L’APPELLO/ Fontana: per ripartire chiediamo a Conte più poteri su sanità e scuola

- int. Attilio Fontana

Alla vigilia dell’intervento al Meeting, il presidente della Lombardia parla di Covid, seconda ondata, sanità, investimenti necessari. “Ci serve più autonomia”

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Il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana (LaPresse)

“Se il governo fosse capace di governare come lo è a creare la comunicazione, saremmo a buon punto” dice al Sussidiario il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, che domani sarà al Meeting di Rimini per parlare di sanità. Le inchieste non lo spaventano: “la giunta è più solida di prima”. Chiede più autonomia per funzionare meglio, e se il governo facesse orecchie da mercante, “aspetteremo che cambi governo per parlarne seriamente”.

A giudicare dai media e dai provvedimenti del Governo, sembra imminente una seconda ondata di Covid. Lei è preoccupato?

Dopo avere vissuto quello che è successo in marzo-aprile scorso, credo che si debba essere un po’ preoccupati. Allarmati no, preoccupati sì. Sono due cose diverse.

Che differenza c’è?

Siamo organizzati e consapevoli dei nostri mezzi. Abbiamo un’esperienza e una coscienza maggiori perché sappiamo più di ogni altro in questo paese che cos’è il Covid. In ogni caso noi siamo pronti a fare tutto ciò che è necessario per salvaguardare la salute dei cittadini.

Cosa pensa dei controlli su chi torna dall’estero?

Un provvedimento giustificato. Non possiamo rischiare che i nostri connazionali ci riportino il virus. Non è l’unico ambito da vigilare: penso alla ripresa della scuola, il personale scolastico solo in Lombardia conta più di 200mila persone.

Perché la Lombardia è stata al centro di un’esplosione virale così violenta?

Sul virus non abbiamo saputo tante cose. Abbiamo la certezza scientifica che dall’inizio di gennaio stesse già circolando e sospetti fondati che abbia iniziato a circolare fin dall’inizio di dicembre.

Che cosa non avete saputo sul virus?

Intendo riferirmi al fatto che la Cina ha mentito o non ha dato informazioni e notizie precise. E neppure in Italia sono state date notizie molto precise. Se all’inizio di febbraio era stato disposto un piano anti-pandemico, vuole dire che si sapeva dell’arrivo di una pandemia in Italia. Intanto chi chiedeva controlli sugli arrivi dalla Cina veniva accusato di essere razzista.

Lei a un certo punto disse: chiudiamo tutto.

Sì. Ricordo bene di aver avuto un colloquio con il Governo all’inizio di marzo. I numeri stavano aumentando, proposi una chiusura generalizzata perché la situazione mi sembrava fuori controllo.

Uno dei tanti nodi venuti al pettine riguarda le competenze di Stato e Regioni. Non è un rapporto pacifico.

Mi limito a due osservazioni. Quando si tratta di epidemie, la competenza è del Governo centrale e sul punto la Costituzione è chiara. Molti però lo dimenticano. Ciò detto, e questa e la mia seconda osservazione, serve una distribuzione dei ruoli che dia maggiore autonomia alle Regioni.

Vuole più potere?

Dico soltanto che se nella primavera scorsa non ci fossero state le Regioni e la loro leale collaborazione, la situazione sarebbe andata totalmente fuori controllo. 

D’accordo. Più poteri per fare cosa?

Da due anni chiedevo di poter assumere più medici e infermieri perché ne avevo la possibilità economica, ma la finanziaria del 2014 mi ha impedito di farlo: non potevo spendere più di quello che spendevo nel 2004 con una ulteriore riduzione dell’1,4%. Invece le esigenze sono cambiate perché la realtà è cambiata. Con quel personale medico in più avremmo affrontato il disastro più attrezzati.

Ci dica un’altra materia.

Istruzione e formazione. Temo che sarà segnata da un grande conflitto. Anche qui dovremmo essere più autonomi. Credo che sia fondamentale quello che ha detto Draghi al Meeting: dobbiamo formare meglio i nostri giovani ed essere più innovativi nel farlo. Ogni anno in Germania i ragazzi formati su materie tecnologiche specifiche sono dieci volte tanto quelli italiani.

Qual è l’obiettivo?

Bisogna fare in modo che l’istruzione vada nella direzione richiesta dal mondo del lavoro. E il polso del fabbisogno ce l’hanno le Regioni, che devono poter attuare politiche adeguate allo scopo. Ma non siamo messi in condizione di poterle fare.

Quello della scuola e della sua ripartenza è un capitolo dolente, anch’esso dominato dall’incertezza. Non si sa se dovuta all’imperizia del Governo o ad una scelta voluta. Che ne pensa?

Un’idea me la sono fatta ma preferisco non esprimermi. Con questo governo sono sempre stato collaborativo al massimo e gli attriti non sono mai stati ideologici, ma sempre su cose concrete, come il materiale protettivo che abbiamo chiesto senza riceverlo. Con il ministro Speranza ho sempre avuto un ottimo rapporto e credo che insieme si sia fatto un buon lavoro. Ciò detto, i problemi irrisolti sono tanti.

Un esempio?

