è rimasto assai stupito di una scelta di campo così smaccata da parte della tv di Stato. E ha ben presto scoperto di essere in buona compagnia leggendo ieri in prima pagina del Corriere della Sera l’editoriale di Ernesto Galli della Loggia: “Il Festival di Sanremo, l’evento televisivo in assoluto più ascoltato dell’anno, è stato trasformato disinvoltamente in una manifestazione in sostegno delle varie cause che vanno sotto la sigla dell’«arcobaleno» (a cominciare per l’appunto da quella delle unioni civili). Che cosa sarebbe successo se il Festival di Sanremo fosse stato dedicato, mettiamo, a esaltare la causa delle «famiglie»? Già, domanda interessante. E invece i testi, i nastri arcobaleno, le domande agli ospiti, alcune canzoni, tutto puntava a sostenere il punto di vista “arcobaleno”. 

Per chi non l’avesse capito, in tutte — dicasi tutte — le edizioni dei Tg l’ormai bollito Vincenzo Mollica si risvegliava improvvisamente domandando ai cantanti perché avevano esibito il nastro arcobaleno o nel raccontare l’imprevisto evento colorato (che notizia!) togliendo spazio ai commenti sulla musica, che dovrebbe essere il suo campo d’indagine professionale (si fa per dire). 

Ma questo è solo l’inizio, e Yoda ve l’aveva detto tempo fa: in nessun paese d’Europa e della galassia il servizio pubblico televisivo è mai stato messo come in Italia alle dirette dipendenze dell’esecutivo, e con poteri così ampi. Così il Dg scelto dal vostro Renzi ha subito ubbidito, ben sostenuto dal sempiterno Leone, probabilmente alla caccia di consensi governativi per cercare di restare al suo posto. Da anni ai vertici della Rai, Leone è uno dei responsabili assoluti della mediocrità della Rai (inoltre con uno stipendio da capogiro). Yoda pensa che non ce la farà, anche se non nutre molte speranze che arrivi al suo posto qualcuno di meglio, vista la tendenza di Renzi a nominare amici più che competenti. 

Alzando lo sguardo oltre Sanremo, Galli della Loggia ha disegnato poi un quadro che non può non trovare d’accordo un maestro jedi che è tale perché può fare affidamento su un sapere di tradizione millenaria: “Su tutti i media così come nell’intrattenimento, nel cinema, in qualunque produzione culturale, ha costantemente spazio l’opinione per così dire laico-progressista, favorevole al cambiamento, a innovare, a cancellare tutto ciò che appare tradizionale, a cominciare — c’è bisogno di dirlo? — dalla dimensione religiosa… Di fronte a un establishment così ideologicamente blindato, quale altra diversità autentica, quale altra protesta sono allora possibili, alla fine, se non quelle distruttive offerte dal populismo?”. 

Ohibò, dovevamo commentare Sanremo, e siamo finiti a parlare della situazione del paese e anche del Servizio Pubblico Televisivo nel suo complesso, ma perché dovrebbe essere il garante dell’equilibrio tra le opinioni… e invece anche in occasione di una manifestazione canora ce l’ha messa tutta per sposare la causa che interessa al premier e al suo partito. Magari in pochi se ne sono accorti, ma ai due finti sposini seduti in platea, interpellati ogni tanto in un intervallo comico (basta già il nome che gli hanno dato, “i coniugi Salamoia”!), sono state messe in bocca battute stupidissime, mirando a dare una rappresentazione miserevole della coppia sposata: da una parte i cantanti e gli ospiti illuminati che si battevano per una causa “moderna”, dall’altro due poverini dall’eloquio miserando seduti in platea con addosso ancora gli abiti della cerimonia nuziale, a sbavare lei per Garko e lui per Magdalina! Preparatevi miei cari: grazie allo smisurato potere conferito al Dg della Rai (che uno sciagurato giovedì in cui erano troppo intenti a scappare verso casa i parlamentari hanno inconsultamente e rapidamente votato) il moderno story-telling di Renzi su tante questioni importanti sta già arrivando. Ma, attenti, ha un nome antico: Minculpop. 

PS. In un rigurgito di sensatezza, il popolo ha premiato gli Stadio, già storica band di Lucio Dalla. Inqualificabile il giudizio della Sala Stampa che ha scelto “Cieli Immensi” di Patty Pravo, semplicemente impresentabile, a tratti stonata, con una canzone senza capo né coda. Si comincia a capire perché il paese è così mal messo se i suoi giornalisti non sono più in grado di giudicare nemmeno una canzonetta…

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