L’AMERICA DI BIDEN/ “Deficit, inflazione e borse su, i conti non tornano”

- int. Chris Foster

Dove va questa America, dove la gente vive di sussidi, l’inflazione sale, le borse anche e Biden sembra il presidente degli Stati Uniti?

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Il presidente americano Joe Biden e la vicepresidente Kamala Harris (LaPresse)

Il “Big Government” è tornato, è tempo di vendetta, è tempo di ripagare i ricchi sostenitori; riapertura completa post Covid; assicurarsi le prossime due elezioni con una spesa pubblica massiccia, lasciare che la sinistra si diletti con i valori sociali, Black lives matter e ambientali ma non lasciare che faccia casini con le grandi corporations e Wall Street.

Ci chiede di lasciarlo in inglese, Chris Foster, anni intensi a Wall Street, e poi altri anni ancora sempre su mercati, investimenti e patrimoni, ma con uno sguardo in più a riflettere su dove andiamo e su cosa sta accadendo. Lo abbiamo sentito per capire dove va l’America, questa America.

In ogni caso, eccolo accontentato. È l’inizio della nostra conversazione. “Big government is back, revenge time, time to pay back the supporters, full re-opening post Covid, buy the next two elections with massiv public expenditure, let the left play with social and environmental values, BLM, but don’t let them mess up with big corporations and Wall Street”.

Troppe cose in una volta, Foster. Cominciamo dai mercati. Stanno apprezzando questa amministrazione, sì o no?

Sì. I mercati sono semplici, in fondo. Noi investitori guardiamo alla crescita dei corporate earnings – e quest’anno, dopo il 2020, stiamo viaggiano ben oltre il 20% di crescita –, al denaro facile, cioè bassi tassi reali e alluvione di liquidità nel sistema, basse tasse e deregulation.

Le minacce di aumento delle tasse corporate?

Appaiono poco pericolose: un possibile aumento dal 21 al 28% non farà deragliare le borse. La regulation finanziaria chiaramente aumenterà con questa amministrazione, ma i colossi di Wall Street e soprattutto della tecnologia non sono spaventati, in quanto hanno ottimi sponsors a Washington. E comunque, essendo loro stessi a decidere le elezioni dei prossimi anni, verranno trattati bene, a parte un po’ di innocua retorica “antitrust” su aspetti minori del loro dominio.

È possibile che gli operatori finanziari e i colossi della Silicon Valley stiano un po’ alla finestra e cerchino di capire chi sono i veri interlocutori a Washington?

Vanno distinti. I grandi players della finanza sono orientati al 90% al profitto e solo per il 10% al potere fino a se stesso e a sostegno dei propri ideali di società e Stato. Chi è seduto alla Casa Bianca è fondamentalmente irrilevante per i mercati, almeno fino a quando arrivano decisioni davvero forti su corporate tax e financial sector regulation

Stanno arrivando: l’accordo al G7 è stato raggiunto. Che ruolo giocherà la minimum tax al 15% sui profitti dei giganti del web?

L’America ha avuto un ruolo chiave nell’ottenere un accordo di massima su questo progetto. Ma immaginatevi due cose: 1) la disperazione di irlandesi e olandesi che si confronteranno con il 30% o più del resto d’Europa e il prossimo 28% degli Usa. Stanno piangendo o ridendo? 2) come questo accordo verrà massacrato dal Congresso Usa visto il paradosso di proporre una minimum tax del 15% all’estero e il piano attuale di alzare l’aliquota in Usa da 21 a 28%. Se non ci fosse da piangere per la corsa al ribasso del fisco corporate che sta devastando gli introiti fiscali di molti paesi (Italia, Francia tra gli altri), dovremmo ridere per l’annuncio così trionfale.

Torniamo al punto. Lei diceva: da una parte i players della finanza, dall’altra le multinazionali dell’It: Google, Apple, Facebook, Amazon, Twitter, Netflix, Microsoft. “Animali” diversi per Dna?

Sì. I colossi del web sono anche orientati a rafforzare le loro posizioni di dominio di settore, di controllo sociale, politico e anche a dettare l’agenda socioculturale di Washington. Per questo sono difficili da controllare, giudicare e regolare. La loro funzione di utilità, detto in termini microeconomici, è ancora da modellizzare. Per questo motivo nessuno Stato occidentale è ancora riuscito a scalfire il loro potere immenso. Solo la Cina ha preso iniziative efficaci, ma il contesto legale è diverso.

E questo ha risvolti politici?

Certo. Per il loro contributo all’agenda liberal (cioè valori sociali di sinistra molto spinti, ndr) ottengono supporto anche dalla sinistra più radicale. Sono i paradossi dei nuovi socialisti Usa: condividono gran parte della loro agenda con almeno cinque dei dieci uomini più ricchi degli Usa, e quindi, praticamente, del pianeta.