Ancora prima di entrare nel merito di aule e distanziamenti, va affrontato il tema del trasporto pubblico locale. In una lettera del maggio scorso chiedevo al governo di prendere accordi con i sindacati per consentire un inizio differenziato, con ingressi in orari diversi. Sto ancora aspettando una risposta. Il trasporto pubblico locale attualmente è deficitario, non riuscirà a portare i ragazzi nelle aule se non si interviene.

La Regione Lombardia ha stanziato dei fondi anticrisi. Di che si tratta?

Purtroppo il bilancio pubblico è molto vincolato: una parte è destinata agli investimenti e una alla parte corrente. Abbiamo cercato di fare lo sforzo maggiore negli investimenti, perché le Regioni non possono indebitarsi nella parte corrente, ma possono farlo negli investimenti.

Sono fondi regionali?

Sì. Derivano in parte da trasferimenti statali e in parte da trasferimenti europei. Questi ultimi, nei 7 anni dell’esercizio Ue, li usiamo praticamente tutti. Con questi soldi abbiamo mantenuto i vecchi progetti e i vecchi bandi che hanno dimostrato di essere efficaci ed apprezzati, aumentando i finanziamenti in quelli di maggiore successo, ma in un contesti di risorse vincolate a priori per il 90%.

E per quanto riguarda gli investimenti?

Abbiamo messo in campo 3,5 miliardi di risorse nostre per i prossimi tre anni. 400 milioni quest’anno e 3,1 mld tra il 2021 e il ’22 per realizzare grandi, medie e piccole opere pubbliche: strade, ponti, infrastrutture di rete. Si va dalla pedemontana a piccole opere richieste dagli enti locali.

Chi è più colpito dalla crisi?

Turismo e piccolo commercio stanno soffrendo in modo drammatico. Io sono sicuro che i lombardi ce la faranno, ma è chiaro che mai come in questo momento serve un sostegno da parte delle istituzioni.

Finora è stata una politica basata sui sussidi.

Ed è un errore, perché si risponde a una crisi come questa soltanto facendo investimenti. Dopo una guerra, un paese serio si guarda allo specchio e decide qual è il futuro che si vuol dare, il tipo di sviluppo che vuole promuovere e la strada che vuole percorrere.

Quella che dice si chiama strategia.

Sì, quella nella quale io credo e spero dal giorno in cui si è si è iniziato a parlare di dopo Covid. Innovazione, sviluppo e ricerca sono le strade maestre. Facciamo già molti sforzi come Regione, ma dovremmo poter essere in condizione di fare di più. Il governo centrale dovrebbe fare di più.

Fare di più o fare di meno?

Fare di meno, nel senso di lasciare fare di più alle Regioni.

La sanità lombarda è continuamente oggetto di forti critiche. Perché?

Perché la Regione Lombardia applica in sanità il principio di sussidiarietà, in cui il privato concorre al bene pubblico dentro le regole stabilite dalle istituzioni. La sanità lombarda dà fastidio a molti perché continua a dare risposte eccellenti: conti in equilibrio, livelli di eccellenza e 160mila non lombardi che ogni anno vengono in Lombardia a curarsi.

A chi darebbe fastidio tutto questo?

C’è un centralismo statalista che vorrebbe un controllo invasivo dello Stato su tutto. Chi difende questa impostazione deleteria cerca di portare avanti da anni una guerra contro la Lombardia e il suo sistema sanitario.

Lei e il suo predecessore siete accusati di avere smantellato la medicina territoriale.

Io ho semplicemente cercato di applicare la riforma di chi mi ha preceduto. La medicina territoriale non è stata assolutamente smantellata, tuttavia credo che ci siano parti della riforma che hanno trovato difficoltà nella loro applicazione. Ci stiamo attrezzando per cercare di migliorare quelle realtà e quelle situazioni che non hanno funzionato al meglio. Vorrei però aggiungere un dettaglio importante.

Prego.

Se le sue condizioni si aggravano rapidamente e fa fatica a respirare, lei corre al pronto soccorso, non dal medico di base.

La giunta è solida? Nonostante le inchieste, lei ha dichiarato di essere fermamente intenzionato a proseguire.

Lo confermo. E la giunta è più solida di prima. Quando si nota tanta pervicace aggressività, tante bugie raccontate come se fossero verità, la volontà di distruggere qualcosa che sta funzionando, si viene rafforzati nei propri intendimenti, vuol dire che si sta facendo bene e si è ancor più determinati a portare avanti un modello che funziona ed è migliorabile.

Come?

Dando più autonomia decisionale ai territori.

Non teme che il Covid e lo stato di emergenza abbiano chiuso a chiave nei cassetti l’autonomia differenziata?

Auspico che il discorso venga ripreso e che lo si faccia con serietà. Dall’attuale Governo vengono però messaggi che vanno nella direzione opposta, si sta anzi cercando di promuovere un rilancio del centralismo. E dell’autonomia si parla in modo in modo prevalentemente salottiero. Quando sarà ora riprenderò la battaglia che ho fatto in questi anni.

E se dall’altra parte fossero sordi?

Allora aspetteremo che cambi governo per parlarne seriamente. Sono convinto che su questo tema si giochi il futuro del paese.

(Federico Ferraù)

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