LAVORATORI AUTONOMI/ 5 mosse per aumentare le tutele senza “copiarle”

- Daniel Zanda

Giorgia Meloni ha detto di voler riconoscere adeguate tutele ai lavoratori autonomi. È importante che non si copino quelle dei lavoratori dipendenti

Lavoro_ufficio_scrivere_pixabay Pixabay

In questi giorni di insediamento del nuovo Governo, la Presidente del Consiglio ha dedicato, all’interno del suo intervento alla Camera, un passaggio anche ai lavoratori autonomi, esprimendo la volontà di riconoscere tutele adeguate a questo variegato mondo che troppo spesso ha dovuto affrontate in solitudine le sfide e le crisi che, in particolare in questi ultimi anni, sono state particolarmente gravose.

Noi crediamo che, entrando nel merito e provando a declinare con proposte operative, il riconoscimento di adeguate tutele per i lavoratori autonomi debba partire dal riconoscimento di un principio basilare, ovvero che un lavoratore indipendente non è un lavoratore dipendente. Può sembrare un’ovvietà dei termini (e non solo), ma il rischio è proprio quello di voler fornire le identiche tutele a lavoratori che non sono uguali, che non rispondono alle medesime logiche organizzative e che non sono portatori degli stessi bisogni, avendo innanzitutto un inquadramento giuridico e contrattuale differente. Le esigenze di fondo possono essere le stesse, ma nel declinarle in strumenti di welfare, formazione, sostegno al reddito, ecc… si deve necessariamente tener conto della tipologia di lavoratori che si ha davanti.

Fatta questa premessa, crediamo che per incrementare le tutele dei lavoratori autonomi possano esserci almeno 5 interventi prioritari. Innanzitutto, sul tema del fisco. Crediamo che la flat tax o i possibili regimi agevolati debbano essere tali non in termini ordinari e strutturali, ma concentrati nella fase di avvio, inizio o ripresa (post maternità o lunghe assenze da lavoro per malattia e infortunio), ovvero la minore imposizione fiscale deve rappresentare uno strumento di aiuto nella fase di start up, senza diventare una gabbia. Ricordiamo, infatti, che nel regime forfettario non è possibile portare in detrazione nessuna spesa, pertanto non è conveniente procedere con investimenti in tecnologie, formazione, sviluppo digitale e innovazione, essendo inoltre tentati di restare in una confort zone sotto un determinato livello reddituale che non incentiva e favorisce la crescita professionale.

L’attuale Primo ministro è stata tra i firmatari del disegno di legge sull’equo compenso per i lavoratori autonomi. Crediamo che questo debba essere un capitolo da rilanciare anche in questa legislatura, avendo l’accortezza di non produrre una toppa più grande del buco: disciplinare l’equo compenso non può e non deve voler dire introdurre fittiziamente un salario minimo per legge per i lavoratori autonomi, così come non può significare un ritorno a un vecchio sistema di tariffazione delle prestazioni professionali. Pensiamo, invece, che la contrattazione collettiva debba estendersi anche nel mondo del lavoro autonomo, disciplinando quelle situazioni in cui vi è una forte asimmetria nei rapporti tra committenti (forti) e lavoratori autonomi; ad esempio, prevedere la nullità di clausole vessatorie che limitino le tutele del professionista, oltre che l’obbligatorietà della forma scritta per tutti gli incarichi superiori a un determinato importo economico; inoltre, occorre definire tempi certi e percorsi agevolati per contestare i mancati pagamenti e i ritardi nei pagamenti stessi.

Un terzo punto fondamentale riguarda la formazione. È necessario estendere l’accesso alle politiche attive del lavoro anche ai lavoratori autonomi che si trovano in un periodo di difficoltà economica, finalizzato alla loro riqualificazione e aggiornamento professionale, così come estendere e attuare il piano GOL anche per coloro che hanno chiuso la Partita Iva o hanno la necessità di un intervento di sostegno più robusto per rilanciare la propria spendibilità nel mercato del lavoro.

Non è più rinviabile una riforma organica della Gestione Separata Inps (il fondo pensionistico delle collaborazioni). Le prestazioni oggi in essere, da dati ufficializzati dalla stessa Inps, dimostrano come queste siano poco utilizzate dagli stessi professionisti: se da una parte si evidenzia una difficoltà nel reperire informazioni e procedere con le richieste, dall’altra emerge che le attuali prestazioni sono costruite in larga parte su esigenze che non sempre rispecchiano quelle del professionista: ci riferiamo, in particolare, all’esigenza di modificare l’accesso a prestazioni come la maternità e malattia, oltre a dedicare un capitolo a parte per l’Iscro (Indennità straordinaria per la continuità reddituale e operativa). Quest’ultima indennità ha rappresentato, sul piano politico, una svolta per i lavoratori autonomi, perché per la prima volta questi soggetti sono stati ritenuti meritevoli di un sostegno al reddito da parte dello Stato. Ora occorre passare a una fase attuativa adeguata, in quanto il numero delle persone che chiedono di accedervi è ancora limitato: i parametri inseriti nella fase di sperimentazione sono eccessivamente restrittivi per rendere fluido l’accesso; al contempo si è elevato il contributo a carico delle Partite Iva per finanziare questa prestazione. È fondamentale quindi modificare i requisiti di accesso e rendere questa indennità realmente fruibile per tutti i lavoratori autonomi.

Infine, la previdenza. Da sempre le Partite Iva che alimentano la Gestione Separata Inps si ritrovano rendite pensionistiche che non garantiscono una vecchiaia dignitosa. Per questo chiediamo che, ai fini del raggiungimento del minimale contributivo annuo, si consideri un imponibile reddituale legato a un periodo almeno triennale, per fare in modo che l’anzianità contributiva non sia soggetta alla variabilità del reddito, correggendo taluni effetti delle fluttuazioni tipiche del lavoro autonomo, con una loro mitigazione nei trattamenti previdenziali. Deve essere inoltre favorito l’accesso alla previdenza complementare, in particolare agevolando l’ingresso ai fondi previdenziali negoziali già istituiti.

Queste modifiche comportano un relativo impatto economico e finanziario per le casse dello Stato, ma risultano interventi pertinenti che colgono le specificità e particolarità del lavoro svolto dai liberi professionisti. Aumentare le tutele non vuol dire equipararle al lavoro dipendente, significa costruire risposte nuove e adeguate a problemi differenti.

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