Domanda inevitabile: chi comanda in America?

Non si può dire, ma non si parla d’altro in certi ambienti. Non Biden. Era chiaro prima e chiarissimo oggi. Secondo la mia opinione, condivisa da ben più competenti osservatori dentro al sistema, Obama, Susan Rice e il loro apparato diplomatico hanno il controllo pressoché assoluto dell’agenda politica. Siamo nella terza amministrazione Obama.

Anche Kamala Harris conta poco? 

Ancora meno di Biden, come tutti possono osservare. Scomparsa. Anzi, come diciamo noi, MIS (missing in action). Non serve parlarne, perché sul piano economico è irrilevante. Al massimo potremmo ricordare che ha ottimi sponsors nel mondo tech californiano – Harris è “Made in California” dalla a alla z – e quindi sarà un buon avvocato della causa dei vari colossi del web.

Verrebbe da dire che una sponsorizzazione del genere ha un prezzo molto alto.

Assolutamente sì. Ci vorranno anni e due amministrazioni per restituire adeguatamente il gentile favore dei Mr. Facebook, Mr. Twitter, Mr. Google etc. Da questo punto di vista gli Usa sono del tutto trasparenti. Tutto alla luce del sole.

Torniamo ai mercati. L’inflazione bomba, derivante dagli stimoli? Non è un problema?

L’inflazione è una bomba sui mercati se è del tutto inattesa e se la banca centrale è davvero indipendente e quindi può agire in modo radicale e rapido, ruthless, come avrebbe fatto l’ultima banca centrale davvero indipendente al mondo: la ECB fino a Trichet. Mentalmente ci stiamo abituando all’idea che un’inflazione del 2 o 3% nel medio periodo sarà un dato positivo. L’inflazione tra il 3 e il 4% è sostenibile dai mercati, fino a quando la FED decide di tornare a fare il suo lavoro e intervenire. Oltre il 5%, le preoccupazioni si tradurranno in mercati in crisi, senza dubbio.

A quel punto la Fed interverrà. 

Sì, come sempre successo, o troppo tardi o troppo presto, o semplicemente “troppo” poco o tanto. Si vedano gli ultimi 25 anni di storia per conferme. Boom, bust, boom, bust e così via. Poi qualcuno si chiede perché le cryprocurrencies stanno acquisendo appeal di asset class per proteggere i risparmi e non solo oggetti estremamente speculativi.

Ma al di là della Fed, lei cosa pensa?

A mio parere l’inflazione arriva davvero ma non dovrebbe essere destinata a rimanere alta per anni: stiamo rientrando in una fase di globalizzazione, e se Cina-Usa non entrano in un conflitto commerciale violento rivivremo gli effetti combinati della globalizzazione con l’attuale fase di super-boom dell’e-commerce, con pressione sui prezzi al consumo. Quindi per ora niente panico di lungo periodo. Mi preoccupano le commodities, che a causa dei sottoinvestimenti degli ultimi anni – grazie al nuovo vangelo ambientalista – rimarranno altissime per anni. Qualcuno paga cara questa inflazione. Magari le classi più povere, casualmente.

Conflitto commerciale “violento”, ha detto così?

Sì. L’attuale Casa Bianca è potenzialmente molto più aggressiva dell’amministrazione precedente sui temi di politica estera, è un aspetto da non sottovalutare.

E lei pensa che con queste premesse i mercati restino indifferenti?

Non ho detto questo. Primo punto è che i tassi reali contano più dei nominali: se l’inflazione oggi è intorno al 4% con tassi FED a zero, faccia lei i conti! Sono soldi regalati ai mercati e ai governi. Poi, i bond a lunga durata sono ancora protetti dal Quantitative easing. Quindi, per ora, molto rumore per nulla.

E perché i titoli tecnologici sembrano soffrire di più in questo periodo di timori di inflazione?

In primis si tratta di normali rotazioni da un settore all’altro, tipiche di mercati maturi e molto cari. In secondo luogo, aziende con aspettative di profitti molto lontani nel tempo soffrono l’applicazione di metodi di valutazione basati sul valore attuale dei flussi futuri. In generale, le confermo che a parte i soliti colossi del web che hanno flussi di cassa eccezionali, il rischio di un aumento progressivo dei tassi farà dei danni gravi alle valutazioni del settore tecnologico.

Lei all’inizio ha detto “Big Government”. Immagino si riferisse alla gestione degli enormi flussi di denaro a sostegno dell’economia e ai sussidi. Tutto ciò non crea un mostro?

A noi europei, Big Government non suona familiare, agli americani sì, perché è legato a Roosevelt e alla sua politica keynesiana semi-socialista. Big Government è quasi un insulto. Reagan ha tirato una chiara linea, insieme alla Thatcher. Da allora, paradossalmente, i democratici Usa sono stati quelli che hanno abbracciato non solo il concetto di Stato “minimo”, basso deficit, ma anche quello di globalizzazione liberista e senza regole, specialmente per la finanza: si veda Bill Clinton, il migliore amico di Wall Street. Per la prima volta dopo il globalismo assoluto del periodo obamiano – focus su regulation punitiva per la finanza, aumento del debito pubblico ma liberismo selvaggio e globalista per il resto –, adesso con Biden siamo a qualcosa di mai visto da 70 anni.

In quali termini? Come definirebbe questo qualcosa di mai visto?

È la volontà dello Stato di influenzare e intervenire in ogni parte dell’economia, dall’education alla sanità, alla ricerca scientifica, alla gestione invasiva delle problematiche delle minoranze e all’indirizzo culturale, fino alla selezione della tipologia di innovazione necessaria al successo del governo.

Questo intervento arriva fino a influenzare le politiche aziendali private?

Certamente sì. Anche la definizione delle aspettative governative sul contributo etico-sociale delle imprese fa parte di questa invasione di campo mai vista prima in America. A dire il vero, Roosevelt non merita di essere citato, per rispetto. Ogni grande azienda oggi in Usa ha un’attenzione inusuale e a mio parere eccessiva alle conseguenze (positive o negative) del proprio posizionamento politico, etico e sociale, non vis à vis gli investitori, ma vis à vis le aspettative del governo.

Non crede che, sostegni a parte, tutto questo si chiami anche campagna elettorale 2022?

Certo. La sintesi delle politiche in atto in Usa, e parlo anche dell’enorme piano infrastrutturale da approvare assolutamente ora e da spendere a piacere negli anni successivi, è che si vogliono mettere le basi di una vittoria alle elezioni di midterm. Poi, per il 2024, la storia è diversa e la gestione della narrativa mediatica delle presidenziali sarà direttamente subappaltata ai fedeli “giganti” californiani.

Prevede un Pil gonfiato dalla spesa pubblica che rischia di non tradursi in niente?

Il Gdp Usa dovrebbe crescere del 7% ma senza portare l’economia in piena occupazione, dato interessante da sviscerare. Nondimeno il pacchetto di spesa pubblica che verrà approvato dovrebbe bastare ampiamente ad assicurarsi le elezioni di midterm e la Casa Bianca nel ’24.

Spesa pubblica senza limiti, Banca centrale asservita agli obiettivi di governo, qual è l’end game? Dove – e quando – si va a sbattere?

In un sistema capitalistico puro, se l’economia va in stallo, le aziende perdono produttività, l’ inflazione è “sticky” e la spesa è fuori controllo, i soldi vanno altrove. In Asia per esempio. Tuttavia per come funziona il mondo adesso e per come è organizzata la finanza di oggi, ci sono forme di moral suasion che possono influenzare i flussi e possono addirittura farli confluire su società non più efficienti, ma più allineate al governo. Fino a quando la situazione resta sotto controllo – si veda anche il concetto di MMT, modern monetary theory –, l’alleanza Fed-Governo permetterà di sostenere l’aumento di spesa pubblica e l’espansione dello Stato nell’economia e nella società.

E nel frattempo?

Come la storia insegna, l’eccesso di interventismo porterà danni catastrofici agli animal spirits, allo spirito capitalistico più dinamico che invece è ancora forte e presente in Asia e che ha portato una corsa all’innovazione tecnologica spaventosa, all’efficienza e alla crescita della produttività. L’end game non può che essere molto molto negativo per il futuro del capitalismo americano e per l’America stessa.

Biden vedrà tra poche ore gli alleati europei, parteciperà al vertice Nato e incontrerà Putin a Ginevra. Che rilevanza ha per il tema che abbiamo affrontato? 

Biden non ha in mano il suo paese. Incontra Macron che è già in panico da campagna elettorale con buone chance di perdere le elezioni presidenziali del 2022, poi incontrerà la Merkel che è scomparsa da un anno e il cui partito si sta mentalmente preparando all’opposizione dal prossimo ottobre. Gli altri leader EU sono in gran parte preoccupati di definire se è meglio chiudere i bar alle 22 o a mezzanotte. Siamo al punto minimo del funzionamento del mercato unico… Se qualcuno si chiede perché Putin e Xi Jinping sorridono sempre, abbiamo la risposta davanti a noi.

(Federico Ferraù)

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